Direttore responsabile:
Alberto Peretti
Comitato di redazione:
A.Peretti, E. Zamarchi
9
 aprile 2009
In questo numero:
di S. Bartolini 
• Etica della Terra e Dharma
di R. Burlando  
• Etica e senso del lavoro
di L. Falconi  
• Il lavoro e la Parola di Dio
di A. Margarino  
• Che cosa è la Felicità
di M. Nussbaum  
• Manifesto per un'economia e un lavoro eudaimonici
di A. Peretti  
• Si può essere felici senza saper desiderare?
di E. Zamarchi  
• Filippo Burzio,
un "Demiurgo" dimenticato?
di F. Zerbini  
• La lotta di classe è finita?
di A. Giusto  
• I Giardini dell'Eden
di E. Zamarchi  
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Etica della Terra e Dharma.

di Roberto Burlando

La vera riflessione etica, qui considerata nelle versioni dell’etica “della Terra” e del dharma, non può non costituire per ciascuno una guida per (ri)trovare il senso della vita e di ciò che facciamo per vivere, il lavoro. Se non assolve a questa funzione essa si riduce a vana elucubrazione mentale o, peggio, a ennesimo strumento di inganno.


Poco tempo fa ho regalato il nuovo libro, Il pane di ieri, di Enzo Bianchi (il priore di Bose) alla mia mamma, che ama le buone letture e ancor più quelle che parlano della sua stessa terra (è monferrina come lui). Io sono nato a Torino e qui ho vissuto la maggior parte dei miei anni (sia pur non di molto nell’insieme) ma nel Monferrato sono sempre e spesso stato di casa – fin da piccolo quando con i miei andavo a trovare gli zii (per la precisione zii di mia madre) ed a scorrazzare nell’ampio cortile della loro casa o mi arrampicavo sul fienile e mi calavo poi nella stalla. Da loro e con loro ho passato pezzi di estate e Pasque, Natali e vendemmie, prima cercando di aiutare lo zio in campagna e poi – da adolescente e ancora per un po’ – usando le (poche) abilità acquisite per lavoretti presso alcuni contadini del posto, a fare il “brentau”, o presso la Cantina sociale, a pesare e “gradare” le uve. Ancora adesso vado spesso in Monferrato a trovare i miei, che vi si sono trasferiti dopo la pensione.

I racconti di Enzo Bianchi mi pare descrivano la vita quotidiana di una generazione precedente alla mia ma riconosco molte delle cose che racconta, le ho viste intorno a me e le ho ascoltate. Lo zio era rimasto vedevo presto e non si era risposato né aveva avuto figli e viveva con la sorella, facendo il contadino e in particolare il vignaiolo. Da lui ho sentito e colto frasi e azioni, esempi e lezioni assai simili a quelli che ho letto nel libro, ritrovandoli col ricordo anche in quello che era il fare silenzioso della zia. Di lui ricordo soprattutto il silenzioso comandamento cui si atteneva, quel fare le cose che erano da fare senza lamenti, esagerazioni o esasperazioni che, mi pare, costituisse l’essenza stessa della sua vita, o forse della vita in generale.

La cosa che, a ripensarci, mi appare più rimarchevole è proprio la semplicità e naturalezza della loro vita, libera dalla retorica dei grandi discorsi vuoti che oggi imperversano ovunque, senza peraltro che mancassero le capacità (si sentiva, le poche volte che l’occasione davvero lo richiedeva) di affrontare i temi grandi della vita, quel senso di vivere la vita direttamente, senza girarci intorno e soprattutto senza raccontarla troppo – né a se stessi né agli altri – per enfatizzarla o valorizzarla in qualche modo. In quella semplicità mi trovavo bene e ad essa mi pare di tendere nuovamente, dopo tanti “giri” (attività, riflessioni, contorsioni, errori, fatiche) che mi hanno portato a sentirne la mancanza e ad apprezzarne la quieta profondità.

