Direttore responsabile:
Alberto Peretti
Comitato di redazione:
S.Contesini, A.Peretti, E. Zamarchi
8
 
In questo numero:
• La filosofia nella polis: esperienza di pensiero e libertà.
di S. Barone   
• Lavoro e vita monastica
Intervista ad Arrigo Anzani, monaco camaldolese
di A. Margarino   
• Il lavoro profittevole e il consumerismo lavorativo.
di A. Peretti   
• Il gioco linguistico tra
modello e Lebensform.
Uno strumento utile per il counseling filosofico?
di L. Pierfranceschi   
• FILOSOFIA NELLA POLIS:
educare ad un
“pensiero riformato”
di E. Zamarchi   
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FILOSOFIA NELLA POLIS:
educare ad un “pensiero riformato”

di Elisabetta Zamarchi

I mutamenti politici e sociali che caratterizzano la nostra modernità chiedono, a chi opera nel campo dell’educazione e della formazione, di attivare strategie per abituare gli individui, soprattutto i più giovani, ad una diversa ecologia della mente, cioè alla capacità di pensare in relazione con la complessità delle esperienze plurali e non solo a partire dal proprio sapere o dalla specificità della propria appartenenza.
Le indicazioni dell’UNESCO sull’importanza della filosofia per coltivare pratiche di tolleranza e di libertà, che l’articolo di Sabina Barone mette in evidenza, si collocano nella direzione di educare alla capacità di dialogo e mediazione con se stessi, in primis, e con l’alterità poi.

Parole chiave: modernità liquida, fluidità, individualismo di massa, pensiero riformato, ecologia della mente, polis globale

L’epoca della modernità liquida…
Le categorie più diffuse per definire quest’epoca - età del rischio, dell’incertezza, universo dello smarrimento… - offrono un’immagine non rassicurante delle dinamiche sociali e politiche nel terzo millennio ed aprono ben poche speranze sul futuro.
Tra le tante definizioni, la più efficace è forse quella di modernità liquida, con la quale il sociologo Zygmunt Bauman sintetizza le caratteristiche di una post modernità in cui ciò che era solido tende a liquefarsi, a scindersi e fluidificarsi. Se la <<fusione dei corpi solidi>>, ovvero i diritti e gli obblighi radicati nella tradizione, è stata la caratteristica grazie alla quale si è sviluppata la modernità, << i corpi solidi per i quali oggi – nell’epoca della modernità liquida – è scoccata l’ora di finire nel crogiolo e di essere liquefatti sono i legami che trasformano le scelte individuali in progetti e azioni collettive>>. (Z. Bauman, Roma – Bari, 2007, p. XI)
In altre parole istituzioni quali la famiglia, le classi sociali, gli stati sono progressivamente svuotati e privati del loro significato e potere di aggregazione. Di conseguenza si fluidificano tutti i punti di riferimento di valore ed anche le relazioni affettive. Il processo veloce di trasformazione, in atto in molti luoghi del pianeta, investe pure le regole e i meccanismi della produzione; da una modernità pesante si sta passando ad una modernità leggera: << Nel suo stadio pesante, il capitale era inchiodato al suolo quanto i lavoratori che assumeva. Oggi, il capitale viaggia liberamente, portandosi dietro il solo bagaglio a mano contenente poco più che una cartellina porta documenti, un telefono cellulare e un computer portatile. Può fermarsi ovunque e non è costretto a restare in alcun posto se non fino a quando gli aggrada>>. (Z. Bauman, Roma – Bari, gennaio 2007, p. 57)
Sembra così che la modernità del terzo millennio riporti tutto agli individui, i quali, soli, possono scoprire che cosa sono in grado di fare per trasformare le opportunità in situazioni che consentano loro la maggiore soddisfazione possibile. Il mondo si dà ad ogni individuo come un immenso contenitore ricco di innumerevoli possibilità, con opportunità più ampie di quanto una singola vita possa cogliere o realizzare. Ma questa situazione fluida, determinata dall’assoluta libertà di movimento (almeno apparente) genera insicurezza: il cittadino “globale”, immerso in una società in cui tutto si frantuma, si ritrova solo con il suo bisogno, meramente umano, di agganciarsi a qualcosa, di trovare dei radicamenti o dei punti fermi.
L’intensificarsi delle relazioni mass mediali non riempie questa nuova forma di solitudine, aggravata dalla modificazione dei luoghi urbani, dove prevalgono sempre più quei territori metropolitani che sono terre di nessuno: centri commerciali, stazioni, aeroporti … spazi configurati solamente per l’attraversamento veloce ed il consumo in cui gli individui si sfiorano ma non si incontrano. Sono infatti non luoghi, secondo la sintetica espressione dell’antropologo Marc Augé, ovvero punti logistici dove si dà una pluralità di incontri che non toccano nessuno. (M. Augé, Milano 1993)

