Direttore responsabile:
Alberto Peretti
Comitato di redazione:
A.Peretti, E. Zamarchi
9
 aprile 2009
In questo numero:
di S. Bartolini 
• Etica della Terra e Dharma
di R. Burlando  
• Etica e senso del lavoro
di L. Falconi  
• Il lavoro e la Parola di Dio
di A. Margarino  
• Che cosa è la Felicità
di M. Nussbaum  
• Manifesto per un'economia e un lavoro eudaimonici
di A. Peretti  
• Si può essere felici senza saper desiderare?
di E. Zamarchi  
• Filippo Burzio,
un "Demiurgo" dimenticato?
di F. Zerbini  
• La lotta di classe è finita?
di A. Giusto  
• I Giardini dell'Eden
di E. Zamarchi  
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Filippo Burzio, un “Demiurgo”dimenticato?

di Floriana Zerbini

L'articolo vuole accendere l'interesse per un filosofo, Filippo Burzio,(Torino 1891-Ivrea 1948) che affidò ad una figura immaginaria - Il Demiurgo - il compito di trarre fuori l'uomo occidentale dalla velenosa separazione tra teoria e prassi. Separazione che può ricomporsi nell'esercizio quotidiano del vivere la realtà del lavoro e del pensiero, rintracciando in essa un positivo proporsi dell'essere sul piano creativo, propositivo e persino poetico.

Il 3 maggio 1997 muore a Torino l’ing. Antonio Burzio, unico figlio di Filippo Burzio, filosofo torinese inventore del Demiurgo, nonché primo direttore de La Stampa dopo la Liberazione. Figura ingiustamente poco conosciuta e quasi ignorata fuori (ma anche entro) i “confini” torinesi, eppure nota in Europa, non tanto per le doti di umanista e filosofo, ma “ahimé” per gli studi balistici che lo portarono ai più alti gradi del sapere tecnico-scientifico.
Ogni volta che rileggo qualche brano del Demiurgo mi chiedo che cosa abbia dato così “fastidio”, della sua riflessione filosofica, si da farne un “reietto” della memoria. Le risposte sono molteplici, ma le focalizzo in due direzioni. La prima è senz'altro dovuta al fatto che Filippo Burzio non è mai stato un personaggio facilmente etichettabile. Come il suo demiurgo egli “tende ad identificarsi con l'attività pura, quella cioè che varia e trapassa, impassibile ed alacre… è consapevole che nel “fare” esista una spiritualità che va oltre ai fini minuti dell'azione, agli esiti di una mera produzione materiale... va oltre anche alla cultura... per giungere alla vita.” La seconda è che la demiurgia, secondo una definizione dello stesso autore “... piuttosto che una filosofia è un’arte di vita, una dottrina pratica dell’attività”. Nel “Demiurgo e la Crisi Occidentale” del 1933 Burzio scrive: “non sappiamo se altre forze attive, se altre volontà, altre coscienze siano nell'universo, ma la nostra esiste!” (pag.161).
Non sarà che il demiurgo sia stato volutamente dimenticato proprio in quanto portatore di una filosofia “pratica” del lavoro, riletto come “luogo dell'accadere dell'essere?”. Burzio infatti si autoproclamò attraverso il demiurgo, strenuo difensore di un nuovo modo, creativo, autocosciente e spirituale, di intendere la quotidianità, il lavoro e la dignità del medesimo. Fautore di una nuova capacità trasfiguratrice della realtà, che si presentò ai suoi occhi contemporaneamente “concreta”, “necessaria” e allo stesso tempo spirituale e poetica; ma che poteva parere, vista superficialmente, ”furore idealistico-romantico”.

Scrive: “Tutto deve essere, più che si può presente e armonizzato in ogni attimo. Il demiurgo non vuole disarmonie, ma un fluire sereno e a tale scopo fa mille abili miscugli e combinazioni: tratta l'illustre come domestico e il domestico come illustre. La forma dello spirito demiurgico è sferica, non c'è una faccia che predomini: esso è l'energia pura, perennemente dialettica, che non si lascia mai colare in nessuna forma stabilmente, poiché ogni cristallizzazione è una crisi di stanchezza, o una debolezza di inerzia” (Discorso sul demiurgo, pag.168).
Filippo Burzio intuisce che la crisi della civiltà occidentale è dovuta a dei “vuoti di senso”, degli scollamenti tra teoria e pratica del lavoro. Analizza la spaccatura esistente tra il modo di agire del singolo e la sua vicenda esistenziale e suggerisce un diverso atteggiamento “demiurgico”, anche nei confronti del tempo e del nostro modo di “corrergli dietro”. Bisogna attraversare il tempo, anche quello che si trascorre lavorando, lasciandoci a nostra volta attraversare, ma consapevoli del “presente che siamo”, in tutti i momenti della nostra vita. “Bisogna lavorare sopra ogni attimo, non concepire la vita come una corsa tesa verso una meta e non sacrificare mai la corsa alla meta
(Ivi, pag.197 ).

