In aiuto ai concetti
Luciana Regina
L’articolo propone una riflessione sulla problematicità dell’assunzione della consulenza filosofica fra le relazioni d’aiuto. In particolare quando l’aiuto sia inteso nei confronti dei soggetti persone, soggetti collettivi, gruppi occasionali - dei loro bisogni e della loro condizione. Diversi il senso e le implicazioni di un aiuto che viene rivolto ai concetti del consultante. Affinché questo terzo polo della relazione venga vissuto come il vero beneficiario dell’aiuto occorre però dedicare grande attenzione al patto da cui si origina la consulenza.
Problematicità dell’incontro fra la domanda e l’offerta di aiuto
La consulenza filosofica viene con una certa ovvietà collocata fra le relazioni d’aiuto, pur essendoci differenti visioni riguardo la qualità e i contenuti dell’aiuto che viene offerto. Il dibattito interno verte spesso e giustamente proprio sulle cautele da prevedere quando ci si propone professionalmente a qualcuno che ha bisogno d’aiuto.
La delicatezza della questione è evidente: quello di aiuto è un concetto assai vago e comprensivo, così come quello di bisogno d’aiuto, e proprio su questa imprecisione può fondarsi ogni genere di fraintendimento, di intervento sgangherato ma in buona fede, fino anche alla manipolazione. Qualcuno può dirsi bisognoso d’aiuto senza essere in grado di specificare di quale aiuto ha bisogno, qualcun altro può avere idea di poter essere d’aiuto, in virtù di una sua disponibilità ad aiutare facendo ciò che sa e può, ma in seguito i contenuti del bisogno e i contenuti dell’aiuto possono rivelarsi incomunicanti ed eterogenei. Anche a posteriori sarà difficile stabilire se c’è stato un incontro fra la domanda e l’offerta, perché è difficile distinguere fra il proprio sentirsi o non sentirsi aiutati e l’oggettivo esserlo stati; fra la propria buona intenzione di aiutare e l’effettivo esser stati d’aiuto. Questa situazione si presenta in molti contesti e la questione può essere posta a molte professioni che non fondino la loro efficacia su elementi inconfutabili ed evidenze oggettive, come fame da soddisfare, ferite da cucire, macerie da rimuovere, fuochi da spegnere. Ma una nuova professione, come la consulenza filosofica - specialmente in virtù della sua legittima e peculiare scelta di non utilizzare tecniche di influenzamento, metodi ufficiali e condivisi dall’intera comunità professionale, di non dichiarare obiettivi predeterminati né tanto meno misurabili - deve essere particolarmente esigente nei confronti delle proprie affermazioni. Un consulente filosofico deve chiedersi in che senso va inteso l’aiuto che offre in generale, come professionista che fornisce un’interpretazione di sé, prima ancora di essere interpellato. Deve di volta in volta, poi, chiedersi se l’aiuto che ha in mente di poter offrire è stato compreso da chi lo interpella, se può giovare al bisogno che lo ha condotto in consulenza, se si può immaginare insieme un percorso in cui un bisogno venga individuato e condiviso, un’ attenuazione o una determinata trasformazione del bisogno come esito e indicatore di riuscita del percorso venga ipotizzata.
Quello di aiuto è un concetto costituitivamente relazionale: la richiesta di aiuto si rivolge ad altri, l’offerta di aiuto si rivolge ad altri. I soggetti coinvolti in questa relazione non possono che negoziare un’interpretazione comune del bisogno e dell’offerta, verificare la sostenibilità dell’impegno che si assumono.
Quando in gioco vi è una posta di natura tale da poter diventare oggetto di transazione, quindi essere intesa e accolta, solo attraverso il discorso, ignorare che sono in atto delle mediazioni che istituiscono la cornice della relazione stessa e rispondere all’appello di chi chiede aiuto con la stessa immediatezza di chi accorre a spegnere un incendio, può essere un atto vacuo, o anche irresponsabile. Tanto più se a farlo è un professionista retribuito. Parrebbe diffusa, per contro, l’idea che la risposta all’appello dell’altro, pronta e senza filtri, fatta di accoglienza non discriminante e di ascolto integrale sia la via regia per cominciare un rapporto di consulenza filosofica, nel segno di quella prossimità alla vita, alla concretezza e singolarità delle persone, che da alcuni è ritenuto elemento qualificante di questa prassi, in contrapposizione all’opera indifferente e disincarnata della concettualizzazione.
Il terzo elemento
A fronte delle difficoltà incontrate nel concepire l’aiuto come intervento di una persona in favore di un’altra persona attraverso un beneficio di natura filosofica, ho scelto di centrare e fondare il mio lavoro consulenziale su un elemento della relazione che presenta caratteristiche utili a superare l’impasse, una sorta di terzo elemento: i concetti del consultante.
