Direttore responsabile:
Alberto Peretti
Comitato di redazione:
S.Contesini, A.Peretti, E. Zamarchi
8
 
In questo numero:
• La filosofia nella polis: esperienza di pensiero e libertà.
di S. Barone   
• Lavoro e vita monastica
Intervista ad Arrigo Anzani, monaco camaldolese
di A. Margarino   
• Il lavoro profittevole e il consumerismo lavorativo.
di A. Peretti   
• Il gioco linguistico tra
modello e Lebensform.
Uno strumento utile per il counseling filosofico?
di L. Pierfranceschi   
• FILOSOFIA NELLA POLIS:
educare ad un
“pensiero riformato”
di E. Zamarchi   
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Il lavoro profittevole e il consumerismo lavorativo.

di Alberto Peretti

In questo inizio di millennio il lavoro soffre della stessa “precarietà” che colpisce l’esistenza di milioni di donne e di uomini. La loro precarietà lavorativa non è che l’altra faccia della loro precarietà esistenziale. Chi è un precario della vita? Colui che non dà o che non riesce a dare ad essa una durata esistenziale. Chi semplicemente la consuma. Chi è che viceversa non vive in condizioni precarie? Non solo e non tanto chi ha un lavoro a tempo indeterminato. Piuttosto quelle donne e quegli uomini che sono nelle condizioni di elaborare e di applicare al proprio fare un progetto che presenti uno scopo, una meta, un senso. Un “a partire da verso dove”. Coloro che sono in grado di dare continuità di significato al proprio agire, di riunificare le forme del loro fare in un disegno unitario. Di raccordarle all’interno di una compiuta idea di sé, degli altri, del mondo.

Molti lavori formalmente a tempo indeterminato sono in realtà a carattere precario. Sono impieghi “senza soluzione di continuità”. Assorbiti dalla dimensione della performanza, producono un’umanità scissa. Donne e uomini scomposti. Sono lavori che danno espressione a ciò che Hannah Arendt chiama “società degli impiegati”, una dimensione che “richiede ai suoi membri un duplice funzionamento automatico, come se la vita individuale in effetti fosse stata sommersa dal processo vitale della specie e la sola decisione attiva ancora richiesta all’individuo fosse di lasciare andare, per così dire di abbandonare la sua individualità, la fatica e la pena di vivere sentiti ancora individualmente e di adagiarsi in un attonito, “tranquillizzato”, tipo funzionale di comportamento”. (Arendt 1997, p. 240 )
In quale ambito tale funzionalità comportamentale trova la sua massima espressione? Nel lavoro ridotto a semplice mezzo finalizzato alla pura sopravvivenza. Qualcosa di male nel vedere il lavoro come un onesto modo per guadagnarsi di che vivere? Nulla, se tale prospettiva non schiacciasse il lavoro sulla massimizzazione della sola funzione del profitto e dell’utilità Se non riducesse l’attività lavorativa all’interno di un rigido paradigma economicistico. Determinando il suo totale asservimento alla logica della performanza.

Il principio di performanza, o prestazione, ha ridotto il senso del lavoro a due sole accezioni: da una parte azione produttiva finalizzata all’efficace ed efficiente raggiungimento dello scopo sulla base di un progetto produttivo; dall’altra merce fittizia retta dal mero calcolo d’un tornaconto, assorbita nella contabilità del tornaconto monetario. Nessuno spazio ulteriore. Preda dei gorghi dell’utile, dell’utilizzabile e del monetizzabile, il lavoro si è de-esistenziato. Il principio di prestazione ha oscurato un altro essenziale significato presente nel termine “lavoro”. Basti pensare ad espressioni come “quando sono al lavoro sto male”, “nel lavoro riesco a realizzarmi”, “sul lavoro c’è un clima pesante. Esse non evocano azioni o prodotti. Non mettono in gioco le dimensioni proprie della prestazione. Piuttosto ricordano che il lavoro è una condizione di esistenza, uno spazio di vita, un luogo dell’esistere. Sottolineano che il lavoro è dimensione ulteriore, eccedente il principio di prestazione. Retta quindi dal principio di esistenza.