Ricordo che provai/trovai quello stesso senso di intensa semplicità e verità nella prima visita che feci a Bose, da studente sedicenne che si sentiva sulle spalle il peso dell’intero mondo e delle sue ingiustizie e che faticava a comprendere il senso della propria vita dei primi veri turbamenti affettivi – porta aperta su profondità il cui senso e i cui confini sembravano impossibile da raggiungere. Ritrovai quel senso nella semplicità delle costruzioni e degli arredamenti, nell’organizzazione del tempo e nella diretta schiettezza delle persone, in particolare di una giovane coppia che mi “prese con sé” mentre vagavo sui sentieri intorno e cercavo risposte ai miei problemi nel buio della prima notte e poi di Enzo Bianchi.

Quando si imbatterono in me i due fidanzati chiacchieravano del loro presente e futuro passeggiando alla luce della luna; il loro tempo era prezioso (dissero o capii che lui stava facendo il militare ed era in licenza per pochi giorni) ma lo stesso mi presero con loro, come se fosse la cosa più naturale del mondo e non ci fosse altro da dire o fare nella circostanza, e mi offrirono quell’ascolto e comprensione che non avevo chiesto né ero fino ad allora riuscito a trovare in altri, e che forse non credevo neppure possibile.

Da allora, credo, quella semplicità che consente di arrivare al cuore delle cose – e degli uomini – è per me una aspirazione profonda, e negli anni ho imparato a pazientare se l’arrivarci richiede a tratti giri complicati e tortuosi. Ormai so che si tratta di “asperità del terreno” che riesco solo ad aggirare con fatica e con un percorso tortuoso e so anche che procedendo un altro po’ vedrò quel percorso dall’alto, solo allora individuando una via che sarebbe stata più diretta e veloce, se solo avessi avuto maggior abilità o visibilità, e sulla quale posso cercare di portarmi per il resto del tragitto.

Le deviazioni, però, a volte portano anche a scoperte inaspettate e preziose, ad individuare altri percorsi possibili o strade che arrivano allo stesso punto cui si è giunti e che proseguono poi insieme o offrono nuove possibilità di scelta, a volte senza che sia possibile stabilire quale è la continuazione di quale.

Una delle poche scoperte davvero sorprendenti in cui mi sono imbattuto negli anni dopo la mia visita a Bose, e che ho “riconosciuto” subito come tale per quel profondo senso di semplicità e naturalezza, è la filosofia dello Yoga ed in particolare il codice etico – il Dharma – che ne costituisce l’ossatura portante.

Più passa il tempo e più mi accorgo che questa etica spunta fuori in ogni dove e ad ogni occasione… Sembra essere in ogni cosa, in ogni circostanza, con quelle sue caratteristiche di semplicità e naturalezza che a volte appaiono forti ed evidenti, altre solo dopo che lo sguardo riesce a superare lo strato di nebulosità che avvolge le cose. Se non le trovo quantomeno so che ciò vuol dire che sono su di un tratto tortuoso e prima di continuare lungo di esso cerco di intuire dove può essere il percorso più diretto… Non sempre lo vedo e allora mi rassegno, cercando di non protestare con me stesso.

Credo che questa etica costituisca ciò che io percepisco di quel “codice etico universale e impersonale” di cui parlano alcuni autori, e a volte mi chiedo perché io lo abbia “visto” e riconosciuto nella sua completezza nella forma del dharma anziché in una diversa versione, e magari prima, ma in genere sono semplicemente contento di riuscire a cercare di viverlo come meglio mi riesce. Mi ha colpito, tempo fa, leggere del percorso del filosofo francese F. Jullien, che è vissuto a lungo in Cina cercando una prospettiva “altra” da cui guardare alla filosofia occidentale. Anche a me è parso che una prospettiva diversa e “distante” da quella solita possa aver consentito uno sguardo più d’insieme, una forma meno “ridotta”, distorta e gravata dal peso delle tante interpretazioni diverse che già conosciamo e dobbiamo confrontare.

