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7
 
In questo numero:
• Educare per...?
La sfida dell’educazione in contesti di diseguaglianza sociale. Spunti per la riflessione dalla realtà latinoamericana.
di S. Barone   
• Il lavoro non è un
‘castigo divino’
di M. Capitini   
• Responsabilità Sociale d’Impresa ed etica: quali rapporti?
di S. Contesini  
• I mestieri nel Vangelo.
Il lavoro come spazio utopico?
di A. Margarino   
• Di fede, di speranza e di lavoro
di A. Peretti  
• In aiuto ai concetti
di L. Regina  
• Educare per...
La sfida dell’educazione là dove la ricchezza occulta la povertà
di E. Zamarchi  
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Educare per...?
La sfida dell’educazione là dove la ricchezza occulta la povertà

Elisabetta Zamarchi

L’articolo è una risposta simmetrica alla sfida di cui parla Sabina Barone in un contesto geografico ed economico completamente diverso dall’occidente del benessere.

Parole chiave: povertà, miseria, educare, commutarsi

Nel nostro mondo, ed in questo l’occidente ha fatto scuola, l’identità sociale si configura in base al benessere economico: quando l’essere coincide con l’apparire per altri, il possesso di beni e oggetti identificati come status symbol, dona una sicurezza di superficie e rimanda una buona immagine di sé. L’etica che ne deriva è minimalista ed elementare: possedere significa potersi mostrare e nell’apparire si fonda il successo e la consistenza degli individui.
L’estetica di questo messaggio è però intaccata dai fatti della cronaca quotidiana che narra di adolescenti suicidi per l’incapacità di farsi accogliere nella relazione tra i simili; di un bullismo diffuso tra i più giovani, forse volto ad allontanare aggressivamente la diversità dei coetanei per difendere l’immagine di un’integrità; di presidi malmenati dai genitori di fronte ad una sconfitta scolastica del figlio; di insegnanti esibizionisti o trasgressivi che, spesso, sono vittime del loro degradato status sociale. Di madri che uccidono i figli neonati per depressione, di padri che uccidono i figli per vendetta contro l’abbandono della madre. Sembra una sindrome di Medea, ma rovesciata.
E’ un quadro di povertà estrema, povertà di sentimenti e povertà di linguaggio per esprimerli, un quadro in cui il termine povertà, bandito dal vocabolario dell’occidente, sconfina nel concetto di miseria: la povertà diviene miseria quando non ha più statuto sociale per essere accolta né possibilità di redenzione, economica se di questo si tratta, o spirituale. Parlare di miseria, nell’occidente dei G 8, significa indagare il termine stesso che rappresenta, semanticamente, un’ulteriorità rispetto all’esser poveri.

Che cos’è la miseria? E in che cosa differisce dalla povertà?

