Direttore responsabile:
Alberto Peretti
Comitato di redazione:
S.Contesini, A.Peretti, E. Zamarchi
8
 
In questo numero:
• La filosofia nella polis: esperienza di pensiero e libertà.
di S. Barone   
• Lavoro e vita monastica
Intervista ad Arrigo Anzani, monaco camaldolese
di A. Margarino   
• Il lavoro profittevole e il consumerismo lavorativo.
di A. Peretti   
• Il gioco linguistico tra
modello e Lebensform.
Uno strumento utile per il counseling filosofico?
di L. Pierfranceschi   
• FILOSOFIA NELLA POLIS:
educare ad un
“pensiero riformato”
di E. Zamarchi   
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Il gioco linguistico tra modello e Lebensform.
Uno strumento utile per il counseling filosofico?

di Linda Perfranceschi

Il termine gioco linguistico fa riecheggiare quasi immediatamente, almeno tra chi ha avuto qualche contatto con la filosofia del secolo scorso, il nome di Wittgenstein e più in particolare di quello che è conosciuto come il “secondo Wittgenstein”.
Quando si parla di counseling filosofico si è abituati, invece, a fare riferimento a correnti di pensiero lontane dall’ambiente in cui si colloca tradizionalmente Wittgenstein, e quindi a fare riferimento ad esempio all’esistenzialismo, piuttosto che alla fenomenologia, o anche alle filosofie antiche come l’epicureismo e lo stoicismo. Ora, la scelta di affiancare questi due mondi apparentemente lontani è legata alla possibilità, prevista dallo stesso Wittgenstein, di tradurre e di usare come sinonimo di gioco linguistico il termine Lebensform (In italiano: forma di vita). L’espressione gioco linguistico, lungi dall’avere per Wittgenstein un’accezione ludica, sottolinea sia il carattere sociale-culturale dell’agire linguistico, sia il fatto che questo è soggetto a regole che costituiscono uno schema di riferimento. I vari giochi linguistici, che Wittgenstein esemplifica abbondantemente nelle Philosophische Untersuchungen, (1953), infatti, sono disciplinati da regole differenti ed è impossibile individuare un carattere essenziale o generale in grado di accomunarli. Neanche il loro numero può essere stabilito una volta per tutte perché ne nascono continuamente di nuovi, mentre altri cadono in disuso. In realtà la nozione di gioco linguistico non viene adottata per la prima volta nelle Philosophische Untersuchungen ma comincia ad essere impiegata già nella Philosophische Grammatik ‘29-‘34 (1969); di essa egli da però una definizione esplicita soltanto in The Blue Book ‘33-’34 (1958): “I giochi di linguaggio sono modi di usare i segni, modi più semplici di quelli nei quali noi usiamo i segni del nostro complicatissimo linguaggio quotidiano […] Quando noi consideriamo tali forme di linguaggio semplici, si dissolve la nebbia mentale che sembra avvolgere il nostro uso comune del linguaggio” (p. 26). È evidente che del Wittgenstein del Tractatus (1921) per il quale il linguaggio era lo specchio immobile della realtà, la cui forma logica era il temine medio per stabilirne la corrispondenza con la realtà stessa, è rimasto ben poco; anzi, egli rinnega con forza questa posizione: vi è un nesso indissolubile tra parlare ed agire. Il gioco linguistico è un’attività che si svolge seguendo determinate regole, che hanno un carattere convenzionale, ed è definibile e reso tale proprio dalla presenza delle regole che, pur non essendo rigide e spesso sfumate, permettono di capire cosa è “dentro” e cosa è “fuori” dal gioco. I giochi linguistici che Wittgenstein esemplifica sono i più disparati: “Recitare in teatro, cantare in girotondo, sciogliere indovinelli, fare una battuta; raccontarla, risolvere un problema di aritmetica applicata”(PU § 23). Essi costituiscono sostanzialmente dei termini di paragone ovvero dei modelli intesi a gettar luce, attraverso l’individuazione di somiglianze e dissomiglianze, sullo stato del nostro linguaggio.
L’espressione “forma di vita” (Lebensform) introdotta accanto al termine attività, quale suo sinonimo, al § 23, appunto, delle Ricerche viene impiegata insieme a quella di “gioco linguistico” e questo dimostra come l’analisi alla quale tende Wittgenstein non sia più tanto atta ad analizzare gli aspetti logico-formali del linguaggio, quanto piuttosto le concrete situazioni del suo uso. Questo secondo termine, come avviene del resto per il termine “gioco linguistico”, non è usato in senso tecnico e preciso, ma presenta un’oscillazione di significati che ne rendono problematica l’interpretazione. Esso viene impiegato sia per indicare le componenti culturali, e quindi più specificatamente convenzionali, dell’agire umano, sia per indicare quelle naturali, e quindi non convenzionali; la sua definizione si ripercuote nella discussione sulle regole e sul tipo di accordo in esse implicato. La questione della natura prettamente convenzionale delle regole del gioco sia dal punto di vista scientifico, che da quello etico-pratico, credo meriti di essere approfondita soprattutto in relazione alla distinzione tra regola e legge, in particolare sottolineando il ruolo di tramite che la prima può assumere nel mediare tra le diverse esigenze dei giocatori e del sistema in cui il gioco si cala.
Ora, ciò che mi ha colpito della proposta wittgensteiniana e che credo possa essere utile approfondire nell’ambito del counseling filosofico è la nozione di gioco linguistico inteso come modello, come strumento in grado di aiutare l’individuo a stabilire confronti tra situazioni differenti, tra situazioni di dialogo differenti. L’affermazione a mio avviso fondamentale in questo senso è la seguente: “soltanto così, infatti possiamo evitare l’illegittimità o la vacuità delle nostre asserzioni: prendendo il modello per ciò che è: termine di paragone, – si potrebbe dire un regolo – e non idea preconcetta, cui la realtà debba corrispondere” (PU, § 131). In quanto termini di paragone o modelli, infatti, molti giochi linguistici descritti nelle opere di Wittgenstein non sono “reali”, cioè desunti dall’osservazione del nostro comportamento linguistico, ma sono immaginati, sono inventati, allo scopo di far emergere aspetti del nostro uso abituale del linguaggio. In questo senso credo essi possano pertanto essere assunti come strumenti creativi in grado, anche sul piano esistenziale, di far conoscere, esplorare, quasi come in una specie di esperimento mentale, altri orizzonti di senso rispetto a precise problematiche. La forza che contraddistingue l’intervento del counselor filosofico è infatti, a mio avviso, rispetto ad altri tipi di relazione d’aiuto, quella di conoscere, grazie alla dimestichezza acquisita con differenti forme di vita, equiparabili a differenti prospettive filosofiche, nuovi orizzonti di senso. Questo non significa indurre il cliente a cambiare se stesso, facendo leva su una sorta di relativismo esistenziale; non significa, proprio come afferma Wittgenstein, fare in modo che il gioco diventi reale ma, semplicemente, mettere in evidenza la possibilità di immaginare la propria situazione problematica sotto differenti punti di vista.
