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Romanzo dell'empatia (assente), definerei Cecità. Come molti forse tutti i romanzi di Saramago. La vicenda è presto detta. Una misteriosa forma di cecità colpisce ad uno gli abitanti di una grande città. Dapprima sono casi sporadici, poi l'epidemia si diffonde e l'intera popolazione perde la vista. Ciò che segue si scolpisce per sempre nella memoria del lettore. La mancanza della vista porta uomini e donne a perdere ogni senso del rispetto, di sé e degli altri, mentre giorno dopo giorno svanisce ogni forma di solidarietà, di affetto, di umanità. La cecità porta ben presto all'indifferenza, alla sopraffazione, alla violenza. Viaggio nelle tenebre dello spirito umano, la vicenda dei ciechi diventa la cronaca allucinata e impietosa di una caduta nel buio della coscienza.
Film sull'empatia (assente), definirei Dogville. In una sperduta cittadina giunge una ragazza, è spaventata, sembra in fuga, da qualcuno, da qualcosa. Viene ospitata e lei ricambia l'intera comunità con affetto e gratitudine. Chiede di essere accolta, di poter restare e la gente del posto accetta in cambio della sua disponibilità a compiere lavori e servizi per le diverse famiglie. Poi tutto muta. La sua disponibilità e la sua posizione così fragile vengono strumentalizzate, la giovane viene sfruttata, umiliata, sottoposta alle peggiori nefandezze, fino a diventare una sorta di schiava pubblica, al totale servizio della comunità. La tremenda vendetta finale perpetrata dalla ragazza non fa che accrescere il senso di sottile angoscia che sin dall'inizio si impossessa dello spettatore.
Romanzo e film rappresentano splendide occasioni per riflettere su un tema importante forse decisivo per la riflessione filosofica contemporanea: l'empatia appunto.
Le due opere invitano ad andare ben oltre una concezione romantica e sentimentale del sentire l'altro e permettono anzi di individuare tre letture, spesso confuse e o sovrapposte del concetto di empatia:
1.empatia come dispositivo emotivo - cognitivo,
2.empatia come dispositivo esistenziale,
3.empatia come dispositivo etico.
La prima interpretazione dell'empatia fa esplicito riferimento alle riflessioni ad essa dedicate da Edith Stein. Possiamo intendere l'empatia come fondamento di ogni atto (della mente, della volontà, del giudizio, ecc.) con cui viene colta la vita psichica degli altri. Mi rendo cioè conto e sento in me che l'altro è. <<E' il modo specifico in cui "incontriamo" l'altra, l'altro, ci rendiamo conto che [.] non solo le sue mani, ma anche il suo cuore "trema", che non solo il suo volto è inciso dalle rughe, ma che lei, lui "si sente" vecchia, vecchio>> Boella, Buttarelli p. 67. E' cioè un "rendersi conto", rimanendone colpiti, del dolore o della gioia altrui, ma senza intellettualismi, non oggettivandoli, non rappresentandoli e neppure considerandoli come mere cose a noi esterne, ma facendosi coinvolgere, "vivere" e attraversare da essi. L'empatia è un ampliare la propria esperienza accogliendo le emozioni e i sentimenti di un altro, incontrandolo ed entrando in relazione con lui. E' una fondante esperienza interiore in cui ci si rende conto dell'esistenza di altre esperienze interiori, rendendosi capaci di accogliere gioie e dolori altrui, "allargandosi", facendo posto in noi per le realtà vissute degli altri.
Una seconda possibilità interpretativa intende l'empatia come un percepire la relazione profonda che collega ciascuno agli altri. Sento cioè che l'altro è a me collegato. Empatia è quell'originaria corresponsabilità di cui parla Jaspers, <<che fa sì che ciascuno sia in un certo senso corresponsabile per tutte le ingiustizie e i torti che si verificano nel mondo, specialmente per quei delitti che hanno luogo in sua presenza o con la sua consapevolezza>> Jaspers, 1966, p.22. Empatia è un compartecipare, un sentirsi parte, un vedersi negli altri, uno stare in intimità profonda con i propri simili in una "zona comune" di sentita coappartenenza esistenziale.
"Consonanza rispetto a fondamentali accordi d'umanità": così si può definire l'empatia da un punto di vista etico. Sento cioè che l'altro è attraverso ciò che mi lega a lui. Non solo accorgersi dell'altro cogliendone l'alterità, non solo coappartenere a un comune, ma generico consorzio umano, piuttosto accogliere l'altro incontrandolo su un terreno di fondamentali e fondanti valori di rispetto e dignità personale. Empatizzare significa in questo senso accogliere l'altro all'interno di un comune ethos, di una coappartenenza valoriale. Mi pare che solo a condizione di avere identificato e fatto propria tale piattaforma etica ci è davvero permesso di vibrare con il dolore o la gioia degli altri, in quanto espressioni di una riconosciuta e accettata dimensione di dignità umana. Come infatti fare posto all'altro se non lo si vede come intrinseco fine e se si accetta di vederlo come strumento? Come sentirsi corresponsabili se, umiliandolo, gli si nega il riconoscimento di un'autonomia esistenziale? Come sentirsi coinvolti dell'altro se quest'altro non è innanzitutto percepito all'interno di un comune sentire di decenza, rispetto, riconoscimento reciproco? Secondo me non siamo diventati ciechi, - dice verso la fine del romanzo uno dei protagonisti di Cecità - secondo me lo siamo, Ciechi che vedono, Ciechi che, pur vedendo, non vedono.
Che cosa accade se viene minata e spezzata la condizione empatica che consente di vedere l'altro, di farne davvero esperienza? In entrambe le opere troviamo splendidamente descritti i baratri della coscienza quando si verifica la drammatica rottura di quell'articolato sentire, pensare, agire che permette la componente intersoggettiva e relazionale dell'essere umano.
Riferimenti bibliografici
L. Boella, A. Buttarelli, Per amore di altro, Cortina, 2000
K.Jaspers, La questione della colpa, Cortina, 1996
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