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ETICA E SENSO DEL LAVORO
di Loris Falconi
INTRODUZIONE
La filosofia, sin dalla sua origine, ha nutrito una specie di idiosincrasia nei confronti di ciò che, seguendo il pensiero della Arendt, potremmo indicare come vita activa, in contrapposizione all’ideale propriamente filosofico rappresentato dalla vita contemplativa, emblematicamente preconizzata e raffigurata dal Platone iperuranico e orfico del Fedone. Lo stesso “mito della caverna” costituisce, a questo proposito, una potente metafora del singolo individuo che, in modo del tutto solitario, si risveglia alla luce della Verità delle Idee allontanandosi per sempre dal mondo instabile e fuggevole delle doxa. In questo ritiro e isolamento dalla vita pubblica della polis si delinea simbolicamente la profonda frattura tra filosofia e politica. La Repubblica platonica avvalora questa tesi nel momento stesso in cui si prefigge di costruire un ordine mondano che certamente potremmo definire politico, ma che allo stesso tempo si configura come radicalmente contrapposto all’ordine della polis.
Come suggerisce egregiamente Hannah Arendt, l’essere agente proprio dello zoon politikon viene ridotto a homo faber, ovvero è il legislatore, in qualità di novello demiurgo, ad assumere ora la piena centralità, “fabbricando” le leggi atte a mantenere un certo tipo di ordinamento politico: il governare (prattein) sostituisce l’agire (archein). Nonostante una timida ripresa con Aristotele dell’importanza dello zoon politikon all’interno della sfera politica, nessun pensatore, fino all’epoca moderna, metterà realmente in dubbio la preminenza della vita contemplativa sulla vita activa e, all’interno di quest’ultima, il predominio dell’homo faber sullo zoon politikon. In questo saggio mi occuperò dell’ulteriore sviluppo avvenuto all’interno della vita activa e rappresentato dall’avvento della rivoluzione industriale e dalla conseguente elevazione a elemento centrale del concetto di “lavoro”.
STORICIZZAZIONE ED EVOLUZIONE DEL CONCETTO DI LAVORO
Il lavoro, inteso etimologicamente come fatica, naturalmente è sempre esistito. Esso fa parte del regno della necessità a cui pure appartiene l’essere umano. Come scrive Marx nel Libro I de Il Capitale il lavoro, in primo luogo, è “un processo che si svolge fra l’uomo e la natura, nel quale l’uomo, per mezzo della propria azione, media, regola e controlla il ricambio organico fra se stesso e la natura: contrappone se stesso, quale una fra le potenze della natura, alla materialità della natura”.
Altro discorso è, invece, comprendere come il lavoro si sia evoluto nel tempo e soprattutto come l’uomo lo abbia concettualizzato e si sia rapportato ad esso. L’idea contemporanea di lavoro possiamo dire che fa la sua comparsa nel XVIII secolo con lo sviluppo del capitalismo manifatturiero e si salda fortemente alla società produttivistica ottocentesca grazie soprattutto al Poor Law Reform Act (1834), decisivo spartiacque per la creazione di un vero e proprio mercato concorrenziale del lavoro. In questo modo, come afferma Polanyi, esso viene ad essere considerato alla stregua di “una merce che doveva trovare il suo prezzo sul mercato”.
L’economia politica si estrania dalla società nella quale si trovava precedentemente embedded e incomincia a dettar legge attraverso l’ideologia della crescita per la crescita progressiva e illimitata. L’uomo si trasforma in forza-lavoro massificata e intercambiabile. La natura si trova ad essere concepita unicamente come terra mercificabile. Tali radicali cambiamenti inducono addirittura molti pensatori a parlare di mutazione antropologica, dato che la complessità dell’esistenza umana viene ridotta utilitaristicamente a strumento di mercato, piegato alla logica totalitaria del principio di performanza.
La novità sconvolgente dello “spirito capitalistico” moderno, secondo Gorz, consiste proprio nella “ristrettezza unidimensionale, indifferente a qualsiasi considerazione che non sia di carattere contabile” con la quale esso opera, e nell’organizzazione scientifica del lavoro industriale che ne sta alla base, il cui sforzo costante è stato quello di “distaccare il lavoro in quanto categoria economica quantificabile dalla persona vivente del lavoratore”. La razionalizzazione economica scinde nettamente il prodotto da colui che lo produce portando alla completa alienazione l’“operaio-produttore”, il quale si trasforma così in un “lavoratore-consumatore” del tutto intercambiabile.
