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Il Lavoro e la Parola di Dio
intervista al pastore Paolo Ricca
di Annalisa Margarino
Recentemente ho avuto occasione di incontrarmi con Paolo Ricca, noto pastore valdese, conosciuto per la sua profondità spirituale e teologica e per la sua conoscenza della storia del cristianesimo e delle Scritture. Ho voluto rivolgere a lui alcune domande che mettessero a tema, a partire dalla sue riflessioni, il rapporto tra lavoro e Parola di Dio, il senso della comunione dei beni nelle prime comunità cristiane come paradigma di condivisione delle ricchezze e, infine, il problema della precarietà di questo tempo. Non ho volutamente tralasciato all’inizio dell’intervista, però, due domande utili per la contestualizzazione della nascita del movimento valdese, fondamentali per inquadrare la direzione delle sue risposte successive e la sua sensibilità, oltre che per comprendere il legame fondamentale tra movimenti religiosi e società civile ed economia.
Le risposte che dà alle singole domande il Pastore ritengo che possano offrire provocazioni e riflessioni tutt’altro che superficiali anche per le questioni aperte, sociali ed economiche, in questo tempo che viviamo.
1.Quali sono le cause e i motivi storici che hanno spinto la nascita del movimento valdese?
Si può dire che il movimento valdese come anche quello francescano, come ha detto uno storico modernista italiano, Ernesto Buonaiuti, sono stati una sorta di sciopero spirituale nei confronti del boom che la società del XII-XIII secolo stava sperimentando soprattutto con l’emergere della nuova classe dei ‘mercanti’. Alla nascita del capitalismo commerciale, non è un caso che Francesco fosse figlio di un mercante e che Valdo fosse un mercante lui stesso. Nei due casi si trattava di famiglie ricche, abbienti, nelle quali la scelta della povertà ha un risvolto polemico o di testimonianza cristiana nei confronti del momento in cui fiorisce una nuova economia che è di mercato, dove, appunto, la figura centrale è il mercante. La caratteristica ancora più grande è che Valdo e Francesco hanno applicato, alla condizione cristiana, per lo meno come loro l’hanno vissuto, il modello tipico del mercante, il cui tratto tipico principale è l’itineranza. Il mercante è un uomo che si sposta. Loro hanno reinventato questo modello, rispetto alla condizione originaria del cristianesimo: Gesù e gli apostoli erano degli itineranti, tutta la loro missione è avvenuta attraverso un’itineranza che è una categoria biblica con una sua storia.
Il popolo ebraico è un popolo errante. Non ha posto dove sistemarsi e interpreta le diverse stazioni della sua itineranza in funzione della sua missione, cioè si sente continuamente spostato di qua e di là sullo scacchiere della storia, perché deve portare il nome di Dio. Dunque, la scelta della povertà ha un valore non soltanto di adesione al modello evangelico di un Gesù che non ha dove posare il capo, ma viene anche da questi vagabondi della fede che lavorano…
2.Che concezione del lavoro si aveva all’interno del movimento valdese? Quale concezione era la concezione dell’economia mercantile di allora? Quale era la sua provocazione alla società del tempo?
All’interno del movimento valdese ci fu una dialettica sul problema del lavoro, perché i valdesi francesi, quelli originari, fecero un voto di povertà, non monastico, escludendo appunto il lavoro e vivendo dell’ospitalità dei seguaci, mentre i poveri lombardi, come vengono chiamati i valdesi italiani, crearono delle specie di cooperative di lavoro per sostenere i missionari che andavano in giro a predicare. I valdese lombardi consideravano il lavoro come qualcosa di degno, buono, come un mezzo per sopravvivere e per permettere ai predicatori di non lavorare.