Nel suo libro Enzo Bianchi offre con grande semplicità e immediata franchezza un esempio di queste distorsioni quando parla del principio della purezza tradotto e tramandato in un improbabile comandamento di “non fornicare”. Qualcuno si è perso su un qualche tratto del suo percorso tortuoso e non è più riuscito a trovare, o almeno a trasmettere, quella essenziale semplicità che è verità. Il problema è che queste deviazioni vengono assunte e tramandate e contagiano tanti, allontanandoli dalla essenzialità. Certo nelle attuali condizioni questo sembra persino facilitare la vita, se ci si accontenta... ma le semplificazioni eccessive e il riduttivismo non hanno la stessa fragranza e non soddisfano come l’essenzialità, che si avverte come un profumo che non si può non riconoscere e che apre il cuore, si vede, si sente, si tocca, si beve come quell’acqua che sola disseta. Come si fa ad accontentarsi di altro?

Il fatto è, per me, che i comandamenti delle vecchie terre piemontesi che esprimono questa essenzialità e che Enzo Bianchi ripropone (notando come tre dei quattro che egli ricorda siano stati oggetto anche della riflessione di Norberto Bobbio in De Senectute) io, sia pure in forma diversa, li ho sentiti e visti all’opera a tratti nella mia infanzia e adolescenza e li ho ri-trovati più tardi nel Dharma, così come lo comunica e lo incarna un grande maestro di Yoga. Questa considerazione mi pare cruciale: mi dice che l’essenzialità la può comunicare davvero solo chi la vive, chi la ri-cerca costantemente. E, forse, se riusciamo a percepirne il fascino e ad esserne impressionati è perché una parte di noi la riconosce e la desidera, la cerca.

Certo nella versione piemontese i precetti etici assumono, almeno per me, un senso di famigliarità sorridente, un po’ ironica; specie il secondo, quell’ “esageruma nen” (non esageriamo, non prendiamoci troppo sul serio) che il priore di Bose ci dice serve a mitigare il primo, “fa el tè duver”, che è cruciale e non va scordato o eluso ma neppure deve scadere nell’eccesso di rigidità.

Nello Yoga il “dovere” di ciascuno (swadharma) deriva dal codice etico universale (Sanatana Dharma) in funzione delle propria fase di vita e capacità umane e morali (il livello evolutivo). Il proprio dovere è dunque qualcosa di personale – anche se in varie circostanze può essere analogo per più persone – ed è essenziale “scoprirlo” per dare (trovare) senso alla propria vita. Come molte cose richiede impegno e rigore e può apparire tanto più faticoso quanto meno lo si riconosce come parte di sé, della propria “essenzialità”.

Lo psicologo e divulgatore statunitense Scott Peck spiegò ai suoi lettori (in The road less travelled), immersi in una società già allora essenzialmente consumistica, questa sua (ri)scoperta scrivendo che occorre rendersi conto che la vita (una vita che vale la pena vivere) è difficile, ma che quando si comincia a riconoscere che lo è – perché richiede impegno e fatica, perché non tutto ci è semplicemente dovuto – allora essa diventa assai meno difficile e molto più interessante.

Una parte importante del proprio dovere, quella su cui si è maggiormente discusso in Occidente, è il lavoro e forse proprio questo ha contribuito a distorcere da noi il senso di quel “dovere” rendendolo sinonimo di obbligo, fatica, impegno vincolante imposto dall’esterno. Ma non deve necessariamente essere così, neppure da noi – come ben argomenta Alberto Peretti ne “I giardini dell’Eden” attraverso un interessante excursus lungo la filosofia occidentale – e certo non è così nello Yoga. Il lavoro costituisce una parte cospicua della vita di ciascuno di noi ed è solo in parte (quanta dipende dal tipo di lavoro e di società in cui si lavora) un vincolo imposto dall’esterno, costituendo in realtà un’attività in cui ciascuno di noi esprime parte di se stesso, delle proprie abilità e dei propri valori, della propria relazionalità. Probabilmente proprio la concezione del lavoro come obbligo imposto dall’esterno ha contribuito a renderlo, nella nostra società, progressivamente sempre più così e dunque sempre meno diffusamente una nostra scelta e forma di autorealizzazione. Non era così nella “civiltà contadina” di cui ci racconta Bianchi e che io ho conosciuto attraverso gli zii, forse perché lì ciascuno era direttamente responsabile di se stesso e del proprio lavoro, poteva e insieme gli toccava assumersi le direttamente le proprie responsabilità.