E’ il trionfo di ciò che la Arendt chiama animal laborans, il quale soppianta l’ancora pre-tecnologico homo faber caratterizzandosi professionalmente come impiegato e come “operaio di processo”, le cui competenze si limitano ormai unicamente alla supervisione e alla manutenzione di un processo produttivo del tutto automatizzato e informatizzato. Il lavoro, del tutto avulso dall’esistenza del singolo individuo, perde così anche quel valore di forte identità sociale e quel senso di appartenenza a una certa categoria professionale, attribuitogli almeno fino agli anni Ottanta del secolo scorso. Oggi si parla non a caso di “fine del lavoro”, ma forse si dovrebbe sottolineare che si tratta probabilmente soltanto della fine di un certo tipo di concettualizzare il lavoro, sorto con la rivoluzione industriale e con l’avvento della Modernità.
Il problema oggi è che la tecnicizzazione e l’informatizzazione sempre più dominanti e pervasive stanno mettendo in luce i nervi scoperti di una razionalità economica che si sta rovesciando implacabilmente nel suo contrario. Proprio in questo, secondo Beck, consiste la dialettica della Modernità, per cui paradossalmente “la crisi del moderno nasce dalla vittoria del moderno”. Non c’è dubbio, a questo proposito, che segnali inquietanti, in questo scorcio di XXI secolo, siano ormai all’ordine del giorno, così che la nostra conditio humana tende a caratterizzarsi sempre più per i rischi incalcolabili e le angoscianti insicurezze prodotte proprio dai “progressi” tecno-scientifici dell’uomo.
Per comprendere meglio l’attuale realtà lavorativa e per tentare di proporre nuove e percorribili vie, credo sia doveroso tornare, per un momento, alle radici della ragione economica moderna occidentale, decostruendo il suo presupposto filosofico fondamentale: l’utilitarismo. In questo senso l’analisi operata da Alain Caillé resta il nostro principale riferimento, in particolare per quanto riguarda la descrizione dell’ultimo stadio dell’utilitarismo, il cosiddetto “utilitarismo generalizzato”, la cui logica domina sia il mercato, sia la scienza, sia lo stato e il cui effetto è di degradare “la ragione in razionalismo, la scienza in scientismo e la democrazia in tecnocratismo”.
Oggi, in ciò che molti definiscono “era postmoderna”, il paradigma utilitaristico, che pure ambiva originariamente alla “massima felicità divisa nel maggior numero”, si è ridotto a pura strumentalità scevra di qualsiasi finalità, così che l’unico telos rintracciabile all’interno del processo produttivo risulta essere il mantenimento del processo stesso nel suo fluire ininterrotto e la razionalità economica muta sempre più in razionalizzazione finanziaria, ormai totalmente avulsa dalla reale ricchezza prodotta dal lavoro dell’uomo: la virtualità della forma soppianta progressivamente la concretezza della sostanza.
Dati questi non certo confortanti presupposti, è possibile, allo stato attuale, ricreare le condizioni per un lavoro grazie al quale l’uomo possa realizzare dignitosamente la propria esistenza umana? E’ possibile ritrovare un senso nel lavoro che ci si trova a svolgere quotidianamente? E’ possibile, insomma, aspirare alla costruzione di una società che possa elevarsi, oltre che materialmente e culturalmente, anche e persino spiritualmente, attraverso il laborioso affaccendarsi degli uomini? Risulta evidente che tali questioni di difficile soluzione implicano inevitabilmente un discorso sull’etica e sulla politica.
ETICA E SENSO DEL LAVORO
Nel tentativo di fuoriuscire finalmente da una logica strumentale che sta portando l’intera umanità verso una catastrofe economica e ambientale di immani proporzioni, si può forse tornare a riflettere su due aree concettuali fondamentali, proprie dell’ambito etico, violentemente deformate da decenni di colonizzazione dell’immaginario da parte del sistema produttivistico-consumistico dominante: il dovere e la libertà. A mio parere il primo termine significa, essenzialmente, comprendere la natura del bene e del male inserendosi, in conseguenza a ciò, all’interno di un ordine cosmico e sociale: tutto ciò che potenzia e ravviva i legami tra la natura, gli esseri viventi e l’uomo e, allo stesso tempo, tra quest’ultimo e i suoi simili è bene e deve essere perseguito; tutto ciò che immiserisce e altera questi rapporti è male e deve essere evitato.
Il lavoro si dovrebbe idealmente collocare in questa dimensione, nello sforzo costante di creare e mantenere le condizioni necessarie per la vita sulla terra e, soprattutto, fornendo i presupposti indispensabili affinché gli uomini possano abitare un mondo propriamente umano. A questo punto è evidente che ci si imbatte nel grande problema dell’incontrollabilità dello sviluppo tecnico, che rende addirittura, secondo Anders, l’uomo, così come il suo lavoro, ormai completamente “antiquati”. Senza voler appoggiare la proposta, difficilmente realizzabile e non del tutto auspicabile, di Latouche per una moratoria sulle nuove scoperte tecno-scientifiche, credo comunque che i seppur validi principio di responsabilità (Jonas) e principio di precauzione (Beck) non possano essere sempre del tutto adeguati.
