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Alberto Peretti
Comitato di redazione:
S.Contesini, A.Peretti, E. Zamarchi
6
 
In questo numero:
• I beni relazionali.
Una nuova categoria nel discorso economico
di L. Bruni   
• Le categorie di competenza
e la pratica filosofica
di S. Contesini   
• Perchè siamo esseri speciali
L'empatia come presupposto della cura
di A. Margarino  
• Fiannalandie e altre storie.
Come evitare che ricordare possa diventare oblio
di A. Peretti   
• Lo spazio delle ragioni.
Una metafora per la giustificazione della consulenza filosofica
di R. Peverelli   
• Quali parole filosofiche per la contemporaneità?
di E. Zamarchi   
• Peter Raabe, "Teoria e pratica della consulenza filosofica", Apogeo, 2006
Recensione di A. Actis Dato   
• Filosofia e animalismo
Giuseppe Pulina
Minima Animalia - Piccolo bestiario filosofico
Recensione di M. Pischedda   
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La categoria di competenza e la pratica filosofica

di Stefania Contesini

L’articolo si propone di indagare la relazione tra pratica filosofica e concetto di competenza. L’obiettivo è capire le ragioni della compatibilità fra il paradigma della competenza e l’attività del filosofare, per poi identificare la specificità delle ‘competenze filosofiche’.

Proseguendo nel tentativo di delineare i contorni e le specificità di un approccio filosofico alle attività di formazione e sviluppo delle persone, e aprendo contemporaneamente un confronto con le forme di consulenza maggiormente in uso nelle organizzazioni, ci occuperemo del rapporto tra la pratica filosofica e il concetto di competenza.
Quest’ultimo è ormai un elemento chiave nelle politiche e nelle pratiche di gestione e di formazione del personale all’interno delle organizzazioni. Attorno alla categoria di competenza si strutturano inoltre l’organizzazione del sapere e l’educazione delle persone nei vari sistemi formativi, dalla Formazione Professionale all’Università, sino alle scuole di ogni ordine e grado.
Se spesso viene preso in esame il rapporto tra consulenza filosofica e psicoterapie, avendo cura di sottolineare le differenze tra le due pratiche, meno presente è invece la questione del confronto con la consulenza organizzativa. Se nell’area del counseling psicologico o delle psicoterapie le categorie chiave con cui occorre fare i conti sono quelli di terapia, salute, normalità, qui gli schemi concettuali sono altri, primo fra tutti quello di competenza.
La parola competenza è diventata a tal punto un termine noto e usato (ma anche abusato) che sembra quasi superfluo definirlo. Mentre si nominano continuamente le competenze, quelle di problem solving, del lavorare in gruppo, di adattamento ai contesti, di analisi e interpretazione dei dati e cosi via, di rado, se si fa eccezione per la letteratura specializzata su questo tema, ci si interroga su cosa sia la competenza e che cosa sottintenda la sua logica. Non sarà possibile in quest’occasione trattare per esteso l’argomento e mi limiterò a consideralo in riferimento alla sua percorribilità all’interno della pratica filosofica.
In sostanza le domande che qui mi pongo sono:
  • la consulenza filosofica, al pari di altre forme di formazione e di consulenza alle persone, può avere fra i suoi obiettivi quello di sviluppare competenze?
  • è questo obiettivo coerente con le caratteristiche del filosofare?
  • se sì quali sono le competenze distintive che vengono sviluppate?


Problematizzare un concetto

Queste domande mi paiono tanto più importanti se si considera che il termine competenza, ormai entrato nel linguaggio comune e diventato un significante universale negli ambienti sopra citatati, e non solo in quelli, viene perlopiù accolto come un concetto semplice, autoevidente. Questa abitudine porta a occultare la portata teorico-pratica sottesa a questo concetto. E’ solo cercando di fare luce sulla logica della competenza che è possibile individuare le premesse e le ricadute che tale paradigma ha nei sistemi organizzativi e formativi.
Questo vale ancora di più se si considera che alcuni fra i consulenti filosofici che teorizzano e praticano la consulenza organizzativa fanno uso di tale concetto in modo un po’ ingenuo e a-problematico.
Sto pensando, ad esempio, al caso di Le Bon e Arnaud in merito alle procedure di Decision Making. Come si sa il Decision making, oltre ad essere un processo che porta alla risoluzione dei problemi è considerato una competenza di problem solving cruciale nella vita lavorativa. La novità promossa dai due consulenti consiste nell’introdurre il concetto di saggezza (Wise Decision Making) nella prassi che porta alla presa di decisione. In sostanza si tratta di integrare al calcolo dell’utilità e dell’efficacia dei mezzi anche i valori sottostanti alle presa di decisione e le emozioni coinvolte nel processo.
In questo caso, dunque, il paradigma della competenza viene preso per buono e semplicemente arricchito da quelle dimensioni fino ad ora sacrificate o non ritenute funzionali, cioè quelle che afferiscono all’ambito dei valori e alla sfera emotivo-affettiva.
Tuttavia una pratica che si vuole filosofica non può fare propri concetti e contenuti, specialmente se così pervasivi e rilevanti, senza prima interrogarli, coglierne la portata e soprattutto la coerenza con l’attività nella quale si intende innestarli. Infatti la consulenza filosofica, e prima ancora la filosofia, tra le altre cose si pone come un’interrogazione sul modo in cui il linguaggio e le sue categorie strutturano e costruiscono la nostra esperienza. Dunque domandarsi se l’esercizio filosofico è compatibile con la logica delle competenze è prima di tutto la concreta messa in atto di un esercizio filosofico.