L’idea di concepire questi framework non solo linguistici, ma anche concettuali, come ugualmente possibili ed immaginabili credo possa infatti contribuire a creare un ampliamento della prospettiva del cliente in base alla quale analizzare il problema che si ha davanti in modo più ricco e articolato. Il pericolo rappresentato dalla possibilità di sponsorizzare un relativismo estremo, che spesso a mio avviso si corre invitando semplicemente al cambiamento, può essere evitato facendo un uso strumentale del gioco proprio come Wittgenstein invita a fare. L’esistenza di possibili modelli non implica l’esistenza di molteplici realtà ma piuttosto la possibilità di differenti interpretazioni per meglio comprendere la medesima. É necessario rompere con l’idea secondo la quale il linguaggio funziona soltanto in un modo ed ha sempre e soltanto uno scopo ovvero quello di tradurre pensieri, e secondo Hadot – che si è occupato ampiamente di Wittgenstein come descritto nel volume intitolato appunto Wittgenstein e i limiti del linguaggio (2007) – è questo il più importante merito del filosofo viennese. In altre parole bisogna iniziare a considerare il linguaggio come un’ attitudine o meglio come una forma di vita. Gli stessi filosofi e le tesi che elaborano, soprattutto per quanto riguarda l’antichità, possono essere compresi appieno solo se situati nel loro gioco linguistico. I dialoghi platonici, ad esempio, presuppongono la parola vissuta; essi cercano più di formare che di informare. Tutta la filosofia antica crede a quel che Hadot chiama il “valore ontologico” (p. 111) della parola. L’invenzione della stampa contribuisce in maniera irrimediabile alla sopraffazione della parola da parte dello scritto.
In questa prospettiva mi pare interessante ricordare come per Hadot l’intuizione che rivoluziona la lettura e l’interpretazione della filosofia antica, come egli stesso ammette, derivi proprio dalla lettura dell’opera di Wittgenstein, soprattutto delle Ricerche, e credo che questo possa essere un punto importante dal quale partire per analizzare le motivazioni che possono spingere a considerare questo autore come un autentico ispiratore anche per quanto riguarda le teorizzazione dei “principi” del counseling filosofico. La filosofia, secondo questa lettura, torna ad essere un’attività e non solo una dottrina. Hadot dice che la filosofia solo compiendo questo passaggio, che ha conseguenze decisive, può effettivamente pensare di andare oltre sé stessa e mantenere quella tensione che la caratterizza come ricerca continua del mondo e di sé stessi. I giochi linguistici di Wittgenstein sono per Hadot le molteplici visioni del mondo o appunto le Lebensform. Il piano del linguaggio è comparativo: “il linguaggio”, afferma Hadot, “non ha solo lo scopo di nominare o designare oggetti o di tradurre pensieri, e l’atto di comprendere una frase è molto più simile di quanto non si creda a ciò che di solito chiamiamo: comprendere un tema musicale” (p. 11). Quello che Hadot intuisce rispetto al pensiero degli autori antichi, ovvero che lo scopo dei loro insegnamenti non era quello di informare ma bensì quello di formare gli allievi, credo possa essere lo stesso motivo che ha portato alla nascita di una pratica come il counseling filosofico. L’esercizio che Hadot pratica per comprendere i filosofi antichi ovvero il ricondurre i discorsi filosofici ai loro giochi linguistici , alla forma di vita che li aveva generati, alla situazione concreta, personale o sociale, credo possa rappresentare l’ideale al quale il counselor nella sua attività deve tendere in due direzioni: da una parte nel condurre il gioco linguistico del cliente ad un qualche, simile, discorso filosofico, in modo da aiutare ed aiutarsi a comprendere meglio la situazione concreta in cui si genera il problema; e poi, dall’altra parte, nella terza fase, che potremmo forse chiamare di “problem solving”, nell’attuare il movimento opposto ovvero quello di individuare nel proprio bagaglio formativo un discorso filosofico che, applicato alla forma di vita problematica che il cliente incarna, possa aiutarlo a cambiare prospettiva e quindi anche gioco linguistico, in quanto proprio attraverso l’”uso” e la pratica di quest’ultimo il cliente dovrebbe riuscire a superare il problema. Questa ipotesi del duplice movimento credo sia il “motore” del dialogo socratico che si instaura tra counselor e cliente e credo che nella sintesi di questi due movimenti che comunque, come ho cercato di illustrare prima, hanno una scansione temporale, si racchiuda l’attività di chi, per definizione, dovrebbe “servirsi” della filosofia con uno scopo formativo, nel senso più nobile del termine, per sé e per l’altro.
            Spero che a questo punto risultino essere sufficientemente chiari i motivi e i passaggi che mi hanno condotta ad azzardare questo collegamento e che in qualche modo possa essere condivisa la conclusione alla quale sono arrivata ovvero l’idea che, seppur apparentemente lontano, la nozione di gioco linguistico wittgensteiniana possa rappresentare uno strumento utile per chi, come avviene per il counselor ad orientamento filosofico, pone come discriminante della propria attività la possibilità di far acquisire al cliente tanto una certa dimestichezza e consapevolezza della propria visione del mondo, quanto la coscienza del fatto che esistono prospettive ed orizzonti di pensiero differenti che, proprio a partire dall’esercizio dei differenti giochi linguistici, esistenti o realizzabili, possono dischiudersi nel percorso esistenziale unico e irripetibile che la vita rappresenta.

