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Si può essere felici senza saper desiderare?
di Elisabetta Zamarchi
Questo articolo si rivolge a tutti coloro che sono coinvolti in professioni relazionali, in primis ai genitori di figli adolescenti. L’incapacità di desiderare è un effetto tragico dell’ educazione massiccia dei media alla logica di mercato, che ha fatto diventare la “vita tutta un mercato”. Poiché si impara a desiderare altro se qualche cosa d’altro viene fatto apparire da chi guida i più giovani nella loro crescita, a questi “chi” è affidato il compito di ricreare l’attitudine al desiderio. Non basta che pochi o poche teorizzino la necessità del mutamento e mostrino un impensato: l’impensato diviene un pensabile se i più giovani ne subiscono il fascino.
PAROLE CHIAVE: pochezza simbolica, eudaimonia, beni relazionali, ricreazione del desiderio
La pochezza della vita divenuta tutta un mercato
Nel suo ultimo libro “Al mercato della felicità”, Luisa Muraro mostra la stridente contraddizione tra la promessa di felicità delle società del benessere e la povertà spirituale di chi si ritrova senza desideri e pieno di bisogni materiali che interamente non possono essere compensati mai, tanto meno nella crisi attuale.
<<Nella cultura che cambia senza andare avanti, in un’economia che cresce e si espande, ma non fa crescere né la gioia né il senso di sicurezza, nel disfarsi delle vecchie certezze cui subentrano nuove e più grandi paure, nella vita che sembra tutta un mercato, con l’umanità stretta tra il troppo e il troppo poco (di cibo, di lavoro, di notizie), traspare un’intuizione[…]:il reale non è indifferente al desiderio e non assiste indifferente alla passione del desiderare>>(Muraro, 2009, p.8) Ciò che è venuta a mancare, scrive l’autrice, è la capacità simbolica di leggere la realtà in altro modo, di mettere in parole il desiderio di felicità: se nell’orizzonte simbolico dell’occidente felicità equivale al possesso di beni o alla performatività nel lavoro, quale etica del benessere è pensabile per i singoli e le singole?
<<Non polemizzo contro l’idea di progresso, la mia polemica è semmai contro la sua pochezza, ossia contro il guardare in una sola direzione, quella che volta le spalle al <<prima>>. […] Troppe risposte, troppe razionalizzazioni, troppa vigilanza. Sono il sintomo di una debolezza, temo, nella quale traspare una deficienza della civiltà occidentale moderna, quella di un benessere obbligatoriamente collegato ad uno sviluppo unilaterale, connaturata al suo prepotente universalismo e fonte di una crescente insicurezza, bramosa com’è di assimilare l’altro nella misura in cui non è disposta a passare in altro>>.(muraro, 2009, p.40). In che cosa consiste la pochezza dell’idea di progresso così come si è delineata dal positivismo ottocentesco fino alla post modernità? Nel fatto che ci si é abituati tutti, uomini e donne dell’occidente, a pensare e sperare sempre nella direzione di una razionalità efficientista, relegando in una vaga percezione di oscurantismo i periodi storici precedenti.
In ogni campo del nostro vivere, dalla scienza, all’economia, alla comunicazione interpersonale vi sono troppe risposte razionali: troppe risposte sono sempre il sintomo di una debolezza. Lo sperimentano anche i genitori di fronte ai perché invasivi dei loro figli bambini (gli adolescenti non chiedono più nulla) che le tante risposte persuasive non acquietano. Lo sanno gli insegnanti che verificano l’inefficacia delle spiegazioni razionali quando i loro studenti si sottraggono all’impegno scolastico o alla relazione pedagogica. Nell’un caso e nell’altro la razionalità delle risposte non serve a modificare i comportamenti, né a far nascere il desiderio di una progettualità personale. Traspare così, sempre parafrasando la citazione del testo, che la civiltà occidentale è debole, com’è spesso debole qualunque messaggio unilaterale che fonda la sua assertività sulla bontà o verità dei suoi fondamenti pregressi. È’ come dire che la civiltà occidentale è divenuta autoreferenziale, tanto che per difendersi assimila ogni alterità, spesso respingendola come differenza pericolosa, perché altri canoni non possiede.
Se questa è la cornice che delimita ogni nostro desiderio e che circoscrive ogni nostra asserzione, come si fa a pensare un benessere in termini di eudaimonia, ovvero di una felicità sinonimo di pienezza e vitalità? Com’è pensabile un benessere inteso non come possesso statico di beni ma come riuscitezza, che <<consiste quindi nel protendersi sulle cose e sugli altri, nell’entrare attivamente in uno spazio che ci conviene e che offre le giuste possibilità alle nostre capacità>>? (Peretti, 2008, p. 115)
La prospettiva relazionale in economia
Un richiamo alla necessità di un ripensamento del concetto di benessere, contro l’idea del profitto come unico criterio di valore, viene dalla riflessione di economisti sul tema delle relazioni “non strumentali” e sulla categoria di “bene relazionale”, riflessione riportata nel Numero 6 di questa rivista in un’efficace sintesi di Luigino Bruni.
