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Alberto Peretti
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S.Contesini, A.Peretti, E. Zamarchi
7
 
In questo numero:
• Educare per...?
La sfida dell’educazione in contesti di diseguaglianza sociale. Spunti per la riflessione dalla realtà latinoamericana.
di S. Barone   
• Il lavoro non è un
‘castigo divino’
di M. Capitini   
• Responsabilità Sociale d’Impresa ed etica: quali rapporti?
di S. Contesini  
• I mestieri nel Vangelo.
Il lavoro come spazio utopico?
di A. Margarino   
• Di fede, di speranza e di lavoro
di A. Peretti  
• In aiuto ai concetti
di L. Regina  
• Educare per...
La sfida dell’educazione là dove la ricchezza occulta la povertà
di E. Zamarchi  
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Il lavoro non è un ‘castigo divino’

di Mattia Capitini

L’articolo opera una riflessione sul rapporto tra uomo e lavoro così come trattato nel Libro della Genesi. In particolare, viene proposta una rilettura del testo biblico che intende far risalire la ‘fatica nel lavoro’ di Adamo, dopo il peccato originale, non ad una punizione inflitta da Dio, ma ad un mutato atteggiamento dell’uomo nei confronti dell’Agire. Il testo biblico offre infatti una prospettiva che vede l’ Agire lavorativo non come sofferenza, ma anzi, come elemento fondante dell’Esistere.
Si entra così nella simbologia dell’Antico Testamento come in una rappresentazione da cui carpire i significati che interessano l’argomento trattato, al di là di ogni questione teologica, di ogni verità rivelata e di ogni personale posizione religiosa.
Parole chiave: Natura, Logos, eudaimonia, atteggiamento, separazione.

[...]la malattia principale dell’uomo è la curiosità inquieta delle cose che non può sapere;
ed egli non sta tanto a disagio nell’errore quanto in questa inutile curiosità.

B. Pascal, Pensieri

1. Premessa: l’Eden non è un villaggio vacanze

Il Libro della Genesi, in particolare il passo sulla creazione dell’uomo, è sicuramente uno dei più antichi riferimenti letterari, nella cultura occidentale, al rapporto tra l’esistenza dell’uomo ed il lavoro.
Nell’Antico Testamento, contrariamente alla visione più comunemente diffusa, l’Eden non viene descritto come un ‘villaggio vacanze’, ma come il luogo o, forse meglio, lo stato spirituale di serenità in cui l’uomo coltivava e si prendeva cura del “giardino di Dio”.
Il nome di Adamo, in ebraico “Adham”, significa uomo, fatto di terra, colui che coltiva la terra e deriva da “Adhamah” cioè terra.
La Genesi, dunque, indicando l’uomo con il nome di Adamo, sottolinea lo stretto ed imprescindibile rapporto tra l’Essere uomo e l’Agire, più precisamente tra l’esserci e l’avere una mansione, una missione, uno scopo legato ad un lavoro.
Adamo, seguendo la ‘natura del suo nome’, viveva in modo naturale la dimensione dell’Agire e quindi anche del lavoro, come parte strutturante del suo essere ed esserci, vivendo in armonia con se stesso ed il creato.

