I GIARDINI DELL’EDEN
di Alberto Peretti
recensione di Elisabetta Zamarchi
I giardini dell’Eden, un titolo che affascina per la sua potenza evocativa e che stupisce, leggendolo, nello scoprire che il libro di Alberto Peretti parla del lavoro, una dimensione che dalla modernità fino ad oggi è stata concepita non certo come edenica ma piuttosto come necessaria ed alienante al tempo stesso. Nel titolo si compendia la concezione di felicità dell’autore e la sua visione antropologica: l’Eden fu, nel tempo biblico, il luogo della custodia del giardino, da Dio affidato ad Adamo (adam in ebraico significa uomo) perché lo vivificasse con la sua opera laboriosa. All’origine mitica e biblica del lavoro sta l’evocazione del rapporto di reciprocità tra uomo e Dio, tra colui che affida e chi custodisce ciò che gli è affidato. La reciprocità, la relazione di affidamento, segna quindi l’inizio di un’esperienza che, nei secoli, è diventata culturalmente o una condanna o una attività finalizzata all’accrescimento di beni. A fronte di questa de-realizzazione storica, Peretti recupera l’antico concetto di eudaimonia aristotelica e ci parla di eudaimonia lavorativa: <<possiamo chiamare eudaimonico un lavoro che adotta e contribuisce allo stesso fine della politica [in senso aristotelico]: il viver bene e la riuscitezza umana. Un lavoro, quindi, con valenze architettoniche, capace di inglobare, di sovrastrutturare i fini della tecnica, della produttività, dell’economia all’interno di una più ampia ricerca di buona vita>> (Peretti, p. 147)
Dalla modernità in poi, invece, come magistralmente ripercorso nel testo, il lavoro ha perso i suoi caratteri di opera etica per la crescita individuale e comunitaria, trasformandosi in un’attività sì specificamente umana, ma finalizzata alla realizzazione di un prodotto e di un profitto. Già nel secolo XIX tale filosofia del lavoro aveva, di fatto, creato una nuova antropologia, quella dell’individuo che è tutt’uno con il suo produrre, con la sua azione poietica. Nel XX secolo il lavoro, la cultura del lavoro che mai come nel 900 ha dominato e attraversato politicamente l’intero pianeta, è diventato estraneo a se stesso perché finalizzato al profitto. L’attività umana per eccellenza, proprio nell’epoca dell’umanesimo del lavoro, si è alienata dal suo significato intrinseco, che era e dovrebbe essere, come l’autore ci fa sperare, ri-creazione giocosa di sé. Il che è accaduto, seguendo il testo, non solo per l’oppressione sociale o per gli esiti nefasti del liberismo, ma soprattutto perché la vera alienazione è avvenuta sul piano simbolico. Simbolicamente lavorare significa da più di un secolo produrre e faticare. Da allora l’umanità dell’uomo sta in una ricerca di benessere che coincide con il tempo del non lavoro. Sul piano simbolico è quindi avvenuta una mistificazione, perché è illogico che l’agire umano, nella sua creativa capacità di invenzione e trasformazione, debba prendere senso dal prodotto che ne deriva.
La dedica di Alberto Peretti a sua figlia, incipit di questo saggio, << Alla mia piccola Gaia, che nel fare la pasta ha intuito quanto il lavoro possa avere il sapore del gioco>> sintetizza la sua tesi, in apparenza avveniristica, in realtà molto perspicua nel buio del presente. Perché riportare il lavoro all’andamento ciclico e creativo del gioco? Che cos’ è il gioco? Che cosa significa nell’attività umana giocare?
<<Il gioco è attività e creatività - e tuttavia ha qualche somiglianza con le cose eterne e quiete. Il gioco interrompe la continuità, interrompe il corso del continuo riferirsi della nostra vita a scopi finali, differisce dagli altri modi di condurre la vita, implica una distanza>> (Fink, 2008, p.19). Il libro di Eugen Fink, da cui è tratta la citazione, si intitola “Oasi del gioco”, perché il giocare inoltra in una dimensione che implica una distanza, uno spazio speciale nella quotidianità della vita. Nella distorsione simbolica di cui noi tutti siamo vittime lavorare equivale ad agire e stare nel tempo; giocare significa sprecare il tempo, abbandonarsi ad esso in un’attività marginale. La menomazione simbolica ci rende anche ciechi nel vedere che cosa è così affascinante del gioco: la sua autotelicità, la sua socialità. Forse la questione del tempo, che è la risorsa più scarsa nell’attuale esistenza degli uomini e delle donne, ci aiuta a comprendere la tesi del saggio di Alberto Peretti: <<propongo di adottare una prima fondamentale, anche se non particolarmente originale, distinzione tra tempo cronologico e tempo autotelico. Il tempo cronologico è il tempo della performanza, il tempo processualmente utilizzato in vista del risultato. [...] Il tempo autotelico è all’opposto il tempo dell’esistere. Della libera realizzazione di sé. E’ il tempo dell’autonomia, in cui l’attività è svincolata dai risultati e il senso dell’agire è intrinseco ai comportamenti. E’ il tempo del benessere>> (Peretti, p. 180) Finché si continua a percepire il benessere come raggiungimento di risultati e la felicità come tempo ben impiegato affinché tali risultati si trasformino in beni d’uso, il lavoro rimarrà solo una dimensione di performanza.
Si potrebbe obiettare all’autore che da più di un secolo uomini e donne sono stati costretti a sopravvivere nel tempo cronologico della performanza, non avendo altri orizzonti, né risorse a cui appellarsi o fare riferimento. Credo sia un’obiezione attendibile, i tempi tristi della contemporaneità la confermano. Ma l’obiezione si pone dentro quell’universo simbolico da cui l’intero libro ci insegna a diffidare: l’umanità di noi si ricrea e lascia tracce nel tempo che abitiamo. Se il nostro tempo è per lo più occupato dal lavoro, allora è in questo lungo segmento che la giocosità dell’esser nostro deve riapparire.
Fink E., Oasi del gioco, Raffaello Cortina Editore, Milano 2008
Peretti A., I giardini dell’Eden, Liguori Editore, Napoli 2008
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