Fiannalandie e altre storie
Come evitare che ricordare possa diventare oblio
di Alberto Peretti
Un atto terroristico ha a che fare con il modo attraverso cui si percepisce la storia? La storia può rischiare di impedire una sana esistenza? Un certo oblio può essere salutare? L’articolo propone alcune riflessioni a partire dalla situazione medio orientale.
Mentre mi accingo a scrivere queste righe dal Medio Oriente giungono i soliti rimbombi di guerra. In estate Israele ha bombardato a tappeto le città libanesi. I razzi assassini degli Hezbollah e di Hamas continuano a colpire il territorio israeliano. Dall’Iran arrivano sinistri proclami inneggianti alla cancellazione dello Stato ebraico. E’ assai frustrante constatare che gli eventi sembrano ricalcare, fatte le debite differenze legate al mutato scenario internazionale, quanto avvenuto nel 1982 con l’operazione militare israeliana denominata “Pace in Galilea”: le azioni terroristiche, l’invasione del Libano, i massacri di civili, le reciproche accuse di “terrorismo di Stato” e così via. Da allora sono trascorsi 24 anni. Una nuova generazione si è sostituita alla precedente, una serie di eventi davvero epocali ha mutato il volto del pianeta, eppure in quest’angolo di mondo pervicacemente uguale a se stesso tutto pare perennemente ripetersi. Stesse violenze, stesse reazioni, stessi discorsi, stesso desolante senso di stallo.
La storia come gorgo esistenziale
La cristallizzazione degli eventi è naturalmente addebitabile a motivi di ordine politico, religioso, sociale. A precise responsabilità di governi, movimenti politici, nazioni.
Vorrei qui però sottolineare il ruolo giocato da un’altro genere di cause, di carattere cognitivo e culturale. Mi riferisco ad un certo modo di rapportarsi con il passato, di rappresentarsi la storia, la propria e quella altrui. Un modo che pietrifica il passato osservato e che rende di pietra colui che lo osserva. Colpiscono alcuni passaggi di un articolo, toccante, appassionato, e anche condivisibile nelle sue conclusioni, scritto pochi mesi fa da Edna Calò Livné, un’israeliana residente in Galilea: “Chi scrive queste cose [le pesanti critiche alla violenta reazione di Israele in risposta agli attacchi terroristici] non si è mai chiesto come ha fatto Israele a sopravvivere per 4mila anni. Non sa che il 9 del mese di Av, che cade proprio oggi, nel 70 d. C. l’imperatore romano Tito distrusse Gerusalemme e portò in esilio gli ebrei che l’avevano costruita, creando un popolo nomade che ha dato il meglio di se stesso in ogni luogo nel quale ha abitato nonostante sia stato braccato, perseguitato e massacrato senza nessun’altra ragione se non il terrorismo cieco e intollerante” (La Repubblica, 4 agosto 2006).
Che la storia non riesca a diventare storia mi pare evidente anche sul versante opposto. Nell’anno 680 nei pressi della località di Kerbala, presso il fiume Eufrate, uno sparuto gruppetto di fedeli sciiti al comando di Hussein Ibn Alì si scontrò con l’esercito del califfo Yazid, forte di diverse migliaia di uomini. Le poche forze sciite si lanciarono in battaglia sapendo di non avere nessuna speranza di vittoria e infatti nessuno di loro sopravvisse allo scontro. Mille e trecento anni dopo, nel corso della guerra tra Iran e Iraq migliaia e migliaia di adolescenti iraniani vennero mandati al macello con la tattica delle “onde offensive umane”. Un numero incredibile di giovani si immolarono, alla lettera, lanciandosi contro mitragliatrici o correndo sui campi minati urlando “Ya Kerbala! Ya Hussein! Ya Khomeini!“. Un’insignificante scaramuccia avvenuta secoli e secoli prima era ancora così presente, così drammaticamente viva nella memoria collettiva da indurre “quei ragazzi a lanciarsi a decine di migliaia incontro al fuoco nemico o sui campi minati; ispirando poco tempo prima l’imam Khomeini a guidare alla vittoria, da Parigi, una rivoluzione incruenta contro un regime armato fino ai denti; e suggerendo, vent’anni dopo, agli attentatori suicidi palestinesi di riprendere dall’Iran riti a loro estranei“ (C. Reuter, 2002).
