Lavoro e vita monastica
Intervista ad Arrigo Anzani, monaco camaldolese
di Annalisa Margarino
Da qualche mese ho saputo che i monaci di Camaldoli si stanno impegnando nella ristrutturazione della Mausolea, la loro azienda agricola e forestale. Ho ricevuto via mail diverse informazioni e notizie sulla ripresa di questa antica attività, così ho iniziato ad interrogarmi sul rapporto che possa esistere tra monachesimo e vita lavorativa.
Ho presente l’antico detto monastico ‘Ora et labora’, ma ho anche in mente la dimensione contemplativa, dedita alla meditazione e alla preghiera che caratterizza la vita monastica. Rifletto anche sull’origine del nome ‘monaco’, dal greco monos che mi riporta al concetto di uno, all’idea di vita unificata ed integrata, in cui ogni aspetto dell’umano è chiamato a rientrare in modo equilibrato e misurato, tra questi anche la dimensione lavorativa.
A conferma, decido di porre alcune domande ad Arrigo Anzani, monaco camaldolese attuale responsabile della azienda agricola della comunità.
Come si vedrà le sue risposte sono semplici ed immediate, preziose per riportarci al legame stretto che vincola vita umana e lavoro, ma anche vita spirituale e attività del quotidiano. La risposta alla seconda domanda, in particolare, scandisce il ritmo della quotidianità del monaco e diventa utile per ciascuno per un confronto con il dinamismo e, spesso, lo squilibrio delle nostre giornate.
Infine, le domande successive chiariscono, in modo progressivo, il legame stretto ed inscindibile tra vita attiva e contemplativa che, mai, si escludono a vicenda.
L’approccio di Arrigo, come si vedrà, è esperienziale, utile per introdurre il lettore nello stile di vita del monaco, uomo unificato e essenziale per invitare a riprodurne lo stile, per quanto possibile, nella vita frenetica di ciascuno, considerando che nessuna azione viene a caso, che ogni gesto va meditato e che il tempo è dono di Dio al creato.
1. Chi è il monaco?
Un uomo, una donna, in ricerca delle propria unificazione, in ascolto delle voci leggere dello Spirito, obbediente alla vita.
2. Pensando al monachesimo viene in mente il tradizionale motto benedettino ‘Ora et labora’. Che spazio ha il lavoro nella vita monastica? Quali sono i lavori dei monaci?
Per raggiungere l’unificazione i monaci cercano di dedicare quotidianamente un opportuno tempo a ciò che nutre le dimensioni fondamentali della vita dalla preghiera, al riposo, al tempo libero.
In monastero vengono dedicate, così, 4 ore alla preghiera, 4 ore agli altri atti comuni, 6 ore al lavoro, 2 ore al tempo libero e 8 ore al riposo.
La prima attività del monaco è la preghiera, personale e comunitaria, che nutre la sete di comunicare con l’Oltre, di raggiungere la profondità nella comunicazione, di offrire suppliche, di lodare o di imprecare, di dare orizzonte alle risposte inevase che la vita ci offre.
Gli altri atti comuni sono quelli in cui si nutre non solo il fisico (colazione, pranzo e cena), ma anche la relazione, il contatto relazionale con i fratelli o le sorelle.
Il lavoro in monastero ha molteplici significati e motivazioni. Serve a contribuire al mantenimento della comunità che si regge grazie al frutto dell’attività dei monaci, non solo dal punto di vista economico-finanziario, ma anche per quanto concerne le dinamiche dell’accoglienza, della ricerca, della proposta liturgica, della vicinanza ai giovani e ai malati. Tutto questo lavoro permette alla comunità di vivere pienamente la sua testimonianza monastica. Inoltre, come per ogni uomo e donna, è un modo eminente ed esigente di vivere fino in fondo il mandato di curatori del creato che Dio ci ha affidato fin dall’origine divenendo con lui concreatori. Ciò che offriamo a Dio e al mondo è sempre frutto della terra, del sole, dell’acqua, delle creature viventi… della fatica, della fantasia e del lavoro dell’uomo, le une indisgiungibili dalle altre.
Il tempo libero permette di coltivare le proprie passioni, dare tempo alle cose che ti fanno perdere tempo. Il riposo fa decantare le fatiche, i rumori, i progetti, i sogni. Rigenera…
Da questa digressione si può dedurre un certo equilibrio all’interno di una giornata monastica, in cui non è la quantità di ore trascorse per l’una o l’altra attività che conta, ma il poter nutrire adeguatamente, ogni giorno, le dimensioni vitali dell’esistenza.