<<Che cos’è, in realtà la povertà? Una costruzione dello spirito, un concetto, un vocabolo? Uno stile di vita, la manifestazione di una mancanza, una forma di sofferenza? Si contrappone alla miseria o ne è un sinonimo? Rappresenta un limite arbitrario stabilito dagli esperti per distinguere i poveri dai non poveri?>> (M. Rahnema, Quando la povertà diventa miseria, copertina)
La povertà appartiene alle nostre vite, perché si è sempre poveri, in quanto strutturalmente mancanti. Ma al di là della povertà ontologica, chi può essere definito povero nel mondo della ricchezza? Si può essere poveri di mezzi, e ciò significa già un confinamento rispetto alle opportunità che offre la società del benessere; si può essere poveri di parole, e ciò vuol dire cadere spesso in balia di altri; si può essere poveri di affetti ma non per questo necessariamente si diventa omicidi, stupratori, pedofili.
Nel degrado di una società che non possiede più la cognizione dei propri limiti, i fenomeni a cui assistiamo di continuo non sono segni di povertà ma di “miseria”, quel modo d’essere fabbricato dalla macchina del consumismo globale che costringe a vivere in un regime di pura sopravvivenza. I “miseri” non indagano nulla di sé e del mondo e non progettano più nulla.
La miseria materiale, di cui parla Rahnema, è ormai evidente anche nella vetrina dell’occidente, dove, per altro, il possesso di beni non tutela dalla miseria spirituale, quello stato di mancanza di risorse che impedisce di consistere in se stessi.
Gli effetti brutali della miseria materiale nel luccichio dell’occidente sono sempre più dilaganti: i giovani immigrati di terza generazione delle banlieues francesi che aggrediscono interi quartieri, bruciando tutti i simboli materiali di un benessere da cui saranno sempre preclusi, sono una tra le espressioni della “miseria” che agisce all’interno del mondo occidentale, oltre che proliferare nell’altra metà del pianeta.
La miseria appare nei vissuti emotivi di molti adolescenti che, in questo nostro mondo privilegiato, sanno e sentono di dover trasgredire per poter essere visibili, per poter avere un’identità in un tessuto sociale che impone il conformismo dei modelli ma disprezza chi si conforma e non è nessuno. La trasgressione appartiene per statuto all’adolescenza, ma in questa congiuntura epocale è perfino difficile trasgredire, poiché tutto è a portata di mano dato che l’unico ethos collettivo che c è rimasto è quello mediatico.
Posso ragionare sulla differenza tra povertà e miseria solo all’interno di tale contesto, quello in cui vivo ed opero, tuttavia il deterioramento <<di tipo socio-culturale in cui sono in gioco e si deformano il significato dei diritti, del valore della persona e della convivenza civile>> che Sabina Barone descrive come la realtà degradata dell’America Latina è presente anche nei fasti di una società che promette tutto ma non garantisce nulla di quanto espone in vetrina.
Come è possibile educare in un frangente in cui la povertà è bandita, anche solo come termine, ed invece la miseria affiora ovunque?

Aver cura: educere o educare?