Risulta illuminante un brano dello scrittore irlandese J.O’Connor. “Le Fiannalandie [Fianna è in antico gaelico il nome di una mitica banda di eroi guerrieri irlandesi] si trovano in tanti Paesi di tutto il mondo. Una Fiannalandia continua O’Connor - è un luogo dove fatti accaduti secoli fa vengono discussi con l’asprezza abrasiva di un dolore appena inferto. Dove sciagure toccate ad altri vengono raccontate come se le vittime fossimo state noi. Dove comportamenti che mostrino la più infinitesimale comprensione per un vicino sono impossibili, se quello non appartiene alla tua tribù: ma la comunione con i compagni di tribù di mezzo millennio fa è profonda quanto lo è quella con la propria famiglia. Dove ricordare, in realtà, è una forma di oblio” (J.O’Connor, 2002, p. 63).
Una Fiannalandia non è solo un luogo fisico. E’ un gorgo esistenziale. E’ la condizione d’esistenza di tutti coloro che non hanno maturato un vero passato. Che non conoscono il proprio passato perché sono il loro passato e si identificano in esso. E’ un modo d’essere che non sa distanziarsi dagli eventi, e che quindi non adotta alcuna salutare distanza prospettica nell’interpretarli. Che non ha elaborato alcuna modalità per alleggerirsi dalla pressione soffocante della storia e da essa ne resta costantemente travolto. E’ un modo cieco di pensare, sentire, agire perché incapace di civettare con il passato; incapace cioè di avvicinarsi e allontanarsi da esso, di abbandonarlo e poi di afferrarlo, di sentirlo come cosa propria e al contempo come dimensione che deve necessariamente risultare estranea. E’ un modo d’essere che non riesce a prendersi il giusto tempo per vivere giocosamente il tempo passato, per osservarlo “a titolo di esperimento” (Simmel, 1911), non solo per ciò che è stato, ma per ciò a cui allude, per il futuro che può ispirare (Peretti, 2001). Le Fiannalandie sono luoghi di dolore. “Siamo giunti - continua O’Connor - ad amare le nostre catene. [[Ce ne siamo serviti per definire noi stessi, per non alzare gli occhi]] e alla fine le abbiamo usate per strangolarci a vicenda” (ibidem, p.72).
La storia come trappola
Il legame ‘scorsoio’ con la propria storia, cioè la memoria come trappola e impedimento esistenziale, è stato splendidamente descritto da Nietzsche. Le prime pagine de Sull’utilità e il danno della storia per la vita sono al proposito davvero abbaglianti. Al punto da gettare una luce impietosa su quanto da tempo, troppo tempo sta accadendo in tante parti del mondo.
L’essere umano, scrive Nietzsche, si differenzia dall’animale in primo luogo per la sua storicità. Mentre l’animale vive “in modo non storico”, in un eterno presente privo di memoria, l’uomo ha, è, la sua memoria e trascorre l’esistenza dovendo resistere e reagire “al grande e sempre più grande carico del passato; questo appesantisce il suo passo come un invisibile e oscuro fardello” (Nietzsche, p.7).
La storia deve servire a nutrire la vita, e non viceversa. Abbiamo certamente bisogno di conoscere la nostra storia, ma sempre e solo in quanto questa conoscenza possa aiutarci a meglio dirigere la nostra esistenza, a progettare e a compiere liberamente azioni pienamente umane. Il rischio è che invece la storia cronicamente divori la vita che essa stessa ha generato, impedisca la metabolizzazione del passato, l’autonoma maturazione del presente, la crescita indipendente del futuro. Chi non sa scrollarsi di dosso quanto la risacca della passato deposita sulla rena della memoria, “chi non è capace di star ritto su un punto senza vertigini e paura, destina se stesso e gli altri all’infelicità” (ibidem). Pirsig nel suo giustamente famoso Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta descrive una tecnica singolare per catturare le scimmie. Fuori di casa viene poggiata una noce di cocco svuotata e legata al terreno. La noce contiene del riso. La scimmia accorre, inserisce a fatica la mano nella piccola apertura e afferra il riso. Stringendolo in pugno cerca di estrarre la mano, ma naturalmente non vi riesce. Nonostante l’accorrere dei cacciatori non sa rinunciare al riso e non lascia la presa. Viene così catturata dalla sua stessa preda... Come evitare di fare la fine di scimmie intrappolate dalla storia?
