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Peter Raabe
“Teoria e pratica della consulenza filosofica”
Apogeo, 2006
recensione di Anna Actis Dato
Che dire del manuale di Peter Raabe? Dopo averlo letto siamo frastornati dalla quantità di nozioni ivi contenute, a volte ripetute o elencate sommariamente. Se vogliamo far la spesa nel mondo della consulenza filosofica, andiamo al supermercato di Peter Raabe. Ma attenzione! Non troveremo tutto, né la qualità del prodotto, né una confezione elegante: le teorie non sono colte nel loro nocciolo, ma buttate lì come spunti per un peripatetico distratto. Non sono interpretate in modo personale, ma esposte brutalmente nella loro nudità, non essenziale, ma esteriore. Ci saremo fatti un’idea di che cos’è il counseling filosofico? Non c’è bisogno di farsi nessun’idea su di un manuale per scolari acquiescenti, ce la fornisce già cucinata l’autore alla fine del libro: un’indagine razionale sulle idee e la visione della vita del cliente, in cui si individuano i passi fallaci del ragionamento, la discrepanza tra teoria e pratica, la conseguente difficoltà a prendere decisioni. Il filosofo addestrato alla logica della corrente analitica anglosassone dovrebbe aiutare il cliente a usare gli strumenti razionali per arginare le emozioni e le passioni che turbano l’intelletto; Raabe è memore della scuola stoica e aristotelica che, passando attraverso gli empiristi Locke e Hume, giunge fino a Wittgenstein. Quindi il counselor ha un ruolo didattico fondamentale e l’obiettivo è il cambiamento dell’interlocutore, o per lo meno del suo atteggiamento verso la vita. Aiutare il consultante ad autotrascendersi, come dice Viktor Frankl, sarebbe un obiettivo primario e indispensabile del counseling, purchè non divenga troppo pilotato dal consulente. Se Raabe pensa, con Epicuro, che il fine della filosofia sia raggiungere la felicità, è sempre necessario un cambiamento di prospettiva. Sul fine in sé potrebbero non essere d’accordo né Shlomit Schuster né Gerd Achenbach, perché la vita non è semplice come un teorema matematico, a volte c’è più di una soluzione, e talora non ce n’è affatto: la consapevolezza e la riflessione del pensiero critico sono obiettivi possibili e già sufficienti; Raabe sembra ritenerli necessari, in quanto l’autocritica comporta un distanziamento da sé e un distacco dalle proprie emozioni, ma non sufficienti: “la consulenza filosofica sicuramente deve essere terapeutica, se deve avere qualche importanza” (pag.229).
Sul concetto di terapia S. Schuster avrebbe molto da dire, in quanto secondo lei il counseling filosofico si differenzia dalle varie psicoterapie proprio perché non ha intenti terapeutici; ma con il termine “terapia” intende riferirsi ad un modello medicalizzato di guarigione del malato, oggetto da risanare in base ad un’idea normativa di “sano”. Perciò è preferibile definire la pratica filosofica come un “prendersi cura di…”, tenendo conto delle correnti di antipsichiatria di Ronald Laing e Franco Basaglia. Non si può fingere che non sia avvenuto già da tempo un ripensamento filosofico della psicologia. Il counseling filosofico vuole distinguersene non rifiutandone gli apporti, ma integrandoli con visioni diverse, evitando di assumere un rigido criterio normativo sia di malattia che di metodo, come spiega la Schuster nell’introduzione al suo saggio “La pratica filosofica” (Apogeo,2006).
Ma Raabe un metodo ce l’ha, e lo riassume in quattro stadi con esempi pratici e con un riepilogo in fondo al manuale:
1)libera fluttuazione: prevale l’ascolto empatico del cliente, si cerca di liberarsi totalmente dai propri pregiudizi, si focalizza la visione del mondo dell’interlocutore;
2)soluzione di un problema circoscritto: si aiuta il cliente a prendere una decisione su un aspetto limitato della sua vita, mostrandogli più chiaramente le diverse opzioni. Spesso le sedute s’interrompono a questo stadio, quando non c’è un interesse da parte del cliente a ridiscutere tutto il proprio modo di essere.