In particolare i concetti che sono già all’opera e che intervengono per lo più in modo irriflesso - nella descrizione e nell’interpretazione che il consultante sta dando della sua situazione. Se è vero che la prima mossa della consulenza filosofica è quella di stabilire le regole di ingaggio, la cornice in cui ci si muoverà, scegliere i concetti già in gioco come committenti di entrambi i protagonisti della relazione disegna una cornice molto diversa da quella in cui il consulente riconosce come committente il consultante e il suo bisogno di aiuto. Una cornice in cui i due esseri pensanti si impegnano a prestare la loro opera al servizio di terzi. Il primo vantaggio di questa regola di ingaggio è che non legittima nel consultante un atteggiamento passivo o di delega nei confronti del consulente. Non legittima neppure che il rapporto cominci sbilanciato, con una persona che rovescia il suo racconto come consegnandolo al consulente. Quando questo accade l’ascolto attivo cui il consulente si predispone viene vissuto da entrambi come foriero di una seconda mossa, che consisterà in una restituzione, o in una selezione di temi, o in una domanda di approfondimento, o addirittura in una prima interpretazione. In modi che possono variare molto stilisticamente, quando il consultante comincia con il racconto succede poi invariabilmente che la prima mossa, gravida di conseguenze per il seguito del percorso, sia del consulente. Se proviamo a riconsiderare questo come il primo momento di un processo di trasformazione, il racconto del consultante viene fatto oggetto della consulenza e la prima trasformazione viene operata dal consulente, che reagisce al racconto e prendendo la parola, in qualunque modo lo faccia, comincia a trasformarlo. La relativa tranquillità con cui questa mossa viene in genere compiuta dipende, a mio modo di vedere, dal fatto che non si è assunto esplicitamente che l’oggetto della consulenza sia il testo del consultante. Si ritiene più semplicemente che a ricevere la consulenza sia la persona, che il baricentro dell’attenzione e del rispetto da esercitare sia la persona, e mentre ci si attrezza per accudire, sostenere, rispettare, liberare la persona, si esercitano con una certa spregiudicatezza modifiche significative, selezioni, variazioni sui suoi contenuti di pensiero e sul suo discorso. Se il testo del consultante viene trattato come un mezzo - di trasporto, di espressione - nei suoi confronti non ci si sente in obbligo di esercitare un controllato, assoluto rispetto.
Riposizionamento del concetto nel ruolo di protagonista
La mia scelta come consulente è invece di tenere per me la prima mossa, in modo da creare una cornice per me sostenibile professionalmente. Questa mossa non interviene sui contenuti del consultante, perché non sono ancora emersi ed è al contrario un modo per evitare di farlo anche in seguito. Consiste nel chiedere al consultante di fermarsi a pensare ai motivi per i quali è lì, al quadro, alla scena che avrebbe in mente di portare dentro la consulenza come materiale di lavoro, agli elementi di quella scena che ritiene cruciali. Consiste in pratica nel chiedere una prima selezione, una descrizione per tratti essenziali, se è possibile una focalizzazione su un’affermazione o su parole slegate che rappresentino il cuore dell’interrogarsi di quella persona nelle circostanze che la stanno interpellando. Così sollecitato a sospendere, a riflettere, a riguardare senza aiuto il bagaglio con cui è arrivato, che era stato forse sul punto di rovesciare in mezzo alla stanza in un apparente disordine, il consultante si assume una prima importante responsabilità. Quella di scegliere su cosa impegnarsi, di che cosa caricarsi, che cosa portarsi dietro nel viaggio, di cosa prendersi cura. Inoltre fa alcune importanti scoperte: che nessun altro avrebbe titolo a fare quell’operazione, dire di cosa ci si occuperà. Che trovare il tema, o i temi vuol dire tematizzare, e che il tematizzare è già un atto complesso, un atto con dentro altri atti come:
- domandarsi (ben diverso l’atto del domandare ad altri)
- guardare in un caos e cominciare a distinguervi qualcosa (ben diverso l’atto dell’offrire o ostendere un caos ad altri perché tenti un riordino)
- istituire un ordine provvisorio di priorità
- esprimere un interesse reale, un’urgenza
- ricordare quando e in quali circostanze quel tema è diventato importante
- provare a ricordare com’era prima, quando non era destabilizzato e non richiedeva particolari attenzioni
- guardare in mezzo agli scarti di processo, cioè fra i temi che non si sono scelti e cogliere la differenza che farebbe occuparsi di uno piuttosto che di un altro.