André Gorz ha diagnosticato per il sistema uomo-lavoro una profonda schizofrenia: “[La] scissione del sistema sociale e [la] separazione tra razionalità differenti generano la dissociazione della vita stessa degli individui: vita professionale e vita privata sono dominate da norme e valori radicalmente differenti, per non dire contraddittori. […] il grande o piccolo quadro, dopo aver fornito una giornata di lavoro al servizio dei valori economici di competitività, rendimento ed efficienza tecnica, intende trovare, dopo il lavoro, una nicchia in cui i valori economici sono sostituiti dall’amore per i bambini, gli animali, i paesaggi, il “fai-da-te” e via dicendo”.(Gorz 1992, p.46 – 47)
Nella seconda metà del XX secolo è avvenuto qualcosa di ancora peggiore. La separazione tra lavoro e non lavoro solo per un verso ha diviso le due dimensioni. In realtà le ha omologate. Ha cioè reso possibile da una parte l’alienazione e la mercificazione dal lavoro, dall’altra l’alienazione e la mercificazione del tempo e degli spazi di non lavoro. E' accaduto che, a fronte di un lavoro scisso da un progetto esistenziale, da un “a partire da verso dove”, la dimensione non lavorativa – la sfera famigliare, affettiva, ricreativa - si è trovata sola a rispondere alla richiesta di senso dell’esistenza umana. Senza il sostegno del lavoro non ha retto al compito. E’ stata così preda delle lusinghe della stessa visione economicistica e della stessa razionalità strumentale che già avevano asservito il tempo di lavoro.

Adorno ha ben descritto il processo che ha portato lavoro e non lavoro a separarsi e contemporaneamente ad assomigliarsi: “L’atomizzazione non progredisce solo tra gli uomini, ma all’interno del singolo individuo, tra le sue varie sfere di vita. Nessuna soddisfazione può associarsi al lavoro, che altrimenti perderebbe la sua precisa, modesta funzionalità nella totalità degli scopi, nessuna scintilla di riflessione può cadere nel tempo libero, perché potrebbe rimbalzare sul mondo del lavoro e metterlo in fiamme. Mentre, dal punto di vista della struttura, lavoro e svago diventano sempre più simili, si provvede a separarli sempre più rigidamente con invisibili linee di demarcazione. Piacere e spirito sono stati espulsi dall’uno e dall’altro. Nell’uno e nell’altro dominano serietà animale e pseudo attività”. (Adorno 1994, pp. 151 – 152)

Ciò che Adorno non ha però colto in maniera adeguata è il legame causale tra separazione e somiglianza. Proprio perché separate, vita professionale e vita privata hanno incominciato ad assomigliarsi, e cioè ad appiattirsi sul principio di performanza. Il tempo di lavoro e il tempo di non lavoro sono stati indotti a non supportarsi reciprocamente a dar senso alla vita umana. Si badi, la separazione non ha significato impedire soddisfazioni lavorative o viceversa costruttivi momenti di ricreazione. Piuttosto ha sancito che il lavoro non dovesse essere teatro di ricerca esistenziale. Ha proiettato sul lavoro un’ombra di non esistenza, di quasi vita, di parentesi esistenziale. Nel momento in cui non è più risultato pensabile cercare senso nel lavoro, il tempo di non lavoro si è trovato soffocato dalle richieste di senso rimaste inevase. La ricerca di una giustificazione esistenziale nei soli territori del non lavoro ha prodotto un disagio profondo. Nella dimensione non lavorativa doveva nascondersi il senso dell’esistenza. La ricerca divenne un'inane ossessione.
Nel momento di massima confusione e perplessità è intervenuto il principio di performanza. Che ha offerto alla dimensione di non lavoro un senso facile, chiaro, immediato. “Nella crisi attuale, - scrive Benasayag - che è crisi dei fondamenti della cultura, l’homo oeconomicus supplisce alla mancanza di senso con l’economia che diventa per lui il senso della vita e per la vita”. (Benasayag, Schmit 2004, p. 124) L’efficientismo e il tornaconto sono così diventati non solo criteri validi in campo economico e lavorativo, ma assiomi esistenziali adatti a comprendere gli affetti, giustificare lo studio, misurare i sentimenti, dare senso alla famiglia e ai rapporti interpersonali.