…e dell’individualismo di massa
Che cosa accade ai singoli in questa modernità liquida la cui cifra sembra essere solo l’individualismo di massa, un nuovo tipo di individualismo generato dal fatto che <<lavori, posizioni professionali, ruoli sociali sono una trama entro la quale gli individui diventano sempre più differenziati ed eterogenei e, allo stesso tempo, sempre più simili>>? (P. Barcellona, Bari 2003, p. 105)
Il primo effetto è di spaesamento, di una fragilità generalizzata che tocca soprattutto i più giovani i quali, nonostante le sofisticate competenze tecnologiche che hanno aumentato smisuratamente la capacità di comunicare, sono indifesi di fronte alla complessità in cui viviamo. Forse all’origine del disagio e di una diffusa scontentezza sta, come scriveva Ricoeur, la <<crescente assenza di scopi in una società che aumenta i propri mezzi […] Nel momento in cui proliferano l’utensile e il disponibile, a misura che vengono soddisfatti i bisogni elementari di nutrimento, di alloggio, di tempo libero, noi entriamo nel mondo del capriccio, dell’arbitrio, in quel mondo che di buon grado chiamerei il mondo del gesto qualunque. Scopriamo che ciò di cui mancano maggiormente gli uomini è di giustizia certamente, di amore sicuramente, ma ancor più di significazione>>. (P. Ricoeur, Cosenza 1992, pp.152/153)
L’epoca della comunicazione totale e globale, di fatto, non facilita la crescita autonoma e critica degli individui, dato che conta non la elaborazione di esperienze ma la comunicazione delle emozioni che esse suscitano: l’emozione fa notizia, cattura, diventa messaggio appetibile. Se la facoltà di comunicare è aumentata in modo smisurato, al tempo stesso vi è un impoverimento della capacità di espressione e condivisione dei sentimenti e dei modi di vita, effetto della impalpabile dittatura mediatica che abitua a pensare per cliché.
Tutto è affidato all’individuo perché i modelli di interazione di dipendenza si <<sono liquefatti>> ma, paradossalmente, gli individui non possiedono competenze tali da navigare nell’incertezza. Da un lato perché la formazione scolastica pre universitaria e universitaria educa di solito a settorializzare, impedendo così il costituirsi di una mentalità capace di percepire l’insieme dei problemi di quest’epoca, dall’altro perché ci si trova a vivere in <<un sistema che tende a sostituire le immagini alle relazioni>> (M. Augé, Milano 1993)
In un mondo caratterizzato da un’interdipendenza mondiale complessa – tutto interagisce con tutto – è forse inadeguato parlare di condivisione perché, con lo sparire progressivo di spazi concreti di scambio e di confronto, si inaridisce la disponibilità individuale a decifrare se stessi, il proprio sapere e a vedere l’altro ed apprezzarne la diversità.

Un “pensiero riformato”
Che fare di fronte ad un quadro così disarmante rispetto a qualsiasi speranza di stabilità e sicurezza e di costruzione di nuove forme di solidarietà?
La domanda, in questo contesto, è rivolta soprattutto a chi opera nel campo dell’educazione e della formazione professionale: <<pensiamo che l’educazione scolastica ci ha insegnato a separare, compartimentale, isolare, parcellizzare, ridurre dal complesso al semplice, non a connettere, a comporre, tessere insieme le parti con il tutto. Ma così facendo la scuola ha formato mentalità incapaci di percepire globalmente i problemi planetari. Serve un pensiero riformato, capace di interconnettere le conoscenze separate, di uscire dal locale e dal particolare concependo degli insiemi, capace di prolungarsi in un’etica di solidarietà tra gli uomini>>. (S. Curci, Verona 2006, p. 9)
Concordo con l’urgenza di una diversa azione educativa che si ponga come obiettivo non l’insegnamento di sempre più specifiche competenze settoriali, ma l’apprendistato ad un pensiero riformato, un pensiero teso a concepire il sapere in termini di convergenza tra tanti saperi, oltre le angolature specialistiche e gli irrigidimenti delle identità culturali ed etniche.
La contemporaneità alla quale apparteniamo domanda, a mio avviso, di avviare giovani e anche i meno giovani ad una nuova ecologia della mente, espressione felice con la quale molti anni fa Bateson mostrava che, essendo la mente un ecosistema, l’importante non è conoscere in che cosa esso consista, quanto sapere di farvi parte.
Ciò che manca ai singoli, infatti, è la coscienza dell’appartenenza globale ad un mondo sempre più ristretto, dove le identità non possono sopravvivere attraverso la negazione o la fagocitazione delle differenze ma solo grazie ad una nuova forma di convivialità che implica condivisione e apertura alla diversità, da un lato, e capacità di accogliere la precarietà esistenziale dall’altro. Né la scuola, né altre agenzie formative si fanno carico di tale educazione antropologica che è, ora, forse più necessaria di qualsiasi altro percorso di apprendimento.