L’evoluzione del movimento valdese, dal momento in cui dovette entrare in clandestinità, a motivo della scomunica e dell’ostracismo per cui è vissuto come un movimento sotterraneo, clandestino, underground, stemperò queste caratterizzazioni forti dei primi decenni, ma fino al 1532 è rimasto il modello della predicazione itinerante dei predicatori che si chiamavano ‘barbi’ e che venivano mantenuti dalla comunità o attraverso l’ospitalità o in altre forme. Il modello è quello del discorso di Gesù ai dodici quando li manda in missione secondo il capitolo 10 del Vangelo di Matteo dove c’è una serie di indicazioni che vengono date e loro le hanno seguite più o meno alla lettera. E questo ministero itinerante è stato il vincolo che ha permesso a questa comunità clandestina, segreta e in estreme difficoltà, di rimanere viva. I valdesi sono stati condannati, all’inizio, perché hanno rivendicato la libertà di predicare pur essendo laici. All’inizio non c’era alcun problema di carattere teologico-dottrinale. L’obiezione fondamentale dei valdesi, come anche dei francescani che hanno una storia un po’ diversa, era la stessa. L’idea fondamentale era la vita apostolica. Quello che loro volevano fare alla Chiesa di allora riguardava il come dovrebbe essere la vita cristiana, non la dottrina. Non la dottrina, ma la vita per loro va malissimo perché la Chiesa è mondana, perché c’è la simonia, soprattutto. La povertà ha anche questo risvolto polemico contro la simonia che era il grande affare, il grande business della Chiesa del tardo-medioevo, e quindi praticamente era tutta una compravendita di titoli, di uffici, dignità, funzioni.
La dimensione laica del movimento non è stata mantenuta fino in fondo, perché questi ‘barbi’ a un certo punto hanno iniziato a confessare e ricevere le confessioni. In un primo tempo il valdismo era solo un discorso di vita. Come vivono i cristiani? La risposta è: c’è il sermone sul Monte. Non uccidere, non fare la guerra, abolire la pena di morte e poi soprattutto non giurare. Il giuramento era il cemento della società medioevale e tutti erano legati a tutti gli altri attraverso giuramenti. Quando i valdesi per seguire alla lettera la parola di Gesù non giuravano era veramente un attacco alla società, uno smantellamento del cemento di questa società gerarchica, perché se io non giuro fedeltà al principe sono ribelle, perché venivano rotti tutti i rapporti gerarchici e di dipendenza. Aveva un effetto dirompente.
3.Quale passo dell’Antico o del Nuovo Testamento, secondo Lei, fa emergere meglio il rapporto tra fede e lavoro?
La risposta, in un certo senso, è molto facile, perché il passo fondamentale è il comandamento del riposo. La caratteristica veramente straordinaria della testimonianza biblica, al riguardo, è che il comandamento del lavoro è, in realtà, un sottocomandamento di quello del riposo. Il vero il comandamento è quello del riposo, ma ha senso solo nel quadro del comandamento del lavoro. Il rapporto tra fede e lavoro, quindi, è fondamentale perché il Dio biblico è un Dio operaio. Questo naturalmente è una cosa molto strana, molto singolare. In tutto l’Olimpo greco, ad esempio, non c’è uno che lavora.
Il riposo è talmente importante, centrale che riguarda anche lo schiavo, anche l’animale, anche la terra. La terra si deve riposare. È fondamentale!
Non si può parlare del lavoro senza parlare del riposo, anzi bisogna parlare prima del riposo e poi del lavoro.
Nella Bibbia il comandamento del riposo ha due radici, due giustificazioni. La prima è che Dio riposò dopo aver creato il cielo e la terra. L’altra è, invece, dovuta al ricordo della schiavitù. Cioè, il riposo è un atto di libertà. Ti accorgi che sei libero in quanto ti puoi riposare, non sei sotto una legge che ti obbliga al lavoro continuo. Il riposo è atto di libertà. Significa: tu non sei semplicemente quello che fai. Normalmente ci qualifichiamo per ciò che facciamo, non per ciò che siamo. Alla domanda “Chi sei?” si risponde “Sono un insegnante, sono un banchiere, un pittore, un venditore…”. Il mio essere è il mio fare. No! Il riposo mette in discussione questo. Cioè pone la domanda: “Cosa sei quando non fai?”.
Perché il lavoro, allora? Perché l’uomo è chiamato a continuare la creazione, perché Dio pone l’uomo in una posizione centrale nella creazione, di dominio, ma anche di servizio: lavorare e custodire. L’uomo è custode per evitare che il creato vada in malora, perisca. Purtroppo sta facendo il contrario, ma questo è un altro capitolo.