Con il prestigio e la forza derivatigli dal conquistato ruolo di “equivalente generale esistenziale”, il principio di performanza ha definitivamente sottomesso la dimensione lavorativa. Che in esso ha finito per riconoscersi integralmente. Ha potuto così portare a compimento la colonizzazione valoriale del mondo. Le voci dissonanti del disagio e dell’alienazione si sono ridotte o spente. Si è venuto a produrre ciò che lucidamente Marcuse denunciava cinquant’anni fa: “il concetto di alienazione sembra diventare discutibile quando gli individui si identificano con l’esistenza che è loro imposta e trovano in essa compimento e soddisfazione. Questa identificazione non è illusione, ma realtà. La realtà, d’altra parte, costituisce uno stadio più avanzato di alienazione. Quest’ultima è diventata completamente oggettiva; il soggetto dell’alienazione viene inghiottito dalla sua esistenza alienata. V’è soltanto una dimensione, che si ritrova dappertutto e prende ogni forma”. (Marcuse 1967, p. 31) Il cerchio si è chiuso. Le due dimensioni del lavoro e del non lavoro, proprio in quanto confinate in sfere diverse, hanno potuto essere unite in un perverso matrimonio per procura dal principio di performanza.

Il principio di performanza è stato sviluppato e portato alle sue estreme conseguenze dal paradigma consumeristico. Ridotto alla dimensione strumentale, il lavoro non viene infatti progettato per essere vissuto, piuttosto consumato. Così come si consuma un pasto o un frettoloso atto sessuale. Speso ed esaurito senza cura per un senso, senza un progetto. Senza attenzione per dare ad esso una continuità di significato. Per usare le categorie elaborate più di trent’anni fa dall’economista Tibor Scitovsky, il lavoro si è andato appiattendo sulla ricerca del comfort e non del piacere. Il comfort è ciò che assicura “un bene negativo: libertà dal dolore, da sensazioni spiacevoli, dal disagio” (Scitovsky 2007, p. 122). Il piacere è viceversa un “bene positivo” (ibidem p. 122), implica sviluppo e crescita. Ridotto a merce consumabile, il lavoro consumerizzato ha subito un tragico processo di depauperamento: inteso come mero strumento di comfort finalizzato a procacciarsi di che vivere, ha cessato di essere occasione di piacere e di pienezza esistenziale.

L’atteggiamento consumeristico ha contagiato un po’ tutti: chi il lavoro lo offre, chi il lavoro ce l’ha, e chi, e sono soprattutto i più giovani, il lavoro lo cerca. Occorre invece che proprio coloro che si affacciano sul lavoro abbiano il coraggio di pretendere che la loro vita interpelli il loro lavoro e il lavoro la loro vita. Nietzsche lo aveva perfettamente capito: “Cercarsi un lavoro per un salario: in questo quasi tutti gli uomini dei paesi civili sono oggi uguali; per essi tutti il lavoro è un mezzo, e non fine a se stesso; per la qual cosa non vanno tanto per il sottile nello scegliersi un lavoro, posto che frutti un buon guadagno. Esistono però uomini rari che preferiscono morire piuttosto che mettersi a fare un lavoro senza piacere di lavorare: sono quegli uomini dai gusti difficili, di non facile contentatura, ai quali un buon guadagno non serve a nulla se il lavoro non è di per se stesso il guadagno di tutti i guadagni”. (Nietzsche 1977, p.68)
Quale può essere il sommo guadagno se non l’ottenere, dal lavoro e attraverso il lavoro, il pieno riconoscimento del proprio esistere? Quale tempo può essere maggiormente guadagnato del tempo davvero vissuto? In che cosa può consistere il piacere di lavorare se non nella possibilità di impegnarsi in un lavoro all'altezza della propria esistenza?

Bibliografia

Adorno Theodor W. (1994), Minima Moralia, Meditazioni della vita offesa, Einaudi, Torino, ed. or. Minima Moralia. Reflexionen aus dem beschädigten Leben, 1951.

Arendt Hannah (1997), Vita activa. La condizione umana, Milano, Bompiani, ed. or. The human condition, 1958.

Benasayag Miguel, Schmit Gérard (2004), L'epoca delle passioni tristi, Feltrinelli, Milano, ed. or. Les passions tristes. Souffrance psychique et crise sociale, 2003.

Gorz André (1992), Metamorfosi del lavoro. Critica della ragion economica, Bollati Boringhieri, Torino, ed. or. Métamorphose du travail. Quête du sens Critique de la raison économique, 1988.

Nietzsche Friedrich, (1977), La gaia scienza, Adelphi, Milano, ed. or. Die fröhnlich Wissenschaft, 1882.

Scitovsky Tibor (2007), L'economia senza gioia, Città Nuova, Roma, ed. or. The Joyless Economy, 1976, 1992.