3)Fase didattica, cuore del counseling filosofico per P. Raabe, in cui vengono trasmesse quelle nozioni del pensiero razionale che servono a esaminare meglio ogni problema, passato o futuro, che si è presentato o presenterà nella storia personale del consultante.
4)Trascendenza: allargare i propri orizzonti, accostarsi ad altre prospettive, pensare filosoficamente facendosi domande sul senso e il significato.
Le ultime due pagine del saggio di Raabe sono davvero illuminanti in tal senso, le più interessanti di tutto il libro, quelle che maggiormente si avvicinano ad una concezione esistenzialista di counseling. Il fatto è che il nostro autore vuol essere sempre impersonale, e non si sa quanto effettivamente aderisca alle epigrammatiche (finalmente, dopo tanta verbosità) direttive di procedura per una ricerca sul significato: “Considerate il significato non come qualcosa che la vita ha intrinsecamente, ma come qualcosa che voi potete produrre o creare e dare alla vita”; “Pensate che la vostra finalità sia andare al di là di voi stessi e fare del bene agli altri”; “Pensate che il desiderio di significato sia un aspetto dell’essere umani (da celebrare, non da osteggiare)”; “Immaginate che la ricerca del significato della vita sia in sé la finalità e il significato della vita”, per esempio, scegliendo le più importanti a mio giudizio.
Nonostante tali affermazioni, il libro è arido, come può essere un manuale, la cui caratteristica principale è l’assenza di amore; Raabe asserisce che il c. f. non può sopperire alle deficienze affettive di un individuo in crisi: eppure spesso è proprio l’amore che cerca una persona sofferente; accoglimento empatico è anzitutto esser disposti a dar qualcosa di sé, come riconosce anche uno psicologo quale E. Fromm (“L’arte di ascoltare”). Si rende dunque necessario accettare la richiesta di amore: ciò che caratterizza ogni relazione fra esseri umani è infatti il coinvolgimento, il legame affettivo; in caso contrario non si parla di relazione autentica, ma solo di transazione commerciale, scambio utilitarista: do ut des. Ma il depresso, il giovane abbandonato a se stesso, la donna sola, il debole senza difese, si pongono al di fuori di questa logica e di ogni logica. Sono lì a testimoniare la nostra condizione umana, a dirci che anche noi potremmo trovarci in quella situazione. Vogliono soprattutto condivisione e attenzione (cfr. l’etica della cura di Carol Gilligan, Virginia Held e altre). Vogliono essere guardati come un chi e non un che cosa (cfr. Hannah Arendt, Alberto Peretti, Adriana Cavarero). Questa forse è la differenza principale rispetto alla psichiatria e alla psicologia, al di là di quelle enunciate da Raabe:
1)il nostro comportamento non è determinato da cause inconscie, ma da credenze che possiamo modificare;
2)lo stress emotivo può essere quindi ridotto attraverso l’esame razionale delle concezioni, anziché con farmaci;
3)un comportamento al di fuori degli standards sociali non dev’essere automaticamente classificato come un’anormalità psichica;
4)reciprocità e collaboratività fra cliente e counselor, che deve evitare atteggiamenti paternalistici;
5)insegnamento di competenze critiche che aiutino a prevenire problemi futuri, elemento proattivo che la psicoterapia non ha;
6)individuazione di errori logici e procedurali nel ragionamento, considerazione di questioni etiche, interrogazione sul senso della vita, che lo psicologo solitamente non è preparato a fare.
Ciò che Raabe non comprende è che per “fare un discorso filosofico che vada al di là del problema immediato” non basta un’analisi razionale, non basta la “lettura” del discorso coerente del consultante, come sembrerebbe affermare richiamandosi in modo un po’ semplicistico a Wittgenstein: “L’affermazione di Wittgenstein, che tutti i problemi filosofici in ultima istanza si possono risolvere semplicemente mediante un esame del significato e dell’uso delle parole può essere un po’ esagerata, ma senza dubbio un esame di questo genere è un elemento cruciale della consulenza filosofica” (pag. 251).
Occorre leggere il non detto, le pause, i silenzi, la comunicazione non verbale.
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