La società post moderna, o post industriale che dir si voglia, sottolinea l’importanza di dimensioni quali la creatività, la qualità della vita, la soggettività e il benessere individuale in una prospettiva che mette in luce il valore della reciprocità e della relazione, intesa non più come mezzo ma come fine. (Bruni, p.2) A fianco di tali categorie compare anche quella di bene comune, ovvero il <<bene della relazione stessa tra persone>>, altra cosa rispetto al concetto di bene totale: <<mentre il bene totale è una somma di interessi individuali, il bene comune è piuttosto il prodotto degli stessi. Ciò significa che il bene comune è qualcosa di indivisibile, perché solamente assieme è possibile conseguirlo>> (Zamagni, 1) Tuttavia il concetto di bene comune non appartiene più al lessico dei messaggi quotidiani, non è un valore di riferimento per le vite e le azioni della maggioranza delle persone che lavorano e faticano per sopravvivere. Questo allora fa pensare che <<non sono il mercato e lo scambio monetario in sé il vero problema. È l’elezione di essi ad equivalenti unici e assoluti di significato e di valore>> (Peretti, p. 123)
Colpisce il fatto che voci appartenenti a diversi universi di riferimento teorico, quello della filosofia e quello dell’economia, rilevino l’inadeguatezza, per non dire la povertà, degli strumenti concettuali propri delle reciproche tradizioni per dare al presente una nuova apertura. Gli strumenti concettuali del razionalismo si rivelano insufficienti per permettere al pensiero e alla creatività individuale di leggere la realtà oltre la logica del progresso finalizzata all’ampliamento del mercato.
Poiché l’istanza di inserire i beni relazionali tra le categorie economiche emerge già alla fine degli anni ottanta del secolo scorso, ben prima cioè che si profilasse l’entità dell’attuale crisi, ciò significa che in trent’anni ha preso forma una dimensione simbolica divergente rispetto alla logica ancora attuale e dominante. Se la passione del desiderio di guardare la realtà oltre le risposte iscritte in tale logica riesce a far intravedere tempi e spazi di mutamento, allora il mutamento è possibile. Allora forse si può parlare di eudaimonia come ricerca di pienezza di sé nel lavoro, senza che tale affermazione appaia utopica; si può aver fiducia che gli individui possano ridivenire persone desideranti.
Ricreare l’attitudine al desiderio
Non credo esista possibilità di aprire spazi di pensiero e di mutamento se non modificando i comportamenti individuali: siamo abituati a pensarci come individui isolati e artefici del proprio destino entro un orizzonte infinito di possibilità. Da tempo è sparita, nelle famiglie e nella scuola, l’educazione alla dimensione relazionale ed i più giovani crescono senza che nessuno mostri loro, vivendo, che quel che sono nell’attualità della loro esistenza è dato solo grazie alla relazione con qualcuno o qualcuna. E che la reciprocità relazionale rappresenta l’unica salvaguardia contro il rischio di divenire individui seriali se non gregari.
Tutti i totalitarismi della storia hanno perseguito, indipendentemente dalla loro matrice ideologica, un’unica regola, quella di rendere gli individui identici, estirpando la radice storica ed affettiva del loro essere persone. Ma <<ciò che è vivo non ha copie. Due persone, due arbusti di rosa canina non possono essere uguali, è impensabile… E dove la violenza cerca di cancellare varietà e differenze, la vita si spegne>> (Grossman V., 2008, p. 13/14)
Nel XXI secolo vi è un’omologazione implicita, determinata dalla globalizzazione e dalla standardizzazione dei desideri che rende gli individui identici nei bisogni ma poco capaci di desiderare oltre ciò che è presentato come desiderabile. Crescere in quest’orizzonte simbolico ristretto, che non offre possibilità di parole alternative per pensarsi e per pensare, vuol dire non conoscere spazi per domande divergenti. Non solo perché le parole mediatiche sanno sempre rilanciare, con messaggi efficaci sul piano della comunicazione, un’unilaterale immagine di benessere (nonostante la crisi, l’esaurimento delle risorse e i dissesti ambientali), ma soprattutto perché non vi sono nel mondo adulto comportamenti divergenti a cui fare riferimento.
Ciò che la riflessione teorica di economisti e filosofi fa apparire non può restare patrimonio di pochi ma non perché così la creatività di alcuni resterebbe confinata negli anfratti della realtà di tutti, ma perché la realtà di tutti ha bisogno di nuovi desideri e di speranza. Credo spetti a chi vive in contatto con i più giovani il compito di riattivare in loro la capacità simbolica di desiderare oltre i confini dei desideri legittimati. Prima di tutto di far sentire, con il comportamento, con il cambiamento delle abitudini quotidiane nel lavoro e nell’esistenza privata, che il benessere è una questione pubblica e non privata. In secondo luogo di far apparire che <<il fine della nostra azione non può essere che quello di assumere su di noi i processi di dispiegamento, di resistenza, di creazione che si fanno strada nella nostra epoca e per la nostra epoca>> (Benasayag, Del Rey, 2007, p.130)
Ricreare l’attitudine al desiderio, forse è l’unica via per restituire la capacità di vedere i processi di creazione che si fanno strada nella nostra epoca. O per inventarne di nuovi.
Per approfondire:
Benasayag M, Del Rey A., Elogio del conflitto, Feltrinelli, Milano, 2007
Bruni L. ,I beni relazionali, in MA, rivista on line di filosofia applicata ai mondi del lavoro, n. 6
Grossman V, Vita e destino, Adelphi, Milano 2008
Muraro L, Al mercato della felicità, Mondatori, Milano 2009
Peretti A, I giardini dell’eden, Liguori, Napoli 2008
Zamagni S, Il bene comune oggi: un impegno che viene da lontano, relazione alla Conferenza Episcopale Italiana, 2007
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