Per difendersi dall’invadenza del passato occorre saper e poter dimenticare, è necessario coltivare “la capacità di sentire in modo non storico” (ibidem p. 8). “Per ogni agire continua Nietzsche ci vuole oblio” (ibidem). Per agire, cioè per vivere pienamente, per dare libera espressione a ciò che davvero siamo, sfruttando, senza pregiudizi, le opportunità che le circostanze offrono alla nostra intelligenza. Vita e oblio: un connubio necessario se si vuole evitare quel “grado di insonnia, di ruminazione, di senso storico, in cui l’essere vivente riceve danno e alla fine perisce, si tratti poi di un uomo, di un popolo o di una civiltà. Per determinare questo grado e poi per mezzo suo il limite in cui il passato deve essere dimenticato, se non vuole diventare l’affossatore del presente, si dovrebbe sapere con esattezza quanto sia grande la forza plastica di un uomo, di un popolo o di una civiltà, voglio dire quella forza di crescere a modo proprio su se stessi, di trasformare e incorporare cose passate ed estranee, di sanare ferite, di sostituire parti perdute, di riplasmare in sé forme spezzate” (ibidem, p.8-9).
L’arte di ben dimenticare
Oblio, di un singolo come di un popolo, si badi, non significa pura e animalesca dimenticanza, assenza, sterile vuoto. L’oblio storico è una conquista. Una vera e propria forma d’arte. Analizziamone le tappe e le componenti.
- Crescere a modo proprio su se stessi.
Sempre in termini nietzschiani significa diventare ciò che si è. Diventare autentici. Il termine ‘autentico’ deriva dal greco authéntes, autore. Essere autentici significa quindi essere autori di sé, titolari della propria esistenza, capaci di scriverne il copione a partire da un soggetto originale, autonomamente scelto ed elaborato.
- Trasformare e incorporare cose passate ed estranee.
In altri termini occorrono plasticità e flessibilità.
Flessibilità è l’adattamento di un sistema vivente alle sollecitazioni esterne, ai cambiamenti in una logica di automantenimento e di crescita. Per fare questo il sistema deve essere aperto alle sollecitazioni esterne, in grado di utilizzare gli input esterni integrandoli con quanto già in suo possesso in funzione della propria sopravvivenza e della propria evoluzione, evitando ogni scleroticità e meccanicità di risposta.
Adattamento è, in termini piagetiani, la capacità dell’uomo di adeguarsi all’ambiente e al contesto. Attraverso due meccanismi cognitivi: l’assimilazione, che permette all’individuo di arricchire con nuove informazioni gli schemi delle conoscenze già possedute; l’accomodamento, che permette di modificare questi schemi mentali nel modo più funzionale alle diverse richieste ambientali. Assimilare, (incorporare) gli eventi del passato significa metabolizzarli, trasformarli, inserirli in personali e originali schemi di interpretazione. Accomodare (trasformare) le passate interpretazioni degli eventi storici significa ridisegnare i propri schemi mentali alla luce di nuovi scenari esistenziali, per poi scegliere le matrici interpretative più consone alle mutate esigenze dei propri processi vitali.
- Sanare ferite, sostituire parti perdute, riplasmare in sé forme spezzate.