3. Che ruolo ha il lavoro nella vita monastica? Quali sono i lavori dei monaci? Tu appartieni alla congregazione dei Camaldolesi, in cui vita cenobitica e vita eremitica si incontrano. C’è differenza nella concezione del lavoro per il monaco che vive in monastero e per chi sceglie di essere eremita?
Non esistono lavori monastici o non monastici. Nei secoli i monaci hanno svolto attività differenti e varie: sono stati architetti, agronomi, contadini, letterati, miniaturisti, scalpellini, ciabattini, cuochi, lavandai, teologi, tipografi, artisti… Si può, quindi, affermare che non esiste un lavoro monastico, piuttosto potrebbe esistere un modo di lavorare monastico, curioso, competente, attento, aperto, silenzioso, modesto… gratuito, al servizio della comunità e dei fratelli e delle sorelle.
Certamente le dinamiche della vita all’eremo e al monastero sono diverse e hanno fatto sì che le attività si siano maggiormente concentrate al monastero. Questo, però, non esonera i fratelli “eremiti” dal dedicare un opportuno tempo al lavoro che consiste nella cura degli ambienti, dei giardini e degli orti, nel taglio della legna, nello studio, nell’ospitalità e in tutto quanto necessario alla vita comunitaria.
La giornata di ogni monaco, sia esso eremita o cenobita, non può non prevedere opportuni tempi per nutrire armonicamente le dimensioni vitali della persona: spirituale, intellettiva, lavorativa, corporea e affettivo-relazionale.
4. In alcuni ordini religiosi contemplativi, originariamente, era quasi bandito pensare ad attività lavorative che non fossero quelle ordinarie per gestire la comunità. Non sembra essere così per le congregazioni benedettine. Come te lo spieghi?
L’obiettivo del lavoro è arrivare ad una piena unificazione della persona per potere essere più veri e intensi nel nostro riconoscerci figli di un Padre che ci ama e fratelli tra di noi e con tutto il creato. Questa è una esigenza profonda iscritta nel mistero salvifico dell’incarnazione. Da tale percorso non può essere esclusa la dimensione lavorativa se si vogliono evitare pericolose derive “spiritualiste” o “materialiste” con il risultato di creare “monaci” in entrambi i casi disincarnati.
Come dice un vecchio detto ‘Il lavoro nobilita l’uomo’, in quanto lo rende parte integrante del genere umano e della creazione intera, collabora alla sua piena unificazione, rendendo l’uomo pienamente uomo e il monaco sempre più realizzato nella sua tensione verso una piena unificazione di se stesso.
5. Da poco tempo hai riattivato la azienda agricola La Mausolea. Parlaci di questa esperienza e come rientra nel tuo percorso vocazionale.
I documenti più antichi che attestano la dedizioni dei monaci alla terra e alle sue produzioni agricole risalgono alla prima metà dell’XI secolo. Due anni fa la comunità mi ha chiesto se mi sentissi di continuare questa importante e impegnativa eredità che i nostri padri ci hanno lasciato.
Attualmente la nostra Cooperativa Agricola e Forestale gestisce 380 ettari di terra, da cui otteniamo come prodotti finali carne e vino.
La nostra Cooperativa, certificata biologica in tutte le sue produzioni, dice un modo di rapportarci col creato. I nostri animali mangiano alimenti per la maggior parte autoprodotti in azienda, alimenti che non sono mai venuti a contatto con agenti chimici, che per la loro produzione richiedono una maggior cura, a fronte di una minore produzione. I nostri campi non ricevono altro fertilizzante che il letame prodotto dai nostri animali e la nostra uva cresce sana anche senza anticrittogamici e fertilizzzanti chimici. Un discorso a parte merita il vino che, tra i prodotti del lavoro dell’uomo è certamente quello simbolicamente più potente. La fatica, la maestria e l’arte dei vignaioli e degli addetti di cantina, uniti alla potenza del sole, al sollievo della pioggia, all’energia della terra sono tutti presenti nella produzione del vino che, quindi, risulta composto per metà da tecniche agronomiche e di vinificazione e per metà da “cultura”.
Questo è un modo estremamente pratico per tradurre nel lavoro una vera e attenta cura del creato.
In questo senso sono da leggere anche alcune iniziative sperimentali riguardanti la conservazione di vitigni locali in via di estinzione e di varietà di rosmarino e di ginepro toscane di cui si sta valutando la capacità di produrre “profumi” particolari.
Tutto questo ha direttamente a che fare con quanto, in altro ambito, si svolge in monastero: la cura e l’attenzione all’altro e all’ospite e, soprattutto, la capacità di cogliere la diversità come condizione essenziale per la vita.
Si può dire, a questo punto, che per il monaco, come per ogni uomo, il lavoro, oltre che dimensione essenziale dell’esistenza, è cura per il creato e per l’altro.
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