La consulenza filosofica in questo modo viene impostata come un lavoro soprattutto teoretico, con una minima ma non inessenziale componente storica. Chi sceglie i temi è il consultante, la persona portatrice della storia che conta, che da quella storia trae quasi con necessità ciò che si dà da pensare. Ma la storia, che è il luogo di emergenza del fenomeno prima, del tema poi, in virtù del movimento della tematizzazione, resta metodologicamente fuori dal campo visivo. E’ fondamentale perché è la storia di qualcuno, e a questo qualcuno, in quanto capace anche di pensare, oltre che di vivere, quella storia affida dei temi. Ma viene tenuta a margine ugualmente. E’ astenendosi dalle storie che la filosofia è nata, distinguendosi dalla narrazione, dall’esemplificazione, dalla testimonianza. Questo stesso movimento di astensione può essere una chiave per interpretare la consulenza filosofica. Non dimenticando che il movimento di astensione è appunto - un movimento, un atto che produce uno spostamento da un luogo a un altro, dal luogo in cui il consultante si trovava al momento della sua decisione di andare da un consulente filosofico al luogo in cui, avendo scelto un tema, inizia la consulenza. Ma la consulenza è tale se è quella persona, con l’aiuto di un consulente, ad offrirla ai propri concetti. A quelli importanti, a quelli che non stanno più a loro agio nei suoi pensieri, a quelli che hanno problemi con la realtà. Solo se il riconoscimento del tema avviene nella persona e da parte della persona che ne è portatrice questo può diventare un convincente oggetto di lavoro teoretico. Così i filosofi, così le persone che si impegnano a pensare davvero, stanno lontani dal rischio che il loro lavoro teoretico si riduca a un esercizio, al virtuosismo di una ragione disincarnata.
Il lavoro teoretico è il lavoro di tentare teorie che arricchiscano temi. Che arricchiscano, non che spieghino, non che conoscano, non che posseggano temi. Il compito di arricchire, sviluppare in direzioni inusitate, di scandalizzare l’ovvietà in cui il tema è immerso con accostamenti impertinenti, è un compito teoretico. Ma prima ancora, il compito di accorgersi che un concetto è entrato in crisi perché nella realtà si dà qualcosa che al cospetto di quel concetto risulta assurdo, incredibile, impossibile, insopportabile, inconcepibile, è di chi ha passione teoretica. La consulenza filosofica può limitarsi anche solo a questo: ad essere il luogo in cui ci si prende cura di una passione teoretica appena accennata, nata dall’essersi accorti di qualcosa e dal non averlo capito.
Se la si intende in questo modo, si assiste a uno spostamento dell’intenzionalità della consulenza: dall’aiuto alla persona, all’aiuto - prestato in solido dal consultante e dal consulente - ai suoi concetti. Posto che la persona che si rivolge al consulente abbia bisogno d’aiuto, è inevitabile pensare che anche i suoi concetti ne abbiano bisogno nello stesso momento. Una situazione di vita impervia o destabilizzata è anche una situazione in cui i concetti di chi vive sono impervi o destabilizzati.
Un’ulteriore precisazione è però d’obbligo a questo punto. Constatare, come molti fanno, che ovunque si incontrano soltanto interpretazioni, o che si dovrà sempre tenere presente che il tramite per comunicare è un mezzo che universalizza e slega dalle circostanze particolari, non è in sé ragione per condividere l’impostazione sopra descritta. Non porta cioè ad affermare che la consulenza possa avere un senso come azione che va in aiuto dei concetti invece che alle persone. Si può continuare a lavorare in aiuto delle persone per il tramite dei concetti, attraverso un riesame delle mappe cognitive, delle credenze, dei valori di fondo, delle visioni del mondo che le persone manifestano. In questo caso si utilizzano ancora i concetti come mezzi e non come fini. Questa versione attenuata non mi è sufficiente, anzi, va in una direzione che ritengo poco sostenibile. Essa privilegia ancora l’azione sulla condizione della persona e le subordina il lavoro sui concetti, come se la chiarificazione della visione del mondo di qualcuno avesse come effetto un miglioramento della sua condizione di vita. Si tratta in pratica di una forma light di intellettualismo etico che racchiude diversi impegni ontologici. La prospettiva metodologica che sostengo sceglie di essere molto radicale nel non affermare che si possa interferire sulla condizione di vita di qualcuno attraverso il dialogo. Radicale nell’affermare che oggetto del processo di trasformazione sono i pensieri di qualcuno e che la trasformazione consiste nel pensarli ancora e per tutto il tempo.
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