Quali parole filosofiche per la contemporaneità?
di Elisabetta Zamarchi
L’articolo si propone di mostrare quale spazio e quale ruolo “eversivo” possa assumere il linguaggio filosofico in un orizzonte dominato da pratiche discorsive funzionali alla produttività, al consumo immediato di emozioni o alla veloce reintegrazione degli individui in uno standard di normalità efficiente.
Parole chiave: percezione di realtà, responsabilità, irrealtà dei linguaggi, cura di sé.
Pratiche discorsive: come si costruisce il regime del consenso?
Nella contemporaneità in cui abitiamo il linguaggio è ristretto a un insieme di pratiche discorsive funzionali ad ottenere consensi o ad usare le persone per obiettivi e fini impersonali. In quest’orizzonte dinamico, il linguaggio ha progressivamente perduto la sua funzione primaria, quella grazie alla quale gli individui diventano persone, si pongono quali alterità in colloquio tra loro, come ci mostra la stessa coniugazione dei verbi: io, tu, egli… stanno ad indicare che ognuno si pone ed è, solo in una certa posizione dialogica.
Ma tale contesto dialogico, anche se la grammatica rimane inalterata nella sua sintassi, sembra essere divenuto pura virtualità, poiché la cattura dei linguaggi più comuni, ad esempio quello mediatico, quello economico e quello terapeutico (visto che viviamo in una cultura della medicalizzazione) ha, di fatto, espropriato i soggetti - l’io, il tu, l’egli - della percezione di realtà e, quindi, della responsabilità delle loro affermazioni ed azioni.
Percezione di realtà e responsabilità sono dimensioni interdipendenti.
La spersonalizzazione dell’azione
Partiamo da una constatazione: la società globalizzata aumenta sempre più lo scarto tra ciò che noi sappiamo del senso delle nostre azioni e l’effetto che esse hanno o producono in una sequenza dilatata nel tempo e nello spazio. Il paradosso poi nasce dal fatto che noi, uomini e donne del XXI secolo, dovremmo trovarci nelle condizioni ideali per visualizzare il senso e la portata delle nostre azioni, data la velocità delle informazioni in tempo reale di cui possiamo fruire. Invece, così non è. Già nel 1979 Hans Jonas scriveva che la natura dell’agire umano si è <<de facto modificata>>, poiché la tecnica ha reso possibili azioni di grandezza mai pensata, prima della fine dello scorso millennio. (Jonas, 1979)
L’eccesso di informazioni sul mondo attuale, che non possono essere adeguatamente assorbite, fa si che non si comprenda più come si possa contare davvero qualcosa nella vita collettiva; si è creata una nuova malattia storica, analoga a quella di cui parlava Nietzsche nella seconda delle Considerazioni inattuali, a proposito dell’eccesso di storiografia. (M. Cruiz, 2005, p. 10)
Se l’aspetto più caratteristico della condizione umana è la capacità di cominciare qualcosa nel mondo, e dato che l’inserimento nel mondo avviene soltanto attraverso la parola e l’azione, quando non è più possibile comprendere i confini del territorio della responsabilità individuale, e se e quando non è chiaro a chi e come si debba rispondere delle proprie azioni, il rapporto con il mondo si sfuma, diviene evanescente.
In questa realtà allargata e ristretta al tempo stesso, il chi dell’azione e della rispondenza dell’azione si è vanificato. E l’azione senza un chi ad essa legato, diceva Hannah Arendt in Vita Activa, è priva di significato. (Arendt, 1964)
Responsabilità e percezione di realtà: il “sonnambulismo” quotidiano
Questa condizione generalizzata, che caratterizza le relazioni sociali ed interpersonali nel terzo millennio, rende sempre più lontana la percezione di realtà, poiché la conoscenza ha luogo nel momento in cui siamo capaci di percepire ciò che non ha mai smesso di stare davanti ai nostri occhi, ciò che si impone, anche se l’esistenza, quotidianamente, tende ad evitare il limite e la contraddizione. (Cruiz, 2005, p. 61)
Lo scarto tra reale e irreale appare quando la contraddizione irrompe, di qualsiasi natura essa sia: la percezione di irrealtà, quell’attimo, anche di lunga durata, in cui si sradicano i riferimenti abituali, fa apparire la domanda sulla realtà. Ciò che prima, poco prima, rappresentava una sicurezza, improvvisamente, a causa di un dolore, un fallimento, determina la perdita di senso e tutto diviene incoerente e confuso.
