Direttore responsabile:
Alberto Peretti
Comitato di redazione:
A.Peretti, E. Zamarchi
9
 aprile 2009
In questo numero:
di S. Bartolini 
• Etica della Terra e Dharma
di R. Burlando  
• Etica e senso del lavoro
di L. Falconi  
• Il lavoro e la Parola di Dio
di A. Margarino  
• Che cosa è la Felicità
di M. Nussbaum  
• Manifesto per un'economia e un lavoro eudaimonici
di A. Peretti  
• Si può essere felici senza saper desiderare?
di E. Zamarchi  
• Filippo Burzio,
un "Demiurgo" dimenticato?
di F. Zerbini  
• La lotta di classe è finita?
di A. Giusto  
• I Giardini dell'Eden
di E. Zamarchi  
Tutte le Recensioni
Eventi
Numeri Precedenti
Contattaci
   

Che cosa è la Felicità?

di Martha Nussbaum

L’articolo della Nussbaum - presentato in forma completa dalla studiosa in occasione del convegno “Eudaimonia e felicità civile” organizzato ad Aosta nel dicembre 2008 da Fabbrica Filosofica e qui tradotto per la prima volta in lingua italiana - affronta con estrema lucidità alcune decisive domande inerenti l’idea di felicità, individuale e collettiva. Il concetto di eudaimonia, se applicato alle dinamiche sociali e quindi al lavoro, apre promettenti strade per coniugare le dinamiche produttive con la ricerca di una vita davvero felice.


Per Bentham la felicità non è altro che il piacere. Kahneman, in linea generale, ne condivide il punto di vista. Alcuni psicologi sono invece molto più sottili. Il concetto di “felicità autentica” di Seligman, ad esempio, sottende sia i concetti di emozione positiva sia di buona azione.1 Ma come sono correlati questi due elementi? Sono entrambi necessari o sufficienti ai fini della felicità? Uno è più importante dell’altro? E ancora: l’emozione positiva deve essere collegata in modo corretto alla buona azione, una sorta di provare piacere nel compiere una buona azione?

Ecco cosa avrebbe risposto Aristotele: l’attività è decisamente la cosa più importante e il piacere scaturisce come conseguenza naturale del compiere buone azioni, e la persona virtuosa è chi svolge tali attività buone. Il piacere accompagna l’azione e la completa alla maniera di come, utilizzando le sue parole, il rossore sulle guance di un giovane in buona salute. Questo esempio implica anche che sarebbe assolutamente sbagliato separare il piacere dall’azione per ricercarlo da solo: non sarebbe più il rossore sulle guance di un giovane in buona salute, ma piuttosto il fard sulle guance di una persona che non si è preoccupata di coltivare la propria salute. E Aristotele ritiene anche che, talvolta, il piacere può non arrivare: ad esempio, un uomo coraggioso che rischia la propria vita in battaglia è felice, ma non è animato da alcuna emozione di piacere dal momento che rischia di perdere tutto. Il poema di Wordsworth “ The Character of the happy warrior”, (1806) è da questo punto di vista molto aristotelico. Descrive il “guerriero felice” come "felice" proprio perché agisce secondo virtù, anche se non prova piacere, anzi è sommerso da una buona dose di dolore.

