Direttore responsabile:
Alberto Peretti
Comitato di redazione:
A.Peretti, E. Zamarchi
9
 aprile 2009
In questo numero:
di S. Bartolini 
• Etica della Terra e Dharma
di R. Burlando  
• Etica e senso del lavoro
di L. Falconi  
• Il lavoro e la Parola di Dio
di A. Margarino  
• Che cosa è la Felicità
di M. Nussbaum  
• Manifesto per un'economia e un lavoro eudaimonici
di A. Peretti  
• Si può essere felici senza saper desiderare?
di E. Zamarchi  
• Filippo Burzio,
un "Demiurgo" dimenticato?
di F. Zerbini  
• La lotta di classe è finita?
di A. Giusto  
• I Giardini dell'Eden
di E. Zamarchi  
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Manifesto per un’economia e un lavoro eudaimonici.

di Alberto Peretti

La crisi economica impone una svolta radicale nel modo in cui viene tradizionalmente concepito il lavoro: occorre renderlo dimensione capace di produrre ricchezza materiale, e contemporaneamente autentico e completo arricchimento esistenziale.

E’ indubitabile che il nostro Paese debba ripartire, tornare a fiorire. Serve a tal fine che le varie parti sociali stendano un rinnovato Patto Sociale. In grado di ricompattare le forze del Paese attorno ad un traguardo comune. Intercettare e orientare la crescente domanda esistenziale è strategico per la nostra crescita economica e sociale. E’ quindi necessario riunire il Paese attorno a un’idea forte di civile convivenza, a partire da cui possa avviarsi un serio processo collettivo di riprogettazione esistenziale. Ma attorno a quale nucleo concettuale tentare una convergenza di interesse e di impegno?

Perché un Patto Sociale sia credibile occorre che le sue fondamenta poggino su una chiara proposta di civiltà. La civiltà occidentale ruota attorno ad alcuni snodi concettuali. Uno di essi è senza dubbio l’idea della vita buona, il diritto – dovere per ciascuno di noi di progettare e di costruire la propria vita all’insegna di una civile felicità, cioè la propria personale pienezza in sintonia con virtuose dinamiche di relazionalità e reciprocità. Un grande processo di concertazione sociale è possibile riunendo forze e attori sociali attorno al progetto di una concreta e praticabile civile felicità, attorno a un’idea di vita - individuale e collettiva - piena e appagante. Parlare di felicità può essere fonte di fraintendimento. Meglio forse ricorrere a un termine meno usurato, che, seppur risalente alla tradizione classica greca, è più fresco e maneggevole. Con il termine “eudaimonia” i Greci antichi intendevano una vita realizzata, compiuta, completa. Vita eudaimonica è una vita degna di essere vissuta in quanto capace di essere in sintonia con le più profonde caratteristiche dell’essere umano

Da dove partire per realizzare una vita eudaimonica, il ben essere individuale e collettivo? La mia proposta è: dalla sfera economico produttiva, in particolare dal lavoro! Dalla sfera apparentemente più compromessa con l’insensatezza tecnico produttiva. Il valore di una qualsiasi proposta di civiltà si misurerà non da quanto marginalizzerà il lavoro, ma da quanto saprà e riuscirà a metterlo al proprio centro. Non cercando il ben essere attraverso il lavoro, considerato come semplice momento e strumento produttivo o di arricchimento materiale, ma nel lavoro, inteso e valorizzato in quanto luogo di buona esistenza. Lavoro al contempo capace di essere occasione di crescita materiale e contemporaneamente spirituale, etica, estetica, relazionale.

E’ necessario, e con la massima urgenza, interrompere il drammatico processo di de-esistenza che il lavoro ha subito negli ultimi venticinque secoli. Processo che ha sottratto all’attività produttiva ogni valenza che non fosse sottomessa al principio di prestazione (produzione di beni o servizi all’interno di un autistico gioco di equivalenza monetaria). Occorre avere il coraggio di compiere il ribaltamento prospettico considerato eretico da tanta parte del pensiero occidentale: lo sviluppo integrale delle capacità dell'uomo non va cercato dopo o senza il lavoro, una volta assolte e risolte le sue necessità. L'essere umano è chiamato a incontrare la sua umanità mentre rende davvero umane le sue necessità materiali. Diventa tanto più uomo quanto più aspira ad esistenziare tutte le sue espressioni, a cominciare dal lavoro produttivo. Al fine di farne occasione di buon esistere.

Il lavoro reso eudaimonico (riprogettato eudaimonicamente nelle sue dinamiche, nei suoi tempi, nelle sue logiche) può senza dubbio essere la dimensione in cui e da cui innescare il processo finalizzato a riformulare nei diversi ambiti sociali le regole del nostro vivere civile.
L’eudaimonia lavorativa risiede nel riconoscimento e nella valorizzazione di una serie di specifiche capacità-funzioni caratterizzanti una vita lavorativa degna di essere vissuta. Il ben essere lavorativo eudaimonico consiste quindi in una condizione di vita lavorativa, una vita compiuta, in cui le capacità proprie di ciascuna persona possano trovare, nei diversi contesti, espressione e maturazione.

