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S.Contesini, A.Peretti, E. Zamarchi
6
 
In questo numero:
• I beni relazionali.
Una nuova categoria nel discorso economico
di L. Bruni   
• Le categorie di competenza
e la pratica filosofica
di S. Contesini   
• Perchè siamo esseri speciali
L'empatia come presupposto della cura
di A. Margarino  
• Fiannalandie e altre storie.
Come evitare che ricordare possa diventare oblio
di A. Peretti   
• Lo spazio delle ragioni.
Una metafora per la giustificazione della consulenza filosofica
di R. Peverelli   
• Quali parole filosofiche per la contemporaneità?
di E. Zamarchi   
• Peter Raabe, "Teoria e pratica della consulenza filosofica", Apogeo, 2006
Recensione di A. Actis Dato   
• Filosofia e animalismo
Giuseppe Pulina
Minima Animalia - Piccolo bestiario filosofico
Recensione di M. Pischedda   
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Lo spazio delle ragioni.
Una metafora per la giustificazione della consulenza filosofica

Roberto Peverelli

In questo articolo vorrei avviare una riflessione sulla possibilità di ritrovare nell’opera di Wilfrid Sellars, e più precisamente nella sua metafora dello “spazio delle ragioni”, un riferimento per comprendere e giustificare le pratiche filosofiche.
Il testo si divide in due parti. Nella prima, cercherò di delineare con la maggiore chiarezza possibile la metafora dello spazio delle ragioni, indicandone il significato e la funzione all’interno delle analisi di Sellars. Nella seconda tenterò invece di mostrare per quali motivi questa metafora possa rivelarsi utile per descrivere quanto avviene all’interno delle pratiche della consulenza filosofica e per comprendere quale sia il ruolo del consulente filosofico.


Una comunità di ricerca. La lettura condivisa di un testo e le domande che ne sono seguite hanno portato al centro dell’attenzione del gruppo, formato da genitori di ragazzi che frequentano una scuola media, la difficoltà della comunicazione con i loro figli. Lentamente, uno dopo l’altro, i presenti cercano di chiarire a sé e agli altri le ragioni sottese alle proprie convinzioni. Esperienze, emozioni, ragionamenti si intrecciano in una discussione che si conclude con una tangibile soddisfazione di tutti. Che cosa è accaduto? Forse, un modo utile per rendere conto di questa esperienza passa attraverso la metafora sellarsiana dello “spazio delle ragioni”.

Il Mito del Dato

Per comprendere la metafora dello spazio delle ragioni è bene partire dall’attacco esplicito sferrato da Sellars al “Mito del Dato”. Con questa espressione, Sellars non intende riferirsi in generale ai dati, intesi nell’accezione più semplice del termine: è chiaro, per esempio, che nella nostra esperienza percettiva figurano molti elementi che in un certo senso possono essere detti con piena legittimità “dati”. La sua critica è rivolta al Dato inteso come contenuto di conoscenza certo, evidente, colto nella sua verità indipendentemente da relazioni con altri contenuti e concetti, dotato della capacità di auto-convalidare la propria verità (proprio grazie alla sua assolutezza). Il Dato, in questa accezione, assume la funzione di garante fondamentale della verità di ogni conoscenza: ogni concetto, ogni teoria trovano la garanzia della propria verità e il proprio fondamento solo in riferimento a questo tessuto di materiali conoscitivi originari, evidenti, la cui verità si trasmette, per così dire, a ogni costruzione teorica o concettuale che a partire di lì si allontani lungo regioni più astratte e remote. Questa è l’accezione di Dato che Sellars attacca: questa classe di Dati, sostiene, non esiste.
Che cosa non funziona nel Mito del Dato? La convinzione che in definitiva la giustificazione e la stessa costruzione della nostra conoscenza non possano prescindere dall’indicazione di un repertorio di Dati, di verità evidenti, capaci di auto-giustificarsi, è in definitiva l’essenza stessa del Mito del Dato. E’ come se non potessimo fare a meno di radicare la nostra conoscenza in Dati che ne costituiscano il fondamento, pena la rinuncia alla razionalità del sapere. Ma, anche ammessa (come fa Sellars) la possibilità di conoscenze non inferenziali, ossia non acquisite attraverso la mediazione di catene di inferenze concettuali, che cosa davvero le caratterizza in quanto episodi di conoscenza? «Il punto essenziale è che caratterizzare qualcosa come un episodio o uno stato di conoscenza non equivale a fornirne una descrizione empirica ma, piuttosto, a collocarlo nello spazio logico delle ragioni, nello spazio in cui si giustifica e si è in grado di giustificare quel che si dice» (Sellars 2004, p. 54).