Wordsworth si dimostra essere estremamente importante, in quanto con lui ci rendiamo conto di quanto fosse predominante l’idea aristotelica di felicità fino a che Bentham contribuì a modificare il modo in cui molti sentono e percepiscono la parola inglese "happiness", felicità. La forza oscurante della semplificazione operata da Bentham è risultata essere così potente che la domanda a cui Wordsworth riteneva di dover trovare risposta, e alla quale dedica ben 85 versi, ‘cosa sia effettivamente la felicità‘ appare ben presto agli occhi dei filosofi seguaci di Bentham come una domanda la cui risposta è talmente ovvia da non meritare di essere posta seriamente. Così Henry Prichard, filosofo di inizio XX secolo, sebbene acerrimo oppositore dell’utilitarismo, fu talmente influenzato dal concetto di felicità di Bentham da postulare che ogni filosofo che parli di felicità debba identificarla con il piacere o la soddisfazione. Quando Aristotele si chiede cosa sia la felicità, sostiene Prichard, in realtà non si pone la domanda che sembra porsi, perché la risposta a quella domanda è assolutamente ovvia: la felicità è appagamento o soddisfazione. Anziché chiedersi che cosa sia la felicità, avrebbe dovuto chiedersi ‘quali siano i mezzi strumentali che producono la felicità’.2 Nietzsche, in modo analogo, ritiene che la felicità sia (senza ombra di dubbio) uno stato di piacere o appagamento ed esprime il proprio sdegno verso gli inglesi che perseguono questo obiettivo, e non altri più virtuosi, come il soffrire per un più nobile motivo o il continuo lottare... Ignaro dell'assai più ricca tradizione sulla felicità ben rappresentata dalla poesia di Wordsworth, prese l’idea di Bentham come la teoria inglese della felicità. Allo stesso modo, anche se molto più tardi, si comporta il sociologo finlandese Erik Allardt, attaccando l’idea che la felicità potesse essere lo scopo della pianificazione sociale e intitolando il suo libro ”Having, Loving, Being” (“Avere, amare, essere”), cose attive che ritiene essere più importanti della soddisfazione, considerata dai finlandesi, figli del romanticismo nordico, assolutamente non importante.3 Come Nietzsche, anche lui interpreta la "felicità" degli scienziati sociali come uno stato di piacere o soddisfazione (ha ragione per quanto riguarda gli scienziati sociali, non per quanto riguarda la "felicità").

La concezione di felicità di Aristotele è invece più ricca e complessa, ed è ancora presente nelle nostre vite. Sicuramente idee come quella di Seligman di “felicità autentica” ne catturano in parte l’essenza.4 Secondo la tradizione aristotelica, ciò su cui tutti possiamo essere d’accordo è che la felicità (eudaimonia) sia qualcosa di simile alla fioritura dell’essere umano, un modo di vivere attivo, comprensivo di tutto ciò che ha un valore intrinseco, completo in se stesso, nel senso che non gli manca nulla di ciò che lo potrebbe rendere più ricco o migliore. Tutto il resto circa la felicità è controverso, sostiene Aristotele, che poi prosegue proponendo un concetto di felicità che la identifica con una pluralità specifica di azioni dotate di valore, tra cui le azioni espressioni di eccellenze 5 di vario genere: eccellenze etiche, intellettuali e politiche, oltre che le attività legate all’amicizia e all’amore. Il piacere, come ho già detto, non coincide con la felicità, ma solitamente (non sempre) accompagna la libera esecuzione delle azioni che sono alla base della felicità.

Molto simile a questa è l’idea di Wordsworth quando si chiede, per ognuna degli ambiti della nostra vita, quali siano il carattere e la condotta del “Guerriero felice”.[...] Come ha scritto, con parole assolutamente indimenticabili, J L. Austin in una critica feroce a quanto affermato da Prichard su Aristotele, "non credo che Wordsworth intendesse: 'Questo è il guerriero che prova piacere'. Sicuramente, egli è 'destinato ad accompagnarsi con il Dolore / E la paura e il sangue, in una processione miserabile'". Secondo J. L. Austin, l’elemento importante del Guerriero felice è che questi possiede i tratti che lo mettono in condizione di compiere tutte le principali azioni della propria vita in modo esemplare, e che agisce in conformità a tali tratti. È quindi moderato, gentile, coraggioso, amabile, un buon amico, impegnato nella comunità, onesto,6 non eccessivamente attaccato all’onore o alle ambizioni mondane, un amante della ragione, della patria e della famiglia. Vive una vita felice perché piena e ricca, anche se talvolta può comportare dolore e perdite.

Seligman sarebbe d’accordo con Aristotele e Wordsworth, secondo i quali il guerriero felice è davvero felice? Oppure per lui il guerriero felice ha bisogno non solo dell’attività buona ma anche di emozioni piacevoli? La concezione aristotelica di Seligman non ci dà la risposta definitiva, ma Kahneman, che sulla scia di Bentham evita semplicemente queste domande accontentandosi del piacere, non va certo più lontano. (Faccio notare che il guerriero felice è felice, perchè è in grado di agire in modo corretto; tuttavia Aristotele riteneva che eventi estremi, potessero “allontanare” dalla felicità annullando la libertà di azione di ognuno. L’esempio portato da Aristotele è quello di Priamo alla fine della guerra di Troia, privato dei figli, della libertà e del potere politico, oltre che della libertà personale.7)