Il problema, allo stato attuale, non è tanto l’insieme dei principi etici che orientano la vita del singolo individuo che opera all’interno di un sistema completamente globalizzato, ma l’ampiezza, completamente inafferrabile per il singolo, dello stesso sistema, oramai coincidente con l’intero nostro pianeta: se la mia azione, qui e in questo momento, ha la potenzialità di incidere in una qualche misura dall’altra parte del globo, come posso concretamente controllarne gli effetti? Rifuggendo da soluzioni concernenti nostalgici ritorni al passato, sono convinto che il paradosso dell’attuale mondializzazione è di stare perseguendo un progetto di avvicinamento tra popoli e culture diverse attraverso la centralizzazione sempre più forte del potere economico e politico, il quale si trova ormai saldamente nelle mani di una ristretta cerchia di tecnocrati e lobbisti transnazionali.
Non era certo questo il sogno illuministico di un’umanità finalmente unita e rappacificata sotto l’egida della ragione. Forse sarebbe opportuno incominciare a decentralizzare i centri di potere economici e politici, attraverso un ripensamento e una ristrutturazione radicali del nostro modo di produrre, distribuire e consumare le cose e tramite il ritorno ad una forma di localismo politico che possa permettere lo svolgersi di una vera forma di democrazia diretta e attiva. Tutto ciò può apparire utopistico, ma in realtà, se teniamo presente la gravità senza precedenti dell’attuale crisi economica e ambientale, la quale sta drasticamente mutando il nostro essere-nel-mondo, tale radicale messa in discussione dei nostri modelli economico-politici di riferimento risulta essere estremamente urgente e necessaria.
Il lavoro, se riportato il più possibile ad una dimensione di autotelicità e di autoproduzione, può sicuramente svolgere una funzione fondamentale in tale contesto storico e creare i presupposti basilari affinché l’uomo possa realizzarsi come essere libero e autodeterminato. Giungiamo, così, al secondo concetto precedentemente indicato: la libertà. Essa, a mio parere, può essere compresa soltanto all’interno della dialettica con la necessità, dalla quale pure deriva. A livello ontogenetico, in effetti, l’essere umano non nasce affatto libero: egli ha estremamente bisogno delle cure parentali ed è fortemente esposto ad ogni forma di necessità vitale. Soltanto una volta diventato adulto ed emancipatosi dai bisogni primari strettamente necessari, come il mangiare, il bere, il dormire e il possedere una proprietà, egli assume la libertà di scegliere tra più dimensioni date. Allo stesso tempo, però, egli possiede anche la libertà di scegliere di non scegliere e di dare vita, potenzialmente, a qualcosa di nuovo e inaspettato: un evento che, secondo la Arendt, ha gli stessi caratteri del “miracolo”.
La libertà così intesa, la libertà come capacità di agire e dare inizio (archein), rappresenta indubbiamente la più alta facoltà posseduta dall’uomo, ma oggi è talmente rara da essere ritenuta, ormai, come qualche cosa di chimerico mai esistito realmente. Ciò nonostante essa è la sola che può rinnovare e rivitalizzare davvero la condizione umana sulla terra, ricongiungendo armonicamente l’io al cosmo. Il lavoro, ripensato in un ottica di maggiore relazionalità e convivialità tra diversi individui, pur restando legato, essendo questa la sua caratteristica precipua, alle necessità vitali degli esseri umani, potrà acquistare un nuovo e più nobile senso e, grazie alla sua opera, si potranno porre le fondamenta per la nascita di un mondo più libero, equo e dignitoso.
BIBLIOGRAFIA DI RIFERIMENTO
Arendt H., Vita activa (1958), Bompiani, Milano 1964.
Aristotele, Politica, Laterza, Bari 2007.
Beck U., Conditio humana. Il rischio nell’età globale (2007), Laterza, Bari 2008.
Caillé A., Critica della ragione utilitaria (1988), Bollati Boringhieri, Torino 1991.
Gorz A., Metamorfosi del lavoro (1988), Bollati Boringhieri, Torino 1992.
Jonas E., Il principio responsabilità (1979), Einaudi, Torino 2002.
Latouche S., La scommessa della decrescita (2006), Feltrinelli, Milano 2007.
Marx K., Il capitale (1867), Editori Riuniti, Roma 1964.
Polanyi K., La grande trasformazione (1944), Einaudi, Torino 1974.
Platone, Dialoghi, Einaudi, Torino 2007.
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