La lotta di classe è finita?
Risorse umane di Laurent Cantet
di Angelo Giusto
Laurent Cantet, vincitore della Palma d'oro al Festival di Cannes del 2008 con il film La classe (Entre les murs), è un regista particolarmente sensibile al tema del lavoro, da lui affrontato in Risorse umane (Ressources humaines, 1999), premio César per la migliore opera prima, che parla della lotta di classe alle soglie del ventunesimo secolo, e A tempo pieno (L’emploi du temps, 2001), Leone d'oro a Venezia, un film sul dramma della perdita del lavoro.
Risorse umane racconta la storia del giovane Franck, studente di Economia Aziendale a Parigi, che torna nella sua città natale, in Normandia, per uno stage manageriale nel reparto risorse umane della fabbrica in cui lavorano come operai il padre e la sorella.
Il padre di Franck, operaio vecchio stampo, ormai vicino alla pensione, pur orgoglioso per la scalata sociale del figlio, si dimostra fiero del proprio lavoro e ci tiene subito a ribadire che «il lavoro è diverso dalla scuola: ci vuole serietà». Egli ha trovato nel lavoro il modo per dimostrare la sua competenza e la sua professionalità e per questo è in piena sintonia con le rigide regole che vigono in fabbrica, con un controllo asfissiante cui sono sottoposti gli operai e con la netta divisione fra controllori e controllati; dice infatti al figlio, che vorrebbe mangiare in mensa con gli operai: «Non bisogna avere troppa confidenza, perché poi non si può più controllare».
Sembra quasi che Cantet abbia voluto delineare, nel vecchio operaio, la figura di chi vive bene, con pienezza e soddisfazione, la sua vita lavorativa, solo per la sua devozione, fra l’ottuso e il grato, alle logiche padronali, che badano esclusivamente al profitto.
Argomento all’ordine del giorno nelle fabbriche francesi era a quel tempo l’introduzione di un orario settimanale di lavoro di 35 ore, voluta dal governo socialista di Lionel Jospin per aumentare l’occupazione e diventata poi legge a partire dal 1° gennaio 2000.
Ed è proprio su questo tema che Franck, da poco arrivato in fabbrica, assiste ad un incontro-scontro fra la dirigenza e i rappresentanti sindacali, fra cui spicca la signora Arnoux, sindacalista comunista della Confédération General du Travail. Colpisce particolarmente che le posizioni, pur nettamente contrapposte, siano paradossalmente accomunate dal fatto che entrambe le parti vedono aspetti positivi e negativi dell’introduzione delle 35 ore solo da un punto di vista quantitativo. «Noi vogliamo che le 35 ore portino ad un aumento dell’occupazione», sostiene un rappresentante sindacale. «Conosciamo le vostre posizioni: lavorare meno e guadagnare di più», controbatte il direttore, sostenendo invece che «è interesse dei lavoratori che l’azienda faccia profitti alti». Mai si fa riferimento ad un miglioramento complessivo della qualità della vita e del lavoro come conseguenza dell’introduzione di un orario di lavoro ridotto. E, soprattutto, la logica sindacale sembra perseguire un obiettivo contrapposto, sì, a quella padronale, ma senza tener conto delle reali esigenze dei lavoratori, senza entrare in rapporto profondo con loro, ma piuttosto considerandoli come oggetti da manovrare. Fra gli operai non c’è stato un dibattito sul tema delle 35 ore e i sindacati non l’hanno certo sollecitato: «non abbiamo occasione di parlare qui» dice il padre di Franck al figlio che gli aveva chiesto che cosa ne pensasse.
Tanto che, quando Franck propone al direttore (che accetta ben volentieri, pensando di operare una spaccatura nei lavoratori) di somministrare a tutti gli operai un questionario sull’applicazione delle 35 ore per “ascoltare la base”, la signora Arnoux sostiene l’illegalità dell’azione (solo i rappresentanti sindacali possono esprimere le posizioni degli operai, non gli operai stessi, rispondendo ad un questionario somministrato dalla direzione) e si adopera per boicottarla, accusando Franck di fare il gioco del padrone e di essere un arrivista. Così Franck si attira l’ostilità dei rappresentanti sindacali e la benevolenza del direttore, che cerca di sfruttare la situazione per i suoi fini.
Nonostante l’opposizione dei rappresentanti sindacali, il questionario viene distribuito. Per elaborarne i risultati Franck si serve del computer della direzione del personale e scopre così che è stato deciso di robotizzare il reparto saldatura ed è già stata preparata una lettera di licenziamento per 12 operai, fra cui suo padre. È la risposta padronale all’imminente introduzione delle 35 ore.
Sconvolto dalla scoperta, Franck capisce che di essere stato manipolato dal direttore e lo assale verbalmente in modo violento. Poi comunica il licenziamento al padre e si mette in contatto con la sindacalista, che non gli risparmia un’amara considerazione: «Mi dispiace per tuo padre, ma è la stessa storia. Ci svegliamo solo quando siamo coinvolti personalmente».
Franck, pur spinto da motivi che hanno molto di personale e poco di politico, ormai ha deciso da che parte stare: nottetempo, aiutato da Alain, un operaio di colore con cui ha stretto amicizia, entra in fabbrica, stampa la lettera di licenziamento e l’espone sulla porta d’ingresso, così che tutti, il giorno dopo, possano vederla.
Licenziato dal direttore, Franck si schiera a fianco degli operai e dei rappresentanti sindacali, che indicono uno sciopero per bloccare la produzione. Ma il padre, pur sapendo che verrà licenziato, rifiuta di unirsi alla protesta, mantenendo fino alla fine la sua dignità di operaio ligio e devoto. In fondo, e anche un po’ paradossalmente, è proprio lui, al contrario del figlio, ad essere mosso da motivi più “politici” che personali.
Gli operai hanno occupato la fabbrica e Franck comunica all’amico Alain che farà ritorno a Parigi, per concludere gli studi universitari. «Quello è il tuo posto», gli dice Alain. E Franck: «E tu quando parti? Qual è il tuo posto?»
Il finale del film è aperto e induce alla riflessione.
Può essere letto in modo amaro: non solo la classe operaia non va in paradiso, ma non sa neanche dove andare. E Cantet, parlandoci della lotta di classe, ci parla anche della fine dell'ideologia operaia e delle battaglie sindacali.
Oppure si vuole affermare la centralità e l’importanza della lotta di classe, anche se i suoi protagonisti, e soprattutto gli operai, sono in cerca di una nuova collocazione. Vengono in mente le parole di John Holloway in Che fine ha fatto la lotta di classe (Manifestolibri, 2007): «Se vogliamo cambiare la società, dobbiamo pensarla come qualcosa creata dalle persone e che le persone stesse possono cambiare».
È a partire dalle persone, dalle risorse umane cui fa riferimento il titolo del film, che è possibile cambiare la società; e questo cambiamento è necessario, perché, sostiene lo stesso Holloway, «la lotta di classe non è mai stata tanto crudele e violenta come lo è oggigiorno».
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