Maggio 2011

Maggio 2011

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Laboratorio MATERIA E COLORE

2011 carcere di Padova


di Rachele Mari-Zanoli



In quest’articolo l’artista elvetica Rachele Mari-Zanoli descrive la sua esperienza di laboratori di pittura nell’ambito del progetto Materia e Colore nelle carceri Due Palazzi di Padova svoltasi nel 2011. Rachele Mari-Zanoli descrive le emozioni che ha provato in prima persona e riporta alcuni accenni alle riflessioni nate durante lo svolgimento del laboratorio con i ristretti (ad esempio sul quanto sia reale un’immagine nel nostro cervello rispetto a una nella realtà). L’artista descrive inoltre i principi cardini sui quali è stato costruito il laboratorio e i prossimi passi del progetto Materia e Colore con i detenuti del carcere di Padova.


Quando mi si chiede come artista di descrivere la mia esperienza di laboratori di pittura nelle carceri non ho una sola descrizione o una sola emozione da raccontare, ne ho molte. E mi sembra che queste descrizioni ed emozioni assumano diverse connotazioni a seconda della situazione che sto vivendo e delle riflessioni nelle quali mi trovo immersa nel preciso istante in cui mi si chiede di descrivere l’esperienza.

Ma c’è un punto che posso sicuramente e senza riserve riportare come artista e come fruitrice d’arte: l’esperienza nelle carceri è stata intensa e meravigliosa sia dal punto di vista umano sia artistico! (ammesso che i due aspetti – l’aspetto umano e quello artistico - siano scindibili).

Nello stare con i ristretti mentre dipingevano ho percepito e mi è stata trasmessa una fortissima ventata di voglia di libertà e colore che raramente riscontro negli altri laboratori, neppure quando lavoro con i bambini. Una fortissima voglia di immergersi nel quadro, nel dipingere un bisogno quasi fisico di colore. I temi nei loro quadri inizialmente erano paesaggi. Perlopiù ognuno ha scelto di dipingere scene che si ricordava dalla vita prima della reclusione. I campi dove amoreggiava con la fidanzata, la Basilica della piazza del paese che vedeva dalla finestra di casa, un prato fiorito vicino al quale passava spesso. È stato interessante mentre dipingevano discutere. Tra i vari argomenti che abbiamo toccato con Michele è emerso ad esempio quello del reale e dell’immaginario, riferito nel caso specifico alla Basilica della piazza del paese che Michele stava raffigurando. L’autore difatti si ricordava molti particolari della Basilica e l’aveva dipinta in modo quasi fotografico. Ma non si ricordava cosa c’era davanti al cancello, questo ci ha dato spunto per fare qualche riflessione su quanto sia reale un’immagine nel nostro cervello rispetto ad una nella realtà. Ad una risposta conclusiva  non siamo arrivati, ma abbiamo concluso che ci piace pensare che la nostra memoria sia altrettanto reale dell’immagine visiva fotografica attuale. E che quindi la Basilica come Michele se la ricorda può anche avere un cancello che forse non ha, ma resta comunque reale.

Un altro argomento è stato quello del figurativo. Abbiamo parlato di quanto sia diverso dipingere in modo figurativo dal non farlo. Se dipingo in modo figurativo faccio capo ai ricordi, pianifico il quadro, è un attività sotto controllo. Se dipingo “astratto” (non amo il termine astratto preferisco parlare di “concreto”) mi lascio andare e questo è difficile, non racchiudo le emozioni in una forma, in un vissuto e potrebbero emergere emozioni che non voglio provare, che non voglio rivivere. Per dipingere “non-figurativo” e “concreto” ci vuole coraggio, non è immediata come espressione pittorica come potrebbe sembrare. Se ne è accorto bene un ristretto che ha osato immergersi in un quadro lasciando correre il colore, le forme e le emozioni, a opera finita ha avuto un motto di gioia quasi incontenibile e ha detto: ce l’ho fatta! Gli ho detto: si, sei stato coraggioso. Per dipingere cosi ci vuole coraggio. Era felice e fiero di se stesso. E io fiera di lui. Ha scoperto un altro modo di espressione che potrà approfondire e sperimentare all’infinito.

I ristretti che hanno partecipato al mio laboratorio hanno dipinto in modo per quanto possibile svincolato, non ho dato un tema, non ho dato modi e neppure tempistiche. Nel senso che un quadro poteva essere iniziato ma anche non iniziato, portato a termine ma anche non portato a termine. Ho messo a diposizione del materiale (tele, colori acrilici, tempere, pezzetti di legno, colla, sabbia e pezzettini di corda) abbiamo coperto dei tavoli con giornali e ho lasciato che ognuno iniziasse o non iniziasse a suo piacimento a dipingere. Naturalmente mi sono brevemente presentata, ma questo più come benvenuto al gruppo che come introduzione a una classe d’arte.

Sono stata accolta sin dal primo momento con grande interesse e voglia di fare. Devo in particolar modo ringraziare due persone condannate all’ergastolo che sono in carcere da molti anni, Mario e Fulvio. Entrambi hanno apportato un contributo fondamentale e mi hanno fatta sentire a mio agio anche se l’ambiente come ben ci si può immaginare non é dei più accoglienti. Queste due persone oltre che a farmi ambientare hanno anche contribuito in modo discreto e rispettoso alla formazione del gruppo. Parlo di formazione di gruppo in quanto il carcere di Padova è molto grande  e ci sono diverse sezioni, molti detenuti del mio laboratorio non si erano ancora incontrati fra loro prima di allora.