Ma solo l’irruzione del non senso, in quel tutto poco prima assolutamente sensato, pone la domanda sulla realtà, poiché il comune modo di abitare il mondo non necessita di una definizione di ciò che è reale; non è una questione che il vivere quotidiano pone a tema dato che la realtà, o quella supposta tale, è lo sfondo irriflesso dell’agire.
La normalità nell’oggi si riproduce in uno stato di “ sonnambulismo”, definizione con cui Roberta De Monticelli designa la modalità di vivere senza accorgersi di ciò che accade per l’abitudine a neutralizzare l’aspetto affettivamente sensibile delle cose, appena fa male o distorce l’immagine di sé. (De Monticelli, 2006 pp. 30/33)
A volte ci si sveglia: quando irrompe la perturbante percezione di irrealtà si sveglia il sentire. Allora il mondo gira improvvisamente di qualche grado, e il volto delle cose note si presenta in una forma sconosciuta: pur trattandosi dello stesso mondo, le cose che in esso si collocavano, secondo un ordine creduto vero, divengono spaesanti.
Benjamin, in Angelus Novus. definiva questo risveglio doloroso “l’urto dell’esperienza”, cioè l’essere investiti da qualche cosa che non si lascia collocare nell’ orizzonte pregresso e che quindi crea spaesamento.
I linguaggi più comuni dell’oggi, quello mediatico, quello economico e quello terapeutico, consentono di mantenersi in vita in uno stato di disattenzione e di oblio, senza che gli individui si chiedano mai ragione di nulla, quasi si muovessero in uno stato onirico.
L’effetto di irrealtà dei linguaggi contemporanei
Il linguaggio dei media fa leva sul sentimentalismo delle emozioni immediate.
Il surplus di emozioni evocate, però, occlude lo spazio logico per pensare i vissuti emotivi, per dare ad essi il tempo del radicamento. E il tutto pieno emotivo produce l’effetto, filtrando emozionalmente la percezione di realtà - tanto che ciò che è di fronte può sempre essere eluso - , di disabituare al pensiero.
Il linguaggio economico, che ha una sua logica ed una sua etica, dato che la logica è l’etica del pensiero senza la quale non esisterebbe responsabilità nell’uso delle parole, procede per eliminazioni, insegna a vivere per eliminazione in nome della produttività immediata e del profitto. Per esserci nel mondo della produzione e degli scambi, ci è imposto di essere funzionali, di essere adeguati a rispondere a determinate pratiche discorsive.
Tuttavia nella vita le sottrazioni, sommate ad una ad una, impediscono di vedere il cammino che l’esistenza sta perseguendo e che tutte le vite si fanno, si costruiscono, non eliminando o sottraendo, ma aggiungendo esperienza ad esperienza..
L’eliminazione è divenuta la tecnica più comune di sopravvivenza, eliminazione del dolore, della fatica, delle contraddizioni, della responsabilità del pensare e dell’agire. Non a caso, come ha osservato Natoli, nelle società contemporanee le colpe maggiori non riguardano tanto quel che si fa, ma quel che non si fa, il peccato di omissione
Anche la cultura terapeutica, per usare la definizione di Rovatti nel suo recente saggio <<La filosofia può curare?>> desoggettivizza se non aiuta gli individui a coltivare la loro responsabilità di persone, se si limita a consentire la riabilitazione delle funzioni socialmente necessarie, senza dare strumenti per prendersi cura di sé.
La cura di sé, al di là dell’antica eredità delle scuole ellenistiche, intesa come cura della soggettività, come “ritorno a se stessi”, può costituire un’inversione di tendenza delle pratiche dei linguaggi attuali, poiché richiede uno sforzo di apprendistato a vivere in apertura e in relazione costante con tutte le alterità che ci abitano. Si impone come una pratica continua di distanziazione da se stessi, <<come un saper fare, non come un sapere categoriale ed astratto, ma come un ritorno al conoscere attraverso la pratica e l’esercizio>> pratica che, nella comunità contemporanea è un’abilità desueta. (Rovatti, 2006, p. 71)
E’ possibile un punto di vista umano su vite umane?
