Di fede, di speranza e di lavoro
di Alberto Peretti
Alcuni spunti di riflessione per non cedere al canto delle tristi sirene dell’apparato tecnico lavorativo.
Il lavoro è precipitato nel gorgo dell'apparato tecnico ed economico. E' diventato il non più pensabile, perché ritenuto non ulteriormente pensabile. E’ da secoli il luogo della protervia o, specularmente, della rassegnazione. Del cinismo velenoso e per molti letale. Il lavoro è invecchiato ai margini del pensiero dell'occidente: incatenato alla matrice concettuale greca che lo ha ridotto a puro momento produttivo, ha ricevuto il semplice conforto del pensiero cristiano, per poi essere aggiogato al carro della razionalità economicista. Costretto a ripetere sempre e solo la litania del ‘produrre per guadagnarsi di che vivere’ è uscito dal gioco della vita. Così Hannah Arendt: “Il miracolo che preserva il mondo, la sfera delle faccende umane, dalla sua normale, “naturale” rovina è in definitiva il fatto della natalità [...] E', in altre parole, la nascita di nuovi uomini e il nuovo inizio, l'azione di cui essi sono capaci in virtù dell'esser nati. Solo la piena esperienza di questa facoltà può conferire alle cose umane fede e speranza, le due essenziali caratteristiche dell'esperienza umana che l'antichità greca ignorò completamente”1. Secoli di pensiero produttivo e tecnico hanno inibito al lavoro umano la sua natalità. Ne hanno sclerotizzato l'identità. Simile a un bambino deprivato di stimoli, il lavoro è cresciuto senza nascere.
Come se ciò non bastasse ha subito i contraccolpi della modernità. La fine dell'idea di progresso, la difficoltà a progettare o addirittura immaginare il futuro, la crisi delle prospettive salvifiche ed escatologiche lo hanno profondamente coinvolto. Da sfera investita del compito “di dare forma all'informe e durata al transitorio [...] di soggiogare, imbrigliare e colonizzare il futuro al fine di sostituire il caos con l'ordine e la casualità con una serie di eventi prevedibili”2, il lavoro si è gradatamente trasformato in dimensione occasionale e precaria, schiacciata sul presente, dai modestissimi orizzonti esistenziali. Scrive ancora Bauman: “Forse il termine “arrabattarsi” è più adatto a caratterizzare la mutata natura del lavoro emersa dal grande progetto di missione universale del genere umano e da quello non meno grandioso di una vocazione lunga una vita. [...] il lavoro ha perso la centralità attribuitagli nella galassia dei valori dominanti dell'epoca della modernità solida e del capitalismo pesante. Non è più in grado di offrire quel perno intorno al quale legare definizioni di sé, identità e progetti di vita. Né è facile immaginarlo nel ruolo di fondamento etico della società, o di perno etico della vita individuale”3.
Se le cose stanno in questi termini non è insensato, oggi, chiedere natalità al lavoro, che addirittura esprima nelle sue dinamiche fede e speranza? E in che cosa poi? Se tentare di ricollegare lavoro ed esistenza implica innestare sull'attività di lavoro questi tratti caratterizzanti l'esistere, da dove partire per dotare il lavoro dell'una e delle altre? Leopardi ci aiuta a capire: “La speranza è una passione, un modo di essere, così inerente e inseparabile dal sentimento della vita, cioè dalla vita propriamente detta, come il pensiero, e come l'amor di se stesso, e il desiderio del proprio bene. Io vivo dunque io spero, è un sillogismo giustissimo, eccetto quando la vita non si sente, come nel sonno, ec.”4(corsivo mio). L'esistenza, quindi, per essere tale, vuole sperare, deve poter sperare. Lo ribadisce, splendidamente, Gabriel Marcel: “La natura non illuminata dalla speranza non può che apparirci come il luogo di una sorta di immensa e implacabile contabilità. L'anima esiste solo attraverso la speranza. La speranza è forse la stoffa stessa di cui è fatta la nostra anima. Disperare di un essere non significa forse negarlo in quanto anima? Disperare di sé non significa forse suicidarsi in anticipo?”5.
Sperare è quindi ribellione all'entropia paralizzante della ragion contabile. Condizione ed espressione d'esistenza. Modo d'essere necessario in sé, in maniera indipendente dal suo oggetto, da ciò che o in cui si spera. Non averlo capito è la debolezza e la miseria di ogni forma, anche contemporanea, di nichilismo. Che non sente il dovere vitale della speranza. Che confonde il processo di consapevolezza circa il che cosa sperare con una dichiarazione di impossibilità della speranza. Che mina così nell'uomo la fiducia nella possibilità stessa di esistere. Facendo così il gioco di quegli apparati tecnico lavorativi di cui intendeva denunciare la pervasità.