2. La conoscenza del bene e del male modifica l’atteggiamento dell’uomo rispetto all’Agire.

Sappiamo che l’iniziale situazione di felicità dell’Eden è interrotta, nel ‘racconto’ della Genesi, con l’ ‘entrata in scena’ del serpente...
Una volta colto il frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male, l’uomo si vergogna di sé ed ecco la ‘punizione divina’ che lo condanna a vivere il lavoro con ‘fatica e sudore’. Ma veramente si tratta di un castigo inflitto da Dio all’uomo? Se così fosse, se veramente Dio, inteso come ordine naturale delle cose, avesse voluto ‘malvagiamente’ punire l’uomo, l’ipotesi di poter arrivare a ‘vivere bene nel lavoro’ sarebbe filosoficamente irraggiungibile o perlomeno non eudaimonica, se per eudaimonia si intende la ricerca di un vivere secondo il naturale ordine.
Allora l’interrogativo forte è il seguente: nell’idea originaria e autentica della Genesi veramente è Dio a castigare l’uomo oppure l’uomo si è messo nella condizione di vivere male il lavoro ed il proprio Agire attingendo alla conoscenza del bene e del male?
Naturalmente, l’Antico Testamento non va preso alla lettera, questo è chiaro; ma, spesso, è l’esegesi che ci porta a determinate traduzioni. Mi chiedo quanto l’esegesi necessiti, nel nostro tempo, di una rivisitazione filosofica, nonché letteraria e linguistica su determinati argomenti.
Il serpente è un simbolo, il simbolo del male in quel passo; ma, più propriamente, il serpente va a sollecitare orgoglio e superbia in Eva per far sì che questa usi il suo libero arbitrio ‘contro se stessa’.
Conoscenza del bene e del male non significa, per l’uomo, diventare onnisciente; ma, bensì, decidere da sé cosa è bene e cosa è male al di là della natura delle cose. L’uomo nega così il suo stato di creatura e tenta di rovesciare l’ordine stabilito: “Diventerete come Dio”, dice il serpente (Gen 3, 4).
Così facendo, l’uomo esce dalla sua naturale dimensione dell’essere, da un naturale Agire ed il lavoro diventa elemento non più ‘naturalmente legato’ all’esistere: ecco l’originaria separazione diabolica, anzi diaballica (dal greco diaballo, separare) tra esistere ed Agire.
L’uomo per la prima volta ‘si guarda da fuori’: guarda alla sua condizione, porta il suo sguardo oltre il suo qui e ora. In quel momento rappresenta e porta a sé il mondo, la natura, vuole dominarla, pretende di esserne al di sopra e per questo stesso pensiero, non ne fa più parte, perlomeno in modo totale, naturale e quindi sereno.
Così una volta che Adamo ed Eva hanno assaggiato il frutto proibito, si coprono il sesso.
Nel momento in cui prendono coscienza di sé guardandosi da fuori, anche le loro intenzioni sessuali non sono più naturali: per dirla con una battuta, prima di aver conosciuto il bene e il male, Adamo ed Eva non potevano ‘fare sesso’, ma solamente ‘fare l’amore’.
Assaggiano quel frutto e si nutrono di superbia, di egoismo, per cui si vergognano della loro condizione una volta aperti al disincanto. Però, contrariamente a quanto comunemente si intende, essi non si vergognano dei loro corpi, ma dei loro pensieri: il problema non sta nel fatto di essere nudi, ma nell’ accorgersi di esserlo. Il Signore chiede ad Adamo: “Chi ti ha fatto conoscere che eri nudo?” (Gen.3,11).
Cambia, insomma, l’atteggiamento, il pensiero con cui Adamo guarda a tutto l’Agire e quindi anche all’ Agire lavorativo.
Nell’Eden quel primo uomo viveva il lavoro come parte naturale della sua vita, del suo esserci ed il suo spirito non solo era ‘allietato’ nel lavorare, ma trovava il proprio fondamento nell’Agire. Dopo aver ‘assaggiato’ l’idea superba del distaccamento dalla propria natura, del ‘potere’ su di essa e del desiderio del ‘villaggio vacanze’, l’uomo vive il lavoro come un’imposizione, una fatica, una cosa malvagia. Ma, ribadiamolo, è lui stesso che si mette nella condizione di vedere e quindi di vivere il lavoro così, essendosi distaccato dal suo ‘modo naturale’ di Agire.

Vorrei citare nuovamente Blaise Pascal che, a proposito della capacità dell’uomo di vivere secondo natura, dice in Pensieri :
...Non c’è niente che non si possa rendere naturale e non vi è niente di naturale che non si possa perdere.

3. Dio come voce della coscienza

Dire che Dio ha cambiato la condizione di Adamo o che Adamo ha cambiato il suo atteggiamento verso la vita, la natura e quindi verso l’Agire, da un punto di vista filosofico, non è certo la stessa cosa . Per cui va approfondito come sia da intendersi ‘quella voce di Dio’ nel testo biblico.
E dunque, anche se per questioni rappresentative, nella Genesi il divino è umanizzato, il volere di Dio non è la volontà arbitraria di un individuo, ma è l’ordine delle cose, della Realtà. Ciò che è pensiero, parola o volontà divina è ciò che è e che non potrebbe essere altrimenti: è, diciamo, ‘le cose come stanno’.
Dio nella simbologia del Libro della Genesi potrebbe essere quindi paragonato alla voce fuori campo del coro greco che , in realtà, non punisce, ma descrive ad Adamo ed Eva quello che accadrà loro dopo le scelte da loro attuate...
Dio dice semplicemente, è la voce della coscienza, è Logos nell’etimologia più completa di tale termine, in quanto pensiero, ordine armonico e parola detta.
Da tener presente è inoltre il fatto che i termini castigo o punizione compaiono nel Libro della Genesi solamente nei ‘titoli’ che suddividono i paragrafi e sono stati inseriti successivamente all’originaria stesura del testo biblico che era un corpo unico.
Quella della sofferenza nel lavoro, vista in questa prospettiva, è allora una condizione in cui Adamo s’è messo non tanto perché gli era stato detto di non cogliere il frutto (la Genesi non è certo una ‘favoletta’ per bambini), ma perché, per come la natura della mente e dello spirito dell’uomo è, una volta che si assaggi la superbia e si pretenda di essere al di sopra della natura, si interrompe il ‘naturale flusso’ dell’Essere e quindi dell’Agire.
Quello che cambia per Adamo, infatti, è solo l’atteggiamento con cui egli guarda e con cui vive il lavoro. Egli lavorava la terra anche nell’Eden. Dopo il peccato originale, Dio non lo manda in miniera! Adamo continuerà a lavorare la terra, ma con fatica.
Inoltre, nel Libro della Genesi, l’Eden è geograficamente collocato tra il Tigri e l’Eufrate, per cui, quando Adamo ed Eva sono cacciati dal paradiso, non a caso terrestre, sono allontanati da uno stato spirituale e mentale, non da un luogo fantastico perso sopra chissà quale nuvola...