In caso di incidente, un corpo sano è in grado di arrestare o limitare il rischio di emorragie con il processo di coagulazione, e di riparare i danni alla cute con la cicatrizzazione. Coagulazione e cicatrizzazione che sembrano drammaticamente assenti quando ad esempio un assedio di oltre duemila anni fa viene vissuto come se le legioni di Roma avessero da poco varcato le mura di Gerusalemme...
L’antistoricità storica come salute
Per difendersi dall’abbraccio soffocante della storia occorre sviluppare una sorta di salutare antistoricità storica. Intesa come “la forza e l’arte di poter dimenticare” (ibidem p. 95). L’obiettivo è sviluppare gli atteggiamenti che Nietzsche descrive come propri degli uomini che hanno imparato a leggere ‘antistoricamente’ la storia: “lo sguardo nel passato li spinge verso il futuro, infiamma il loro coraggio a misurarsi ancora con la vita. Accende la speranza che ciò che è giusto possa ancora venire, che la felicità stia dietro il monte verso cui camminiamo. Questi uomini storici credono che il senso dell’esistenza verrà sempre più alla luce nel corso del suo processo, guardano indietro solo per imparare, in base alla considerazione del processo finora avvenuto, a capire il presente e a desiderare più ardentemente il futuro” (ibidem p. 13).
Speranza, anelito alla felicità, rinnovato senso dell’esistenza, desiderio di futuro sono elementi fondamentali sui quali costruire percorsi di mutuo riconoscimento e di autentica convivenza. Un eccessivo e distorto senso storico rischia di limitarli o addirittura di distruggerli. E di sostituirli con il rancore, lo spirito di vendetta, il fanatismo. L’arte di ‘ben dimenticare’ si configura come vera e propria techne tou biou, come componente importante dell’arte di ben vivere, con se stessi e con gli altri. Un’arte che deve prevedere percorsi di apprendimento, di mantenimento e di continua esercitazione. In questo senso interventi di counseling filosofico miranti alla pratica della buona antistoricità potrebbero avere conseguenze importanti. Per singoli individui come per intere nazioni. E’ una possibilità che Nietzsche aveva intuito, anche se non sviluppato: “La serenità, la buona coscienza, la lieta azione, la fiducia nel futuro tutto ciò dipende, nell’individuo come nel popolo, dal fatto che ci sia una linea che divida ciò che si può abbracciare con lo sguardo, ciò che è chiaro, da ciò che è non rischiarabile e oscuro; dal fatto che si sappia tanto bene dimenticare al tempo giusto, quanto ricordare al tempo giusto; dal fatto che si discerna immediatamente con forte istinto quando è necessario sentire in modo storico e quando in modo non storico. (.) ciò che è non storico e ciò che è storico sono ugualmente necessari per la salute di un individuo, di un popolo e di una civiltà” (ibidem, p.9-10).
Spero con queste brevi riflessioni di aver sollecitato l’interesse ad occuparsi di aspetti apparentemente marginali in quei momenti e in quelle realtà dove altre questioni sembrano drammaticamente più impellenti. Intervenire sulle matrici e sui meccanismi interpretativi della storia contribuisce a modificarne il corso. Situazioni che paiono bloccate per l’eternità in una sorta di dantesco ghiaccio infernale, potranno trovare nuove vie di soluzione solo se si avrà il coraggio di intendere l’uomo come ‘l’essere che fabbrica pensiero e che vive o muore del pensiero che produce’. Se si avrà di conseguenza il coraggio di prendere estremamente sul serio tutto ciò che può aiutare l’uomo a ‘maneggiare’ meglio e più proficuamente i prodotti del suo pensiero.
Bibliografia
Nietzsche F., Sull’utilità e il danno della storia per la vita, Adelphi, Milano1974
O’Connor J., Fianna Tribù, in A. Donati, P.F. Iacuzzi (a cura di)
Dizionario della Libertà, Passigli Editori, Firenze 2001
Peretti A., Il dubbio di Amleto, Edizioni dell’Orso, Alessandria 2001
Reuter C., La mia vita è un’arma. Storia e psicologia del terrorismo suicida
Longanesi, Milano 2004
Rimmel G., Filosofia dell’amore, Donzelli, Roma 2001
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