L’uomo si deve ricordare che il suo essere, la sua natura è qualcosa di diverso dal suo fare, ovvero che il lavoro non esaurisce la persona. Il riposo è la salvaguardia, affinché l’uomo non si perda, non si annulli, non si identifichi con l’opera, con il suo fare, come se questo fosse il senso della vita. Il senso della vita non è lavorare, anche se tutti ne abbiamo bisogno per vivere, guadagnarci il pane e per esprimere il nostro essere, i nostri talenti, le nostre passioni. Il lavoro, poi, è sempre qualcosa che ha a che fare con la creazione, con la vita umana. L’uomo non è il suo lavoro, per quanto importante sia lavorare. Il lavoro è quanto deve fare l’uomo, non è un optional. Non lavorare è una maledizione, però c’è anche il comandamento del riposo. Il lavoro è prosecuzione dell’opera di Dio, è un cooperare con Dio che è un Dio che suscita la vita. Il lavoro, quindi, deve essere per rendere più significativa la vita nostra e di quelli che ci circondano.
4.Considerando i testi biblici quale è il rapporto tra fede e ricchezza? Perché non ci racconta qualcosa sulla comunione dei beni?
La comunione dei beni negli Atti è stata una conseguenza quasi inevitabile di due fattori, il primo è esperienza della comunione cristiana per cui ci si appartiene a vicenda, si è membra gli uni degli altri, secondo la Sacra Scrittura. La Chiesa è un corpo e allora è chiaro che in un corpo tutto è comune. Non puoi dividere in un corpo. Se si prende sul serio la risultante dell’immagine del corpo, come l’altra immagine della famiglia di Dio, Dio è nostro Padre e noi siamo tutti fratelli, allora non poteva non succedere questa esperienza di comunione. Questo è il primo fattore: la comunione dei beni come risultante di quello che è la Chiesa, presa sul serio. Il secondo fattore è sicuramente l’attesa della fine. Questa prima comunità cristiana viene sotto l’influenza dello Spirito di Pentecoste, per cui persino la lingua diventa comune, per cui tutti si capiscono. Si vivono cose straordinarie che fanno pensare alla fine del mondo. L’imminenza della fine relativizza tutte le cose, per cui ciascuno si domanda che senso ha che una cosa sia sua, quando in breve tutto sarà sciolta in una comunione universale. La presa sul serio della comprensione della Chiesa come corpo e famiglia e l’imminenza della fine hanno dato vita a questa esperienza, che, però, poi è fallita. Può darsi che la colletta che l’apostolo Paolo indice per i poveri di Gerusalemme sia a favore degli impoveriti di queste comunità. Dare a ciascuno secondo i suoi bisogni e necessità dà origine ad una pura società di consumo che non produce ricchezza, quindi, con il tempo, tale esperienza è fallita.
Anche nell’esperienza neotestamentaria della Chiesa, oltre alle comunità paoline, e in quella successiva, non abbiamo notizie di altre esperienze simili.
È stato il monachesimo che ha ripristinato questa comunione dei beni che, per altro, non è mai stata quella del Nuovo Testamento. I monasteri che hanno cominciato così, rapidamente sono diventati delle società ricchissime. Da qui, ha origine la dialettica che ha suscitato, soprattutto, Francesco, dicendo che non è possibile essere poveri, laddove il convento è ricco. Se io sono povero, ma il convento è ricco, non è vero che sono povero, sono ricco. E di fatti i monaci erano ricchi, pur essendo nullatenenti per il paradosso delle ricchezze condivise della loro comunità.
Nella storia, poi, ci sono stati tentativi di comunità che condividevano i beni, ma non hanno avuto molto seguito, perché sono concretamente esperienze difficili e complesse da realizzare.
5.Come vede il problema della precarietà lavorativa di questo tempo? Ha delle considerazioni o delle risposte al riguardo?
Questa domanda mi supera un po’. Io non ho ancora capito, e forse non capirò mai, perché c’è questo problema della precarietà. A quale necessità risponde? Non riesco effettivamente a comprendere se è una necessità della produzione, dell’organizzazione del lavoro o è se è un modo per approfittarsi della precarietà dei giovani.
Io non so, so soltanto che è un crimine. Non c’è nulla di peggio, secondo me, perché capisco la tragedia di chi vive così, di chi non ha nessuna certezza del futuro, del suo pane, perché il lavoro vuol dire, innanzitutto, il pane. Come fai a vivere se sei continuamente negato di un futuro? Oggi non sai cosa farai. È spaventoso. Io lo considero un crimine. Se questo crimine è un calcolo è malizia all’ennesima potenza, se è dettato dalla necessità, se dipende da un meccanismo sociale, allora bisogna rivedere questi meccanismi, perché non c’è nulla di peggio che togliere il futuro ad una persona, renderlo precario, ipotetico, negargli il pane.
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