4. Un ‘peccato’ originale ed attuale, non solo originario

L’uomo ha ricevuto da Dio il libero arbitrio e per questo è a sua immagine e somiglianza. Al di là di ogni posizione ed etica religiosa, penso che si possa concordare nel dire che l’uomo, a differenza di qualsiasi altro essere animale, ha la possibilità di scegliere una vita ‘secondo natura’ o di discostarsi da essa.
Questa possibilità serve all’uomo per trovare una vita eudaimonica e quindi naturale; attraverso questa libertà l’uomo trova la ragione per amare e per amare l’Agire. Se l’uomo non potesse amare e scegliere, il suo Agire non potrebbe avere una profondità spirituale e filosofica, sarebbe un’azione istintiva come per un cane.
Quindi, da questo punto di vista, la Genesi descrive la possibilità dell’uomo di accettare con filosofica umiltà e serenità la vita nel suo naturale essere, di sentirsi creatura parte di un tutto, di trovare il proprio senso in questo essere parte di e di esercitarsi nell’Agire eudaimonico dettato da quel flusso vitale bergsoniano, dall’attenzione di S. Agostino, dalla presenza nel qui e ora descritta da molte religioni orientali. Ma la Genesi descrive anche la possibilità che l’uomo ha di ribellarsi alla propria natura, di lasciar spazio alla superbia, all’egoismo, al narcisismo e, paradossalmente, di perdere se stesso soffrendo.
Su questo tema la Genesi è estremamente attuale: quel ‘peccato’ è originale, non solo originario e legato ad un ‘antico passato’. Ogni giorno infatti possiamo ‘rinnovare’ quella separazione tra esistere ed Agire. Ogni volta in cui non seguiamo, non cerchiamo e non accettiamo l’ordine della natura o pretendiamo di dominarlo, ‘perdiamo’ il nostro naturale essere...

5. La filo-sofia come esercizio e strumento contro l’ ‘originaria separazione’

Pensiamo a quanto una traduzione ‘punitiva’ o ‘punente’ della Genesi può, nei secoli, aver influito sulla diffusione in Occidente di una mentalità che considera normale, ovvia e scontata, la sofferenza nel lavoro e quanto questo luogo comune può aver influito su una cultura che si è interessata molto relativamente della qualità di vita nel lavoro.
La Genesi, però, descrive l’uscita dell’uomo da un ‘innocenza’ che gli permetteva di vivere con serenità.
Se è una questione di atteggiamento dell’uomo e non di punizione o di condanna divina a vivere il lavoro comunque male, per un counselor filosofico si aprono le possibilità e le prospettive di intervento: infatti sull’atteggiamento e sulla mentalità con cui si guarda al lavoro e alla vita si può lavorare.
Dio che parla ad Adamo è la voce della natura e dell’essere che dice: se tu uomo vuoi andare contro alla tua natura, al tuo naturale essere e se non accetti quello che sei, non puoi essere felice, poiché sei natura, sei essere e perderesti i presupposti della tua esistenza.
L’uomo può usare la sua capacità di scelta e la sua mente per avvicinarsi alla sua natura e al suo spirito o per allontanarsene: questa è una sua ricchezza, la sua forza, ma anche la sua debolezza. Senza questi presupposti la filosofia non avrebbe nessuna importanza e nessuna reale incidenza sul nostro vivere. Penso dunque che fare filo-sofia e quindi amare la conoscenza significhi usare la conoscenza ‘unita al sentire’ e all’amare per esercitarsi a ritrovare o quantomeno ad avvicinare quel naturale vivere, essere ed Agire prima descritto.
Se anche la filosofia fosse figlia della conoscenza del bene e del male, allora essa, intesa come filosofia eudaimonica, è il buon frutto da cogliere da quell’albero proibito, la ‘medicina’ per guarire dall’ avvelenamento proliferato da quella famosa mela.

Come spesso accade nella mitologia, la radice o la pozione curativa è, in natura, proprio in prossimità della fiera, del mostro, del pericolo...Il pericolo di usare il pensiero non per riconoscersi e ritrovarsi, ma per ma per mascherarsi ed allontanarsi da se stessi.

Bibliografia di riferimento:

Libro della genesi, di La sacra bibbia, Paoline, Roma, 1969.
B. Pascal, Pensieri, San Paolo, Milano, 2005.
M. Heiddeger, Sentieri interrotti, Nuova Italia, Firenze, 1997.
R. De Monticelli, L’ordine del cuore, Etica e teoria del sentire, Garzanti, Milano, 2003.