Penso che nella vita i ritmi (e non solo) siano dettati da regole, da orari e da costrizioni imposte sia dall’esterno che auto imposte. In particolar modo nelle carceri non è facile e neppure scontato trovare un momento per stare con se stessi e non è sempre facile esprimersi. Non sempre con le parole riusciamo a dire quello che proviamo o che vorremmo dire. L’arte ci dà la possibilità di esprimerci con un altro canale che non le parole. Penso che spesso chi ha esercitato violenza sia anch’egli in un qualche modo oggetto di un trauma, e riconoscere ed oltrepassare un trauma non è evidente. A volte l’arte può farci stare meglio.

Non giudico in quanto non sta a me giudicare. I ristretti sono già stati giudicati e stanno scontando una pena, io mi rivolgo a loro come persone.

Io non interpreto i disegni e non li valuto. Questo potrebbe a primo acchito sembrare irrispettoso da parte mia in realtà è proprio il contrario. Rispetto l’artista e l’atto artistico. La libertà è fondamentale.

Quello che abbiamo fatto, ci è venuto spontaneo, come il fatto di scambiarci opinioni. Non tanto sul bello e il brutto ma sull’uso del colore, i ricordi, insomma quello che ci veniva in mente in quel momento. Senza forzature.  Senza presunzione di valutare, convincere o modificare.

L’arte è stato un mezzo per stare insieme, per formarci come gruppo e conoscerci e anche per stare con noi stessi. Dipingendo siamo entrati in contatto in modo semplice e naturale, senza forzature né di modi né di tempi. Abbiamo rispettato i nostri spazi e abbiamo lavorato con il vicino o con noi stessi solo se ci sentivamo di farlo.

L’individuo e il gruppo sono determinanti per lo svolgersi del laboratorio. Nel caso delle carceri di Padova entrambi agivano con grande partecipazione. Ho avuto la fortuna di poter lavorare con persone che già amavano e praticavano l’arte. Alcuni di loro dipingono da oltre 30 anni con grande intensità. Ma quello che era denominatore comune nel gruppo era il grandissimo amore per l’arte. La voglia di dipingere.

Nelle carceri non è semplice dipingere non solo a causa della difficoltà di reperibilità dei materiali ma anche e soprattutto a causa del riconosciuto problema di grave sovraffollamento, di mancanza di spazi. Chi dipinge in genere lo fa in cella seduto sul letto. Noi abbiamo avuto a disposizione la prima volta un’aula scolastica e poi l’auditorium che abbiamo subito trasformato in un atelier. Con poco materiale ma con tanto spirito artistico. Poi quando i quadri hanno cominciato a nascere… be è diventato un vero atelier. Con l’odore di pittura e lo spirito creativo degli artisti. Il fermento della voglia di fare.

Il laboratorio è andato molto bene e devo dire che anche i lavori prodotti superano di gran lunga quello che avrei potuto aspettarmi. Non avevo aspettative, tengo molto a ribadirlo, non era importante il risultato bensì il fare. Devo ammettere che la qualità, il talento e l’impegno accompagnati dall’esperienza e dall’esercizio e dalla forte motivazione di ognuno mi hanno profondamente impressionata. Motivo per cui ho pensato di proporre di organizzare una mostra a settembre 2011 a Padova con i lavori prodotti dai carcerati. La mostra sarà a Padova cosi che forse qualcuno degli artisti potrà essere presente all’inaugurazione. E sarà a settembre cosi da dare il tempo a me e a Christian Costantino di organizzarla. Il Dottor Christian Costantino é la persona che ha reso possibile questi laboratori. È stato “educatore di rete” per anni ora è Professore all’Università e conosce a fondo la realtà carceraria. Il potermi rivolgere a lui inizialmente come consulente ma poi molto presto come persona amica è stato per la riuscita del progetto fondamentale. Christian è una persona splendida, ricca e di conoscenza e di un’umanità che va oltre. Basti vedere l’accoglienza che gli agenti e il personale delle carceri, oltre che i detenuti, gli hanno riservato nel rivederlo. Girare con lui per i lunghi corridoi del carcere era come girare col Papa. Ogni persona lo riconosceva e teneva a salutarlo. Grazie Christian.

Un particolare grazie va parimenti al Direttore della Casa di Reclusione di Padova, Dott. Salvatore Pirruccio, e al Responsabile e coordinatore dell’Area educativa del medesimo istituto, Dottoressa Lorena Orazi che hanno reso possibile la realizzazione di questo progetto al Due Palazzi di Padova. Un ringraziamento va anche alla Dottoressa Paola Simona Tesio, giornalista e critico d’arte che ha redatto un commento critico su ognuno dei lavori prodotti durante i laboratori. Lavori che come dicevo verranno esposti a settembre 2011 e che sono già in vendita. Il ricavato andrà ad opere di beneficenza. Da parte mia ho proposto di devolverlo ai ristretti ma questi hanno espressamente richiesto di non beneficiare personalmente di eventuali utili di vendita, perciò mi adeguo alle istruzioni ricevute. Per informazioni relative all’acquisto potete rivolgervi a info@rachelemarizanoli.com.

Da ultimo, ma non come importanza un grandissimo grazie va ai ragazzi del Due Palazzi che resteranno sempre nel mio cuore con i loro colori, grazie.

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