Lo spazio delle ragioni

La differenza tra la vite arrugginita, il pappagallo che dice “rosso” di fronte a oggetti rossi, la nostra esperienza che “L’oggetto x laggiù è rosso” evidenzia bene che cosa intende affermare Sellars. Una risposta adeguata a uno stimolo ambientale non è di per sé un fatto epistemico, non è e non implica sempre una conoscenza. Se fosse così, dovremmo dire che una vite che arrugginisce immersa nell’acqua sa che il ferro posto in ambienti umidi arrugginisce; che un pappagallo, che ha imparato a dire “rosso” posto di fronte a oggetti rossi, sa che cos’è essere rossi. Sellars non ritiene che queste affermazioni siano plausibili: c’è davvero conoscenza solo quando siamo in grado di collocare la nostra risposta agli stimoli ambientali nello “spazio delle ragioni”, ossia quando siamo in grado di dare e chiedere ragioni delle nostre affermazioni. Una conoscenza può certamente essere acquisita in modo non inferenziale; ma questo non aggiunge (né toglie peraltro) nulla al suo carattere di episodio di conoscenza, non gli dona una particolare aura, non lo rende un evento fondativo della conoscenza. Se è una conoscenza, non lo è perché acquisita in quel modo; lo è in quanto presuppone e implica altre conoscenze – anzi, presuppone e implica tutte le altre conoscenze. Ma allora, esito naturale di questo lungo ragionamento è che la razionalità del sapere, della scienza per esempio, non dipende dall’esistenza di fondamenti: un sapere non è razionale in quanto fondato, ma in quanto collocato pienamente nello “spazio delle ragioni”, pronto a fornire ragioni, giustificazioni, spiegazioni delle proprie asserzioni, a chiedere ragioni ai propri interlocutori, a mettersi e mettere in discussione quanto finora acquisito. Come scrive Sellars (è la frase forse più nota di Empirismo e filosofia della mente), «la conoscenza empirica, al pari della scienza che ne costituisce un’elaborata estensione, è razionale non perché ha un fondamento, ma perché è un’impresa che si autocorregge, capace di mettere in discussione una qualsiasi delle proprie tesi, benché non tutte simultaneamente» (Sellars 2004, p. 56).