Il paradigma di vita lavorativa eudaimonica, fondato su una prospettiva di rinnovato personalismo, scaturisce dall'esplicita adesione ad alcuni assi concettuali, propri di una serie di tradizioni culturali. Tra esse:
Il pensiero e la civiltà greca per quanto concerne:
La definizione del carattere politico e relazionale dell’essere umano;
Il discorso (logos) inteso come collante sociale ed espressione privilegiata dell'uomo;
Il concetto di kosmos, universo regolare e armonico, a cui l'essere umano appartiene e con cui sente di essere in un rapporto di intima comunione;
L'uso autonomo, libero e sistematico della ragione per indagare se stessi e il mondo.
Il pensiero e la civiltà cristiana per quanto riguarda:
La dignità assoluta di ogni singolo essere umano inteso in quanto persona.
L'Illuminismo in quanto a:
Definizione dell'essere umano come portatore di diritti fondamentali inalienabili e universali;
Necessità per l'uomo di andare alla ricerca di un significato per la propria esistenza terrena;
Legittimità dell'aspirazione individuale alla felicità – ben essere;
Fiducia nella maturazione individuale e sociale raggiungibile attraverso il sapere e la cultura.

Il modello eudaimonico che propongo da una parte prevede un radicamento antropologico e culturale (per la sua appartenenza dichiarata alle diverse tradizioni culturali che fanno, in modi e forme diverse, dei concetti di completezza e di persona uno dei loro tratti costitutivi; elemento questo che evita ad esso l’obiezione di astrattezza e anonimato. Dall’altra, per alcuni metavalori che lo caratterizzano (ad esempio il dialogo e il rispetto), risponde ad una richiesta di liberalismo politico astratto. In certo modo coniuga liberalismo e una prospettiva allargata e matura di comunitarismo, universalismo e contestualismo.

Il paradigma eudaimonico si riflette in un particolare modo di interpretare le imprese e il sistema produttivo, all’interno di un mutato scenario di impegni etici e di responsabilità imprenditoriali da cui emerga il ruolo e la funzione dell’impresa civile.
In breve:
L’agire economico d’impresa deve essere finalizzato a tradurre in progresso sociale e in crescita civile i risultati del processo produttivo.
Le imprese e le organizzazioni a vocazione civile, sia private che pubbliche, possono e devono responsabilmente assolvere alla loro funzione di motori della crescita materiale, morale e civile del Paese. Devono ridiventare produttrici di civiltà, la civiltà del ben essere, della qualità del vivere, la civiltà dell’eudaimonia.
L’impresa deve cessare di essere autoreferenziale. Deve contribuire, insieme agli altri attori sociali, allo sviluppo eudaimonico del Territorio e alla generazione del bene comune.

I fini dell’impresa sono da considerarsi “irriducibili” all’indice dei profitti o della produttività.
Le logiche di mercato costituiscono lo sfondo e il contesto dell’agire di impresa, ma non ne rappresentano il fine ultimo. Devono essere intese come condizioni e regole di gioco a partire da cui elaborare strategie di più elevata qualità del-nel lavoro, al fine di raggiungere obiettivi di ben essere individuale e collettivo.

L’agire produttivo deve essere costantemente ulterioriorizzato da una vocazione spirituale a cui va ricollegato l’agire economico.
Un’economia de-moralizzata e priva di una rinnovata carica etica rappresenta una strada senza sbocco. Occorre dichiararlo con grande forza: le forze materiali e il capitale accumulato devono essere messi al servizio di forze spirituali. Obiettivi di crescita quantitativa vanno integrati, e talora sostituiti, con traguardi di perfezionamento esistenziale. La misurazione dell’agire in termini di “quanto vale” va costantemente affiancato da considerazioni circa il “che cosa esso vale”, alla luce di un progetto di eudaimonia individuale e collettiva.
Come dichiarato più di mezzo secolo da un imprenditore (Adriano Olivetti) che solo oggi incomincia a venire adeguatamente compreso, valori quali Persona, Rispetto, Verità, Giustizia, Bellezza vanno considerati come realistici e perseguibili traguardi di un agire economico reso motore del più profondo arricchimento (non solo materiale, ma etico e spirituale) dell’essere umano.