Perché la filosofia?
L’interesse dell’UNESCO per la filosofia e per le pratiche filosofiche mi pare colga appieno la specificità di questo momento epocale in cui è importante, prima ancora che possedere competenze, sapere come mettere in questione la realtà, accettando il fatto che le nostre idee << siano relative e soggettive, quindi costantemente esposte alla ridefinizione dei criteri di legittimità>>. Il rapporto mondiale dell’UNESCO mette in luce la valenza del nuovo ruolo che la filosofia potrebbe assumere nella vasta polis globale: educando all’esercizio critico sulla legittimità ed esaustività delle proprie competenze ed appartenenze etiche, culturali o religiose che siano <<può illuminare ed arricchire l’insieme delle interazioni – personali, lavorative, sociali e politiche – in cui si articolano le nostre società>>.
Le complesse letture della contemporaneità di sociologi come Bauman o Morin ci lasciano senza fiato e senza prospettive, proprio perché sono ineccepibili ed incontestabili nella loro raffinata esegesi dei fenomeni. Tuttavia è impossibile far crescere nuovi cittadini della polis globale fornendo loro soltanto la radiografia di un dissesto che prelude a catastrofi, con l’unica tutela di un bagaglio di competenze settoriali sofisticate e senz’altra idealità che il successo immediato e la soddisfazione di desideri disancorati dai bisogni.
Può essere, come sostiene Bauman, che <<il modello di una vita felice in un mondo instabile, caleidoscopico e mutevole [sia] inguaribilmente incerto>> dato che <<la prospettiva di un susseguirsi sempre più veloce di piaceri è, letteralmente, sbalorditiva. Aiuta a levarsi dalla testa la preoccupazione della felicità. Aiuta anche a dimenticare che tale preoccupazione un tempo esisteva. Nella realtà del mondo liquido moderno, questa amnesia è il senso della felicità>> .(Z.Bauman, Roma-Bari, luglio 2007, pp.165/167)
Eppure questa amnesia non basta a tutelare dalla paura della precarietà e dall’ansia che ne deriva; né bastano gli arroccamenti difensivi alle appartenenze locali o etniche per sottrarsi all’incontro con l’alterità. Soprattutto il susseguirsi veloce dei piaceri non aiuta a sperare, non attiva minimamente la speranza che, così come la tensione alla felicità, è l’unica fonte di salute fisica e mentale.
Allora, forse, il rapporto dell’UNESCO sull’importanza della filosofia si può leggere non solo come un appello per la pace e la democrazia, ma più semplicemente come l’espressione di un’istanza diffusa a cercare una forma di apprendistato alla riattivazione della speranza. Quale? La speranza di diventare pienamente umani, di sapere coltivare il fascino per trasformarlo in desiderio, ad esempio. (l. Irigaray, Milano 2007).


Per approfondire:

Augé M., Non luoghi, Introduzione ad una antropologi della sur-modernità, Eleuthera, Milano 1993

Barcellona P. Diritto senza società, Dedalo, Bari, 2003

Bauman Z., Modernità liquida, Laterza, Roma-Bari gennaio 2007

Bauman Z., La società sotto assedio, Laterza, Roma-Bari luglio 2007

Curci S., La pedagogia del volto a scuola, in Quaderni maffeiani, Anno 2, numero 4, dicembre 2006, Grafiche Aurora, Verona 2006

Irigaray L., Oltre i propri confini, Baldini Castaldi Dalai Editori, Milano 2007

Ricoeur P., Previsione economica e scelta etica, in La questione del potere, Marco Editore, Lungro di Cosenza, 1992