Se ci rendiamo conto che la felicità è un’idea complessa, siamo in grado di affrontare un’altra domanda legata alla sua analisi: la felicità richiede un autoesame? Gli antichi filosofi non sono d’accordo con la maggior parte delle comuni interpretazioni dell'eudaimonia, sostenendo che la vita non è veramente felice se non è accompagnata dalla riflessione. Come sostiene Socrate nell’Apologia, “Una vita senza esame non è degna di essere vissuta per nessun essere umano". Nei dialoghi di Platone si vede chiaramente quanto sia controversa quest’enfasi. Quando si deve definire una virtù (considerata come figlia putativa della felicità), non si include mai l’elemento di conoscenza o riflessione, almeno fino a quando Socrate non ci dimostra pazientemente che qualsiasi definizione che tralasci questo aspetto è inadeguata. Riflettendoci, tuttavia, sono assolutamente d’accordo con Socrate. [...] Wordsworth è in linea con la tradizione socratica: la "legge" del guerriero felice “è la ragione.” Egli "dipende da quella legge come dal suo migliore amico" e desidera diventare sempre "più abile nella conoscenza di sé".

L’impegno in relazione alla riflessione implica un esame continuo e critico delle credenze e delle autorità culturali. Socrate interroga chiunque incontri e nessuno ne esce bene. Lo stesso Socrate se la cava meglio solo perché è consapevole dell’incompletezza e della fallibilità della sua conoscenza della felicità. Sebbene i filosofi greci di epoca successiva siano più pronti di Socrate a pronunciarsi su cosa sia la felicità, essi non hanno più fiducia nella loro cultura e sono critici implacabili delle definizioni di felicità predominanti all’epoca. Aristotele critica aspramente l’indebita attenzione elargita all’accumulo della ricchezza, al piacere e all’onore virile. Gli stoici sono critici in egual misura. [...] L’omissione dell’elemento “riflessione” nella felicità è uno degli aspetti più preoccupanti della disinvoltura concettuale della moderna psicologia degli stati mentali soggettivi, nella misura in cui pone le basi per obblighi normativi. La nostra democrazia presenta molti dei vizi identificati da Socrate nella sua democrazia: fretta, machismo, eccessiva deferenza verso benessere e onori. Abbiamo decisamente bisogno dell’elemento “riflessione”, ma se esimi psicologi ci ripetono all’infinito che la riflessione non è un elemento necessario per una vita felice, potremmo finire per crederci.
(Traduzione a cura di Luigino Bruni)

NOTE:

1 - Seligman, Authentic Happiness: Using the New Positive Psychology to Realize Your Potential for Lasting Fulfillment (New York: The Free Press, 2002).

2 - H. A. Prichard, "The Meaning of agathon in the Ethics of Aristotle," Philosophy 10 (1935) 27-39, famously discussed and criticized in J. L. Austin, "Agathon and eudaimonia in the Ethics of Aristotle," in Austin, Philosophical Papers, ed. J. O. Urmson and G. J. Warnock (Oxford and New York: Oxford University Press, 1979), 1-31. My account of Prichard follows Austin's, including his (fair) account of Prichard's implicit premises.

3 - Erik Allardt, Att ha, alska, att vara: Om valfard i Norden (Having, Loving, Being: On Welfare in the Nordic Countries (Borgholm: Argos, 1975. A brief summary of some of the argument in English can be found in Allardt, "Having, Loving, Being: An Alternative to the Swedish Model of Welfare Research," in The Quality of Life, ed. M. Nussbaum and A. Sen (Oxford: Clarendon Press, 1993), 88-94. (The original language of the book is Swedish because Allardt is a Swedish-speaking Finn.)

4 - For an excellent recent analysis, arguing that the Aristotelian view captures best our intuitive sense of what happiness is, see Robert Nozick, The Examined Life (New York: Simon and Schuster, 1989), chapter 10.

5 - I thus render Greek aretê, usually translated "virtue." Aretê need not be ethical; indeed it need not even be a trait of a person. It is a trait of anything, whatever that thing is, that makes it good at doing what that sort of thing characteristically does. Thus Plato can speak of the aretê of a pruning knife.

6 - Here we see the one major departure from Aristotle that apparently seemed to Wordsworth required by British morality. Aristotle does not make much of honesty. In other respects, Wordsworth is remarkably close to Aristotle, whether he knew it or not.

7 - See my treatment of this passage in The Fragility of Goodness: Luck and Ethics in Greek Tragedy and Philosophy (Cambridge: Cambridge University Press, updated edition 2001), chapter 10.