Il lavoro non deve solo essere in grado di produrre beni, servizi e ricchezza materiale. Deve piuttosto produrre completa e articolata buona esistenza.
L’efficacia, l’efficienza, la produttività devono essere intesi come fattori strumentali e funzionali al miglioramento delle complessive condizioni esistenziali delle persone che lavorano, alla piena esplicazione delle loro capacità fondamentali.
Il sistema produttivo deve essere capace di rendere di qualità totale i beni e i servizi prodotti perché capace di rispettare la dignità dell’esser umano e quindi di arricchire e appagare in maniera completa la mente e il cuore e lo spirito degli esseri umani impegnati nei processi produttivi.

Un grande processo di autentica buona crescita è possibile riunendo forze e attori sociali attorno all’idea di ben essere esistenziale, individuale e collettivo. Enormi giacimenti intellettuali, morali, civili giacciono inutilizzati, spesso in paurose condizioni di abbandono. In ogni settore e ambito. Generando un clima di apatia che talvolta sfocia nell’indifferenza o nel cinismo.
Il nostro è da troppo tempo un Paese fondato sullo spreco. Occorre un chiaro segnale di inversione di marcia: non distruggere, non sprecare risorse. In primo luogo risorse umane!.
Attorno all’idea di ben essere esistenziale possono risvegliarsi e coagularsi, al di là di interessi di parte o di pregiudiziali ideologiche, le forze produttive sane del Paese. Dall’idea di eudaimonia nel lavoro il sistema produttivo italiano può ricavare nuovo impulso, dando speranza e vigore all’intero Paese.
Il ben essere lavorativo eudaimonico costituisce un fertile terreno comune di dialogo in cui far proficuamente incontrare Mondo Imprenditoriale e Forze Sindacali, in cui seminare e far germogliare virtuosamente, e contemporaneamente, logiche di efficacia-efficienza e di valorizzazione-tutela delle persone.

Il capitale eudaimonico di un’organizzazione – cioè l’insieme delle procedure e dei processi di qualità del vivere da essa attivati – costituisce il suo vero e profondo patrimonio intangibile.
Un buon tasso di eudaimonia lavorativa rappresenta il fattore in grado di rendere non effimero, non volatile e non superficiale il capitale intellettuale dell’organizzazione, cioè l’insieme delle sue risorse intellettuali, procedurali e relazionali.
L’autentico ben essere lavorativo costituisce un bene intangibile da cui non si può più prescindere per rendere le imprese italiane davvero innovative e civilmente competitive.
Il capitale eudaimonico costituisce l’elemento strategico per rendere durevole, stabile e radicato il processo organizzativo di ricerca della qualità autentica, dell’efficacia e dell’efficienza non effimera

In un periodo di forte competizione internazionale, in contesti dove il prodotto italiano deve fronteggiare una massiccia concorrenza, le aziende devono rispondere rivedendo il loro concetto di qualità. L'eudaimonia lavorativa, considerata come strategico bene intangibile, rappresenta il punto di svolta.
Il ben vivere per cui l'Italia va ancora famosa nel mondo, può diventare l’elemento caratterizzante i prodotti realizzati nel nostro paese. Capace di dar loro una nuova e diversa competitività.
Un oggetto o un servizio non sono solo delle merci: in essi si può ascoltare l'eco di un modo di lavorare che costituisce anche uno stile di vita.
E' su questo terreno, quello della finalità e del senso eudaimonico non solo del prodotto, ma dell’intero processo produttivo, che l’Italia e l'Europa potranno ritrovare lo slancio per riposizionarsi sul mercato mondiale in una posizione non di retroguardia.

Una politica del lavoro fondata sul traguardo del ben essere può giocare un ruolo importante sul versante della sicurezza e del contenimento degli incidenti sul lavoro.
La sicurezza è un traguardo imprescindibile che va raggiunto non solo attraverso opportuni provvedimenti legislativi, ma riconnettendo il mondo del lavoro ai principi e alla cultura della vita buona. Cioè attraverso una svolta culturale fondata su una rinnovata proposta di civiltà del lavoro, che intenda il lavoro come uno spazio e un tempo dove trascorrere nel modo più degno e più arricchente un’esistenza davvero umana.
La sicurezza può diventare un valore e un obiettivo solo per imprenditori e lavoratori che sentano il lavoro come una dimensione dove pienamente esistere; non come un luogo dove parcheggiarsi in attesa di vivere la propria umanità dopo e oltre (dove e quando poi?), ma come un’occasione preziosa per far armonicamente incontrare la propria personale fioritura, l’altrui crescita, lo sviluppo del tessuto economico e sociale in cui si vive e si opera.
Il paradigma eudaimonico è in grado di costituire il quadro teorico di riferimento per recepire e tradurre operativamente gli obiettivi di salute dell’OMS, gli indirizzi delle comunicazioni e degli accordi europei in fatto di salute e qualità della vita, le disposizioni in fatto di ben essere psico fisico che caratterizzano il T. U. 2008 e i più recenti accordi interconfederali.