Scrive Maria Zambrano: “C'è una speranza, infatti, che non spera nulla, che si alimenta della propria incertezza; la speranza creatrice, quella che estrae la sua stessa forza dal vuoto, dall'avversità, dall'opposizione, senza per questo opporsi a nulla senza lanciarsi in alcun tipo di guerra. E' la speranza che crea stando sospesa, senza ignorarla, al di sopra della realtà, quella che fa emergere la realtà ancora inedita, la parola non detta”6. Speranza che non ha nulla della visione rassicurante o dello stolido ottimismo; piuttosto, pur nella consapevolezza dell’esistenza qual è, è spinta a che la realtà sia riscattata, trascesa. Speranza è la capacità di vedere il reale in tutta la sua complessità, non solo per ciò che esso è, ma anche per il possibile che da ciò che è rimane velato. E' il coraggio di cogliere che oltre l’esistente in atto vi sono altre potenziali realtà, che attendono pazienti o che spingono per poter venire alla luce.
All'opposto il cinismo, l'indifferenza e il disprezzo per qualsivoglia slancio ideale. Pensare rassegnato, per cui il passato non contiene se non moniti all'insensatezza di ogni idea ardita, il presente è privo di sorprese, il futuro non può che essere mera ripetizione di un copione già scritto. Dare speranza al lavoro non significa quindi tornare a subissarlo di speranze, di attese di riscatto sociale o di palingenesi millenaristiche. Vuol dire, più semplicemente, ridargli tensione, renderlo inappagato, inquieto e anelante. Pensarlo e progettarlo affinché sia in grado di accogliere in chi lavora il gusto e il desiderio di esistere.
Rimane la questione della fede. Così Kafka, in uno dei suoi racconti più singolari: “L'imperatore così si racconta ha inviato a te, a un singolo, a un misero suddito, minima ombra sperduta nella più lontana delle lontananze dal sole imperiale, proprio a te l'imperatore ha inviato un messaggio dal suo letto di morte”7.
Il corriere incaricato della consegna, si sa, non riuscirà a consegnare quel messaggio. Troppi gli impedimenti, infinite le difficoltà. Eppure, conclude Kafka, “tu stai alla finestra e ne sogni, quando giunge la sera”. Strepitoso finale. Che ci suggerisce un'idea di fede intesa come un vincolarsi alla speranza che per la vita, nella vita di ciascun essere umano vi sia un qualche messaggio. E che il tempo di lavoro, quel messaggio, possa aiutare a cercarlo o perlomeno ad attenderlo senza scordarlo. Certo, senza cadere nel vecchio equivoco, proprio di una certa etica del lavoro, che sia il lavoro in sé stesso a costituire il messaggio. Evitato l'inganno, si apre la via alla possibilità di un lavoro davvero umano.
Per ridare forme di fede e di speranza al lavoro è necessario evitare da una parte di soffocarlo nel gorgo del tempo ciclico, nel tempo dell'immutabile riproduzione dell'esistente, dell'eterna riconferma di ciò che è; dall'altra di gettarlo nella corrente del tempo escatologico, fondato sulla promessa di salvezza, su una rivelazione, divina o laica, che promette in qualche tempo il compimento dei tempi.
Il pensiero greco non conosce l’idea del divenire storico, piuttosto la ripetizione del ciclo. Per i Greci il tempo è ciclico e uniforme: è l'espressione di un kosmos vissuto come eterno ed immutabile, e che come tale va semplicemente contemplato; fa da sfondo al mantenimento di leggi naturali e di regole immodificabili, che ripetono eternamente se stesse. Il tempo greco è statico, è il divenire della ricorrenza.
Il pensiero giudaico cristiano si fonda invece su una concezione del tempo di tipo lineare. Il tempo biblico è motore di eventi che l'uomo sente procedere, o precipitare, verso un termine e un compimento, per quanto misteriosi essi siano. Fa da sfondo alla trasformazione del mondo. Il tempo biblico è dinamico, è compimento di salvezza.
Tempo ciclico e tempo escatologico sono alla base del processo che ha visto il lavoro separarsi dall’esistenza dell’uomo. E dell'irretimento del lavoro nell'apparato tecnico. La ciclicità temporale, svuotando il lavoro di un possibile divenire, lo ha reso meno che umano. Ne ha sigillato l’identità produttiva. Ha favorito la sua inscrizione nelle “ferree” dinamiche di mercato, ha spalancato le porte all'equivoco dell'ineluttabilità e naturalità delle leggi economiche, ha fornito una giustificazione metafisica dell'asservimento del lavoro alla performanza e al pensiero economicista. La prospettiva escatologica ha fatto del lavoro un qualcosa di più che umano. L'éschaton trascendente lo ha caricato di compiti penitenziali o salvifici; l'éschaton secolare lo ha reso dimensione funzionale ai deliri di onnipotenza dell'uomo fattosi dio (le nefandezze operate attraverso il lavoro dai regimi comunisti e dal nazismo rappresentano in proposito esempi eloquenti).
Il pensiero ebraico suggerisce l'esistenza di una terza prospettiva temporale. Scrive Abraham Joshua Heschel, uno dei massimi maestri dell'ebraismo contemporaneo: “La creazione, ci viene insegnato, non è un atto avvenuto in passato, una volta per sempre. L'atto di far esistere il mondo è un processo continuo. [...] Ogni istante è un atto di creazione. Un momento non è un punto d'arrivo ma un lampo, il segnale dell'Inizio. Il tempo è perpetua innovazione, è sinonimo di continua creazione”8.