Riferimenti bibliografici

P. Hadot, Wittgenstein e i limiti del linguaggio, a cura di B. Chitussi, Bollati Boringhieri, Torino 2007; trad. it. di Wittgenstein et les limites du langage, Librairie Philosophique J. Vrin, Paris 2004.

Il saggio è sostanzialmente una raccolta di articoli, che Hadot ha pubblicato a cavallo tra la fine degli gli anni ‘50 e l’inizio degli anni ’60, aventi ad oggetto argomenti come la mistica, il silenzio e la nozione di gioco linguistico nel pensiero di Wittgenstein.

L. Wittgenstein, Tractatus Logicus-Philosophicus, a cura di A. G. Conte, Einaudi, Torino 1989; trad. it. di Logisch-philosophische Abhandlung, “Annalen der Naturphilosophie”, 14 (1921), Leipzig, pp.185-262.

Considerata compendio della prima fase della vita del filosofo, oltre che opera ispiratrice delle linee guida del neopositivismo, in particolare per quanto riguarda l’antimetafisica, pone la forma logica come unico filtro in grado di stabilire un isomorfismo strutturale tra linguaggio e realtà.

L. Wittgenstein, Ricerche filosofiche, a cura di M. Trinchero Einaudi, Torino 1995; trad. it. di Philosophische Untersuchungen, Basil Blackwell, Oxford 1953.

Il testo rappresenta la sintesi del pensiero del “secondo Wittgenstein”. In questa seconda fase troviamo un Wittgenstein meno formalista pronto ad ipotizzare un pluralismo di linguaggi e di funzioni attribuibili a questi ultimi.