<<La personalità, in una società che tende ad organizzarsi a partire dal consumo, non dispone di un principio di integrazione>>: riprendo la citazione del testo di Touraine, per collocarla in un altrove rispetto all’ambito di riflessione da cui l’autore pensa e parla . Se il prodotto di questa convivenza civile è l’aver formato esseri desideranti, in cerca di un’autogratificazione continua, sono comprensibili i fallimenti dell’educazione e l’inefficacia degli agenti educativi più importanti, la famiglia e la scuola prima di tutto, non solo in una realtà dai forti contrasti di appartenenza sociale come quella dell’America latina, ma anche nelle grandi città europee e in quelle città di provincia, così diffuse nel nord d’Italia, in cui l’apparire è sinonimo di possedere e il possesso è finalizzato all’apparenza.
Quali domande si pone chi cerca la possibilità d’azione pedagogica nella società del benessere, dove gli imput sono gli stessi che in America meridionale, perché purtroppo il mondo si è globalizzato al ribasso, su uno standard di neo liberismo in cui è faticoso differenziarsi se non si hanno mezzi economici? Eppure, al tempo stesso, la società occidentale è molto diversa da quella poiché qui, almeno apparentemente, a tutti sono offerte possibilità di inserimento.
<<Si può ancora aspirare a costruire soggettività attraverso l’educazione? E che soggetto può e deve contribuire a costruire la scuola?...La risposta a queste domande chiede di affinare lo sguardo sulla relazione educativa>>
L’unica risorsa che è ancora spendibile in tutti i mondi, ricchi o poveri, è forse proprio l’educazione <<Quando si lavora sull’etimologia della parola “educare” si tende a ricondurla al latino educere, che significa trar fuori, trarre alla luce; sembra invece più corretto ricondurla a educare, anche significa allevare, alimentare, nutrire, curare, oltre che educare, istruire, formare; educatus – che indica la qualità dell’essere educato – è infatti il participio passato di educare>> (Mortari, La pratica dell’aver cura, p. 15)
Mi sembra che l’etimo educare si adatti meglio al passaggio di confine in cui tutti gli educatori, siano essi insegnanti, consulenti o formatori si cimentano oggi nell’attualità della loro professione relazionale.
C’è, infatti, un enorme bisogno di cura, di nutrimento: quando tutti i messaggi rimandano solo la necessità di apparire per esserci, pensare di poter educere, di trarre alla luce - in senso socratico - il nucleo intimo di ognuno è utopico e fuori luogo. Non perché gli individui non possiedano più risorse interiori, ma perché è stato vietato ad essi, dall’etica mediatica e terapeutica pensare di averle, o peggio, è stato loro impedito di pensare che le risorse interiori esistano e servano a qualche cosa.
C’è un vizio strutturale nei messaggi che informano e che formano la crescita dei nuovi soggetti, in gran parte derivato dal dominio della tecnica che annulla le competenze dei più vecchi, perché il suo continuo rinnovamento rende obsoleto ogni sapere pregresso in breve termine. Una tra le parole che hanno grande veicolazione nel vocabolario vincente dell’oggi è mobilità, il che vuol dire, rispetto ai processi produttivi, essere disponibili a commutarsi, a riconvertirsi da una mansione ad un’altra, a spostarsi di luogo, ad offrire il proprio tempo solo alla realizzazione di un determinato processo lavorativo.
Il vizio sta in questo: i ragazzi imparano a crescere, loro malgrado perché vi sono costretti, in un sistema che proclama l’autarchia come regola e unica possibilità di realizzazione. Disprezzano le competenze degli adulti, a meno che non siano socialmente “arrivati”, ma non sanno assolutamente che cosa serva loro apprendere per corrispondere al modello dell’individuo sicuro di sé, che si conforma ma, che, al tempo stesso, si realizza come un unicum.
D’altro lato gli adulti, forse perché anch’essi alla ricerca di un benessere e privi di strumenti per identificare le proprie risorse, sono sordi. Proteggono i figli perché essi non diano loro problemi ma non hanno strumenti per ascoltarli, dato che l’ascolto richiede tempo e pazienza con se stessi, prima di tutto. L’essere adulti oggi, con figli o studenti adolescenti, è un’incombenza pesante, priva di protocolli che insegnino come porsi in modo autorevole ed amorevole al tempo stesso,
Se è ormai reale nei processi produttivi la necessità di una mobilità continua, credo che ciò significhi un nuovo tipo di apprendistato: non basta essere capaci e competenti nel proprio universo lavorativo. Penso che si debba apprendere la capacità di commutazione, di sapersi modificare di continuo attraverso un processo di disfacimento delle tante incrostazioni che segnano le modalità relazionali, con se stessi e con gli altri.
L’aver cura, l’educare, è forse l’espressione simbolica che sintetizza tutto ciò che possiamo fare, oggi, per noi e per i più giovani.
<<E’ l’ontologia della dipendenza da altri che fonda la primarietà della cura …La cura è quel modo esistenziale assunto da chi, avendo raggiunto un minor stato di dipendenza, offre il proprio sapere e le proprie energie all’altro per favorire il processo di costruzione di un modo della vita quanto più possibile auto-organizzato>> ( Mortari, La pratica dell’aver cura, p. 100)
Il minor stato di dipendenza si raggiunge però nell’accettazione di tutte le dipendenze, a partire da quella elementare del bisogno di essere riconosciuti e confermati. Se gli adulti non sanno più educare, in questo mondo di ricchezza, è perché non hanno raggiunto un minor stato di dipendenza. Il problema nella nostra realtà sono gli adulti, la loro incapacità di riconoscere la dipendenza come una struttura dell’esserci e quindi di maturare competenze affinché figli e studenti riescano a costruire un’immagine di sé, una modalità di vivere non autarchica ma libera. L’esistenza ha sempre richiesto una commutazione continua: ancora nella seconda metà del XX secolo si poteva eludere questa necessità a meno che non si fosse travolti da congiunture tragiche. Nel terzo millennio fermare se stessi ad un determinato universo di certezze significa non comunicare più con i più giovani che sembrano sordi ed arroganti ma solo perché devono dimostrare di farcela da soli. E questa specie di arroganza dell’essere chi gliel’ha insegnata? Dove l’hanno appresa?

Per approfondire

M. Rahnema, Quando la povertà diventa miseria, Einaudi, Torino 2006
Majid Rahnema è un antropologo iraniano, membro dell’ONU, è stato commissario durante la guerra civile in Rwanda e oggi insegna all’Università di Claremont, in California

L. Mortari, La pratica dell’aver cura, Paravia Bruno Mondatori editore, Milano 2006
Luigina Mortari è docente di Epistemologia della Ricerca pedagogica all’Università di Verona