Il tempo dell'ebraismo appartiene certamente al paradigma escatologico. Eppure nel giudaismo il “rapporto tra l'uomo e Dio non è un affidarsi passivo alla Sua onnipotenza ma una assistenza attiva”9. Con il suo lavoro l'uomo partecipa con Dio alla creazione in qualità di “socio nelle sua Impresa”. Il mondo, e qui sta il punto, non è creato una volta per tutte, è in cammino verso il suo compimento; e contemporaneamente la creazione non è uno stato raggiunto al termine del percorso, ma è già in atto in ogni suo momento. L'atto lavorativo si compie in un tempo che bordeggia il tempo ciclico e quello escatologico: li vive entrambi, ma senza perdersi in essi. Dimensionato in un presente e in un futuro ugualmente densi di senso, il lavoro ritrova la possibilità di ricongiungersi alla pienezza dell'esistere umano.
L'“apparato economico produttivo” è una costruzione concettuale, il frutto di un modo di interpretare il mondo. Di un senso dato alla vita. In quanto tale non va reificato. Non è, piuttosto deriva da. Non è vero che si autoriproduce. Per non farlo figliare è sufficiente ripensarlo. Il sistema lavoro visto in senso puramente economico come “un'attività svolta in vista dello scambio monetarizzato e che costituisce necessariamente l'oggetto di un calcolo contabile”, non è un “dato” o una legge di natura. Non ha un'essenza che lo vincoli ad essere così conformato. L’apparato tecnico lavorativo, con buona pace dei tristi cantori della tecnica, non è un ineluttabile. Piuttosto un paradigma sociale e culturale frutto di una circoscritta immagine del mondo. Nasce da una visione contrattualistica e individualistica della società. Che è riuscita ad imporsi grazie al trionfo di una disciplina, l’economia, del principio di razionalità strumentale inteso come principio universale dell’agire umano, della visione mercantilistica proiettata sulla totalità delle dinamiche sociali. E che si appoggia, qui sta il punto, alla concezione ciclica del tempo e degli eventi per darsi consistenza teorica, autogiustificarsi e impedire ulteriori pensabilità. Finisce così per imporsi come una fatalità contro cui è stolido e inutile ribellarsi.
Ma come ripensare il lavoro, se è il sistema stesso che induce attraverso un capillare condizionamento culturale l’impossibilità di un ripensamento? Necessitiamo, è vero, di un pensiero coraggioso, capace di alzare la testa e mantenere sollevato lo sguardo, e non solo di denunciare l'inanità del tentativo. E' in questo senso che vanno lette le parole con cui Anders apre il suo L'uomo è antiquato: “Cambiare il mondo non basta. Lo facciamo comunque. E, in larga misura, questo cambiamento avviene persino senza la nostra collaborazione. Nostro compito è anche d'interpretarlo. E ciò, precisamente, per cambiare il cambiamento. Affinché il mondo non continui a cambiare senza di noi. E, alla fine, non cambi in un mondo senza di noi”10. Cambiare il cambiamento significa essere capaci di articolare un vero umanesimo lavorativo. Un pensiero che sia in grado di misurare il sistema organizzativo e produttivo “non solo per l'efficienza dei suoi risultati, ma anche per la capacità che esso dimostra di considerare tutto l'uomo in tutte le sue dimensioni e tutti gli uomini”11.
Note
1 H. Arendt (1958), Vita activa. La condizione umana, Bompiani, Milano, 1964 p.182
2 Zygmunt Bauman (2000), Modernità liquida, Laterza, Roma-Bari 2002 p. 156
3 Ibidem, p. 160
4 Giacomo Leopardi, Zibaldone, Newton Compton, Roma 1997 par. 4145,
cit. in S. Natoli, Dizionario dei vizi e delle virtù, p. 117
5 G. Marcel (2005), Tu non morirai, Valter Casini Editore, Roma 2006 p. 135
6 M. Zambrano (1990), I Beati, Feltrinelli, Milano 1992 p. 118
7 Franz Kafka, Un messaggio dell'imperatore, in Tutti i racconti,
Mondadori, Milano 1970 p. 235
8 Abraham Joshua Heschel (1951), Il sabato. Il suo significato per l’uomo moderno,
p. 124
9 Abraham Joshua Heschel (1996), Grandezzza morale e audacia di spirito, p. 327
10 G. Anders (1980) L'uomo è antiquato 2. Sulla distruzione della vita nell'epoca della terza rivoluzione industriale, Bollati Boringhieri, Torino 1992 p. 1
11 Stefano Zamagni, Organizzazione del lavoro, uso del tempo e prospettive di civiltà, in F. Alacevich, S. Zamagni, A. Grillo, Tempo del lavoro e senso della festa, Ed. S. Paolo, Cinisello Balsamo 1999 p.66
|