Consulenza filosofica e spazio delle ragioni

Quando siamo davvero capaci di conoscenza, dunque, ci muoviamo all’interno dello spazio delle ragioni. La metafora indica uno spazio logico e concettuale in cui ci troviamo molto precocemente, fin da piccoli, insediati: apprendere significa in larga misura imparare ad abitare e percorrere questo spazio, affinando le abilità indispensabili per orientarvisi. Formulare domande, chiedere che le affermazioni siano supportate da prove, esibire le proprie ragioni, offrire analogie ed esempi appropriati, trarre inferenze valide, scoprire assunzioni implicite: questo breve elenco, tratto dalle pagine di Matthew Lipman (Lipman 2005), include solo alcune delle operazioni che ognuno di noi impara (meglio, potrebbe e dovrebbe imparare) a compiere per non aggirarsi spaesato nello spazio delle ragioni.
Perché rivolgersi, allora, a un consulente filosofico? che cosa può pensare di offrire un consulente filosofico a una persona che si rechi nel suo studio, a un gruppo impegnato in un dialogo socratico, ai clienti di un café philo? Probabilmente, le risposte possibili sono molteplici ed eterogenee. Tra queste ultime, penso debba essere compresa la rivendicazione da parte del filosofo, di chi abbia condotto studi rigorosi e non occasionali almeno di una parte della tradizione filosofica, di una particolare dimestichezza con lo spazio delle ragioni. Se è vero che tutti, in realtà, abbiamo almeno occasionalmente frequentato questo luogo, in quanto il pensiero non è certo prerogativa esclusiva della filosofia e di chi la studi, è anche vero però che fare filosofia significa insediarsi stabilmente in questo spazio, abitarlo in modo duraturo, farne la propria dimora. E questo, mi pare, a prescindere dalle convinzioni ontologiche, dallo stile di pensiero, dalla predilezione per particolari forme dell’argomentazione – tutti aspetti che dividono profondamente il campo di coloro che praticano la filosofia: in ogni caso, fare filosofia implica anche il gioco di dare e chiedere ragioni – magari in modi che gli altri, i nostri interlocutori, non sarebbero mai disposti a riconoscere come una buona filosofia. Il consulente può allora presentarsi ai consultanti, ai propri ospiti, per usare il gergo di Achenbach, come una guida esperta, in grado di accompagnarli nello sforzo di esplicitare le proprie ragioni, di chiarire i propri concetti, di mettere a fuoco i pregiudizi e i problemi celati nei propri assunti, di evitare le trappole insite nel movimento del pensiero (penso a tutta la sfera delle fallacie della logica informale). Nella relazione con il consulente, il consultante trova la possibilità di affinare e consolidare la propria competenza nel pensare. Lo spazio delle ragioni si precisa allora come occasione per acquisire o affinare non tanto nuove abilità o conoscenze (molte saranno infatti possedute da chiunque, magari senza mai essere state raffinate: la filosofia, come la scienza, prende forma a partire dall’esperienza quotidiana, dal senso comune, e mantiene una sostanziale continuità di fondo con l’esercizio ordinario del pensiero), quanto la competenza nel pensare. Le competenze, infatti, devono essere allenate: pensare, come nuotare o cucinare, è un’attività che è bene sperimentare e praticare quotidianamente, magari con l’assistenza di un esperto che può aiutarci a evitare errori o a riflettere sulle nostre pratiche. La consulenza filosofica è il luogo in cui mettere alla prova questa competenza.

Una saggezza civile

Durante la consulenza filosofica, quando consulente e consultante cercano di pensare insieme (magari ciascuno a suo modo), accade un evento in cui piano dell’esperienza e piano del concetto si intrecciano in modo indissolubile. Esercitare la competenza del pensare, se non vuole risolversi in una sorta di gioco quasi accademico, significa cercare di esplicitare, chiarire e problematizzare nodi concettuali, non necessariamente da subito espliciti, che attraversano e formano, a livelli diversi, la nostra esperienza del mondo: il modo con cui cerchiamo di afferrare con il pensiero ciò che ci sta intorno, ma anche le emozioni che proviamo, i fantasmi attraverso cui leggiamo/costruiamo la nostra realtà. La consulenza filosofica è una delle forme possibili (certo non l’unica) di un esercizio del pensiero volto a chiarire questo intreccio, a trasporre nello spazio delle ragioni l’esperienza.
Questa operazione è ricca di implicazioni, in una pluralità di direzioni. Uomini e donne che imparino a esplicitare meglio le proprie ragioni, a misurarsi con gli impegni impliciti nel fare propri, sino in fondo, concetti e convinzioni, apprendono per esempio anche a abitare meglio, con maggiore consapevolezza, lo spazio della politica e della convivenza civile. Non è possibile confidare in automatismi facili, naturalmente. La conquista di buone capacità di pensiero non è certo condizione sufficiente per la costruzione di una società civile imperniata sulla scelta del dialogo e del conflitto pacifico. Ma questo non significa che saper pensare non possa rivelarsi, forse, una condizione necessaria per l’esistenza di una società civile viva, non atrofizzata. Vorrei richiamarmi qui, in chiusura di questo breve articolo, alle possibilità emancipative del pensiero, care alla tradizione illuminista. Pensare a fondo la propria esperienza, le proprie emozioni, i propri concetti significa muovere verso l’acquisizione di una sorta di saggezza civile, mai definitivamente conquistata, forse, ma indispensabile oggi per tornare a dare senso ai concetti di opinione pubblica e di democrazia liberale.

Bibliografia

M. Lipman, Educare al pensiero, Vita e Pensiero, Milano 2005
W. Sellars, Empirismo e filosofia della mente, Einaudi, Torino 2004