“Bisogna imparare a Essere il più possibile! La demiurgia è il possesso del presente
(Ivi, pag.198). E’ il rispetto e l'ascolto del proprio ritmo interiore, è trasfigurazione di ogni istante. Vivere è un'attività pura che include ogni esercizio dell'essere, non vi è più antitesi tra vita attiva e vita contemplativa. L'una richiama l'altra, l'una è funzionale all'altra, in un rapporto reciprocamente dialettico - ermeneutico, non di causa ed effetto, non di soggetto-oggetto, ma di irradiazione dell'essere che, agendo, attribuisce senso non solo a ciò che fa, ma anche a ciò di cui è fatto, che così continuamente diviene: realizzando cioè al contempo l'uomo e il mondo.
Può sembrar facile parlare di “utopia” ma Burzio la concepisce come progetto realizzabile, come prospettiva non “grandiosa” e lontana, ma come già presente e insita nell'attività “pura” di coloro che sanno dar senso alla loro attività, qualunque essa sia. Ancora ne “Il demiurgo e la crisi occidentale” si domanda se questo modo di concepire l'attività quotidiana potrebbe estendersi a tutti gli uomini, e risponde “Credo di si.... Io stesso ho frequentato uomini semplici in cui affiorava come un magico inconscio: uno specialmente mi colpì, un marmista o scalpellino di lapidi mortuarie, che conobbi quand'era sui quarant'anni, e rividi immutato dieci anni dopo. Sereno, sempre nella sua bottega, dover recarsi nei cimiteri campestri era per lui una vera festa; sostava allora a sentire i passeri cinguettare nelle belle macchie funebri, ronzare gli insetti intorno ai rosai... lavorava felice...” (p. 185).
Ma Burzio non era un ingenuo, o uno snob, aveva capito che forse era ancora possibile creare una relazione di senso comune tra demiurgo e demos, cioè tra attività individuale e organizzazione sociale, ma per farlo occorreva un processo di crescita interiore, qualcosa come una “spiritualizzazione della materia”, non in senso mistico e distaccato dalla realtà, ma in un senso “magico”, cioè nella capacità di trasfigurare la realtà quotidiana nei suoi tratti profondi, in qualcosa di vero che facesse piacere vivere! Scrive in Demiurgo e Demos: “Se gli operai presso le loro macchine sognassero, anziché soffrire la loro vita di otto ore non trasformerebbero il loro lavoro in una grande favola? Se le fabbriche si riempissero di uomini di Dio che lo servissero in letizia che ci potrebbero fare gli industriali? Diranno che son troppo brutti luogo e compiti per alimentare un sogno felice? Ma lo spirito è fatto apposta per trasfigurare le apparenze, ci siamo qua noi per questo! Un demiurgo rispetto a un uomo semplice può anche definirsi uno che aiuta a sognare”.
Anche Gesù, secondo Burzio, (ma anche Nietzsche lo pensava) fu sopratutto uno che riuscì a portare il cielo in terra, riunendoli in una dimensione di felicità che santificava ogni momento: dal lavoro al riposo, dalla nascita alla morte. “L'essere umano ha bisogno per essere felice, di gusto della vita e di fede nell'azione: due anime albergano nel nostro petto, il temporale e l'eterno, la favola e la storia”. Il demiurgo non rinuncia, non pone aut aut, resta nel campo dell'intermedio, della sfumatura, non cede la sua universalità. Il suo atteggiamento, o meglio quello che Burzio ci indica è di “distacco e amore,” due poli che si ricongiungono “Restar nel tempo ma con animo eterno. L'eternità è fatta di tempo, non rinnegate per l'eternità il tempo, né per il tempo l'eternità”. In questo monito vi è un esplicito invito a lavorare per il mondo, in modo consapevole, creativo, felice e propositivo.