I linguaggi della contemporaneità creano in qualche modo una condizione artificiosa, donando l’illusione di poter eludere la responsabilità verso gli altri e verso se stessi. L’artificio è tale per la falsità del suo fondamento, un’onnipotente prospettiva di autosufficienza che ha, come effetto immediato, la perdita del senso di sé. Inoltre il costante invito a ricominciare da zero e a pensare il mondo sempre partendo dall’idea di novità, proprio del messaggio dei media, crea, nelle società industriali avanzate, una specie di oblio meccanico che disattiva la soggettività. L’identificazione di se stessi non può avvenire in modo solipsistico, include necessariamente l’esistenza di altri e un possibile essere dati per altri. Questo è il senso che non appare più, né nell’ambito della sfera pubblica, né nell’ambito della dimensione essenzialmente personale ed individuale.
Può la filosofia introdurre un punto di vista umano su vite umane?
“La filosofia può curare?, Rovatti risponde, “chissà che a modo suo non possa”, non possa sbloccare la paralisi del pensiero attraverso l’insegnamento della cura di sé, come pratica di costituzione della soggettività.
Io credo che si tratti proprio di questo, di chiedersi se la filosofia può servire a riabilitare il pensiero, a riattivare il “chi” di ogni individuo, restituendo ai soggetti la responsabilità del parlare, pensare ed agire in prima persona, spalancando la loro angusta visuale alle esigenze della realtà.
La filosofia, quando l'esistenza si impoverisce, ha, secondo me il compito di fornire strumenti che creino nuove dimensioni dell'essere; si può far carico di tale compito, se praticata ed intesa come “dono di pensieri”, secondo una illuminante definizione di Edith Stein.
Abbiamo a disposizione idee sufficienti per vivere?
Quali pensieri possono costituire un dono per l’apertura del linguaggio e per configurare spazi di senso? Con quali idee vogliamo vivere? E soprattutto è importante capire se abbiamo a disposizione idee sufficienti per vivere.
<<Il vivere non è lo stesso che la vita - scrive Maria Zambrano - La vita è data, ma è un dono che esige da chi lo riceve l'obbligo di viverla, e dall'uomo in particolar modo. Vivere umanamente è un'azione, e non un semplice passare per la vita e attraverso di essa. (…) Soltanto quando l'uomo accetta integralmente il proprio essere comincia a vivere interamente… la realtà è innanzi tutto il luogo dove tutti gli esseri s'incontrano perché si scoprono facendovi il loro ingresso. Il luogo che mette inesorabilmente gli esseri allo scoperto. E la realtà, frammentaria e interminabile, si manifesta con il tempo, nel tempo>>. ( Zambrano, 2002, pp. 62/63)
La filosofia possiede il linguaggio, o meglio i linguaggi, per riaprire lo spazio ad un vivere umano, a misura dell’umano che noi siamo?
Credo di si; credo che lo possa fare mettendosi di traverso rispetto alla tendenza dei linguaggi contemporanei, riattivando la passività del sentire, cioè la distanza dall’emozionalità immediata; ridando corpo, peso, spessore alle parole deprivate della loro profondità semantica dal minimalismo del linguaggio economico, dalla cattura emozionale dei media, dal paternalismo della cultura terapeutica.
In altre parole, secondo me, la filosofia può ancora inaugurare un linguaggio eversivo, rimettendo al centro, con un gesto etico e politico insieme, la responsabilità della cura di sé, nel senso di cura dell’alterità dentro e fuori di noi.
Bibliografia
H. Arendt, Vita Activa, La condizione umana, Bompiani, Milano 1964
E’ il testo in cui Arendt esplica in modo più compiuto la sua idea di filosofia come prassi e di etica politica
M. Cruiz, Farsi carico, Meltemi Eitore, Roma 2005
Docente di Filosofia contemporanea all’Università di Barcellona, Cruiz affronta in questo testo il concetto di responsabilità nel nostro tempo
R. De Monticelli, Nulla appare invano, Baldini e Castoldi Editore, Milano 2006
Il breve saggio raccoglie i temi più salienti già espressi dalla filosofa in opere precedenti, in particolare il significato dell’apparire e dell’importanza di vivere in stato di veglia
H. Jonas, Il principio responsabilità, Einaudi, Torino, 1990
Jonas riflette sulla necessità di ripensare l’etica, nell’età della tecnica, e quindi la natura, l’ambiente, come responsabilità umana
P. A. Rovatti, La filosofia può curare?, Raffaello Cortina Editore, Milano 2006
L’autore si chiede se esista oggi uno spazio sociale per la “cura” attraverso la pratica filosofica
M. Zambrano, Il sogno creatore, Bruno Mondadori Editore, Milano, 2002
L’autrice si interroga sulla legittimità del sogno, indagando quale forma di conoscenza sia insita in tale linguaggio
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