Il termine sanscrito che indica il principio etico dell’impegno personale è Yajna, che si traduce come “compiere un atto sacro” (sacrum facere) – cioè “un’azione difficile e dolorosa, tollerata e anche voluta per il beneficio degli altri” (Pannikar 2006, pag. 63) e per amore loro. Infatti per lo Yoga “tutta la creazione è un sacrificio e il ruolo di questo mondo temporale è rifare in senso inverso il sacrificio creatore e ritornare a Dio” (Pannikar 2006, pag. 62) ed esso, come tutte le grandi visioni spirituali, ritiene che il modo migliore di rendere grazie a Dio sia amare e servire gli altri, donarsi ad essi senza divenirne succubi o perdersi. Ma questo impegno personale, che è il proprio dono alla vita ed agli altri ed atto sacro, deve essere considerato nel quadro delle grandi mete della vita di ciascuno: il comportamento etico, il benessere ed il piacere intesi nel senso più ampio ed infine l’elevazione spirituale.

Il lavoro è la modalità (l’unica etica nella fase adulta, prima del pensionamento o della rinuncia) con cui gli uomini sostengono se stessi, la propria famiglia e la comunità di cui sono membri. Quando produce risultati positivi non solo per se stessi il lavoro costituisce un dono di sé agli altri attraverso il proprio impegno, capacità ed anche fatica. Il dono però ha valore in quanto scelta deliberata e personale, non se è una condanna imposta, da cui non si può ma si vorrebbe fuggire. Il suo valore poi è maggiore quanto più esso impiega le proprie migliori abilità nel servizio degli altri: in genere ciò implica una auto-direzione, non passivo adeguamento a ciò che altri richiedono o impongono. Nella prospettiva dello Yoga, dunque, il sacrificio è anche realizzazione personale attraverso il dono di sé, una concezione significativamente diversa da quella a cui siamo abituati nell’ambito della cultura occidentale e della sua visione economica tradizionale.

Se è vero che tornare indietro non si può, conviene però anche riconoscere che molto probabilmente da un bel pezzo la nostra organizzazione economica e del lavoro ha smarrito il senso di essere uno strumento al servizio della realizzazione dell’uomo per assumere dinamiche autonome, che spesso sembrano ormai aver ben poco di umano. In queste circostanze guardare ad un passato più ricco di senso e di motivazioni non è una operazione di retroguardia, ma un passaggio necessario per cercare di ritrovare il sentiero che si è perso e con esso il senso della vita stessa.

Bibliografia

Bianchi E, 2008, Il pane di ieri, Torino, Einaudi

Burlando R, 2008, L’economia tra dolore, riduttivismo ed eudaimonia, in:
"La violenza e il dolore degli altri", a cura dell'Osservatorio sui sistemi d’arma, la guerra e la difesa, Pisa, PLUS- Pisa University Press, pp. 207-232.

Burlando R, 2008, Modelli di sviluppo, etica ed economia Gandhiana, in
P. Grasselli e C. Montesi (a cura di), L’interpretazione dello spirito del dono, Milano, Angeli, pp. 108-149.

Dalai Lama, 1999, Ancient wisdom, modern world. Ethics for a new millennium, London, Little, Brown & C

Jullien F, 2004, Deviazione in Cina di un greco, in La stella del mattino. Laboratorio per il dialogo religioso, n. 4.

Pannikar R, 2006, Il dharma dell’Induismo, Milano, Rizzoli

Peretti A, 2008, I giardini dell’Eden. Il lavoro riconciliato con l’esistenza, Napoli, Liguori.

Scott Peck M, 1978, The road less travelled, ed.it 1985 Voglia di bene, Frassinelli.

Roberto Burlando insegna Politica economica e Finanza etica e microcredito presso la Facoltà di Scienze Politiche di Torino. Per anni si è occupato di psicologia economica, economia sperimentale e di fondazioni etiche e metodologiche dell’economia, oltre che di filosofia morale e Yoga.