Anche come giornalista, Burzio dettò le regole del “far cultura” giorno per giorno dalle pagine dei giornali. Levò la voce dalla terza pagina de La Stampa, in una Torino che puzzava ancora di bombardamenti. Quando nessuno aveva il coraggio di riprendere in mano il quotidiano più letto della città, lui lo fece, senza retorica ma con concreta volontà di ricostruire, non solo i palazzi, le case, le fabbriche ma soprattutto il pensiero, soprattutto la persona, e di farla consapevolmente tornare alla vita. Un pensiero nato dalla riflessione su qualcosa di più vasto, grandioso e rovinoso della stessa guerra: “la crisi della civiltà occidentale”. Fin dai primi anni del Novecento Burzio aveva affidato al Demiurgo il compito di arginare quella crisi, ed egli divenne nella sua filosofia il punto fermo da opporre sia all’uomo “collettivo” di ispirazione più o meno bolscevica e marxista, sia al superuomo nietzschiano deprecato in quanto “sfrenato individualista”.
La figura del “demiurgo” è dunque quella di un tipo d’uomo ideale nato come sintesi di qualità e tendenze antitetiche: il senso della realtà e la magicità della vita, due polarità non separate ma confluenti eternamente l'una nell'altra in un processo marcatamente dialettico. Dal punto di vista politico il demiurgo muove una disincantata critica alle ideologie, aderendo alla teoria paretiana delle derivazioni secondo la quale esse non sono altro che “travestimenti logici di sentimenti e motivi non logici”, ma non disconoscerà mai il potente ascendente sugli uomini e sulle classi sociali, di tali “travestimenti”. Le élites dell’occidente si servono delle ideologie per far politica, non esiste un politico che possa farne senza, in quanto esse muovono il consenso, l’adesione dei singoli, destinata poi a trasformarsi in azione politica. Una politica fatta soprattutto dalle élites che hanno compiti e responsabilità nei confronti delle masse, mentre il demiurgo vuol porsi al di sopra delle fazioni e dei partiti. Il demiurgo è un filosofo!
Con l’avvicinarsi della fine della guerra mondiale il “Demiurgo”, sfollato con il suo autore in Canavese, si farà sempre più “maestro di vita spirituale” da intendersi non nel senso mistico- ascetico che il termine potrebbe evocare, ma in stretto riferimento alla capacità speculativa e pratica di generare azioni “pure”. Filippo Burzio indica alle élites occidentali, attraverso l’esempio del demiurgo, una nuova direzione capace di correggere quello che egli individua come l’orientamento freddamente materialistico, da una parte, e l’attivismo tutte esteriore, dall’altra. Tutto ciò che interiormente, negli “anni silenziosi” del conflitto mondiale, era avvenuto nel demiurgo, ora Burzio lo scrutava accadere nella società e lo riconosceva incarnarsi nel nuovo liberalismo del quale andava tracciando i postulati. L’ideale della felicità conseguito demiurgicamente diveniva lo stesso fine politico che il liberalismo assumeva su di sé, le élites incarnavano sia la forza materiale, in quanto detentrici di capitali ed interessi, sia quella morale- intellettuale perché in grado di investire nel sociale tali forze.
La prima Repubblica della quale fu testimone e alla quale dedicò una raccolta di scritti giornalistici, dal titolo, Dalla Liberazione alla Costituente - Repubblica anno Primo, rappresentava ai suoi occhi il capolavoro demiurgico della coscienza delle nuove élites emergenti. In esse il ruolo dei giornalisti, dunque della stampa e della informazione era rilevante. In un articolo del 29 agosto 1947 intitolato “Scrittori e Giornalisti” Filippo Burzio risponde all’accusa rivoltagli , di essere, in quanto giornalista, “uomo di due parole” e difende il giornale come luogo nel quale è possibile “dare estensione alle proprie idee” e contesta apertamente la possibilità che “la cura della diffusione in superficie, cioè tra vaste masse di lettori, nuoccia alla più lenta, ma più efficace, penetrazione in profondità”. L’attualità della riflessione sta nell’aver saputo cogliere l’importanza di parlare da quelle due differenti “tribune”, così le chiama, del giornale e del libro, entrambi importanti ai fini della costruzione di una cultura, ma anche dell’educazione politica di un popolo. “Sono gli articoli che costruiscono i libri”, questo scriverà prima di morire e profeticamente apparirà postumo il suo ultimo libro “Dal superuomo al Demiurgo” fatto di tanti tasselli messi insieme giorno per giorno, articolo per articolo.

Che curioso Filippo Burzio, uomo d'azione oltreché di pensiero, che credette nell'uomo e nella sua capacità di lavorare, che seppe immaginare una comunità consapevole di se stessa, che visse sfollato ad Ivrea gli anni della deportazione nazista, morì come Adriano Olivetti da solo, per un malore, nel vagone di un treno. Magicità della vita? O fine demiurgica., in coerente movimento verso L'Essere?