Le ragioni di un dissenso

I dubbi su tale compatibilità non sono peregrini dal momento che il concetto di competenza viene sovente indicato, assieme ad altri considerati ad esso affini (performance, efficacia, funzionalità…), come il prodotto più raffinato, ma non per questo meno pervasivo, della logica tecnico-strumentale che presiede la nostra cultura contemporanea, in particolare quella che attiene alla sfera economico- produttiva. Valgono a titolo di esempio le parole di Galimberti: “In quanto ‘professionista’ l’individuo è depositario di quelle competenze che, nello scenario tecnico, sono le uniche condizioni per cui un uomo possa trovarsi di fronte ad un altro e instaurare un rapporto con l’altro. Ma dove gli uomini esistono l’uno per l’altro solo in quanto rappresentanti di competenze tecniche, è la tecnica a promuovere le loro azioni e quindi a risolvere la loro identità in pura funzionalità” (Galimberti, 1999, p. 557-558).
Secondo questa interpretazione la competenza è da intendersi come l’espressione più evidente di una ragione strumentale e calcolante che riduce le nostre abilità e i nostri comportamenti ad un mero computo per individuare i mezzi più adeguati alla realizzazione di fini stabiliti altrove (dall’azienda, dal sistema economico-produttivo, dalla logica del lavoro in generale…).
Letta in questo modo è impensabile qualsiasi assunzione della logica delle competenze nelle pratiche filosofiche, dal momento che essa sembrerebbe sintetizzare l’essenza del non filosofico per eccellenza (funzionalità, calcolo, strumentalità, vs pensiero, etica, libertà..).
In sostanza il concetto di competenza risponderebbe ad un principio di disciplinamento degli individui in funzione delle ragioni del Sistema. Sebbene questo timore non sia infondato e non vada preso alla leggera, ritengo che la categoria della competenza non debba per questo essere demonizzata. Del resto, a ben guardare, un principio di disciplinamento è presente in qualsiasi intervento volto alla formazione delle coscienze. Lo stesso ideale formativo, oltre alla valenza emancipativa ed educativa, ha fin dall’inizio rappresentato anche un ideale di controllo delle persone attraverso la loro irreggimentazione sociale e culturale. Lo stesso dicasi per le pratiche di consulenza. Ricordiamo a questo proposito la lezione di Foucault e la sua lettura dell’autoesame e del dire di sé come forma di disciplinamento e di dominio all’interno dei rapporti tra sapere e potere.

La logica della competenza

In ogni modo il costrutto di competenza può prestare il fianco a tali critiche. Ciò avviene non tanto in funzione di un suo cattivo uso, quasi fosse un dato in sé positivo poi eroso e degenerato nella sua applicazione concreta - sebbene anche questo accada - ma in virtù dei diversi significati che di volta in volta assume. Esso infatti è figlio dell’intreccio di vari saperi (pedagogia, teoria dell’organizzazione, psicologia…) e risente delle diverse impostazioni teorico-metodologiche da questi messe in campo. Accade pertanto che competenze come quelle di cooperare, lavorare insieme, ma anche quelle di stampo più cognitivo come analizzare o interpretare, lungi dall’essere veicolo di crescita e maturazione delle persone, vengono trattate come abilità neutre dal punto di vista valoriale, o peggio come meri strumenti di calcolo finalizzati unicamente al buon funzionamento della prassi organizzativa (ma potremmo dire della vita in generale, dato che l’essere competenti è diventato un potente veicolo identitario in ogni ambito sociale ). Questa interpretazione dipende dall’idea di competenza che si intende abbracciare e dal modo in cui questa viene operazionalizzata.
Non c’è qui lo spazio per distinguere i vari significati e usi del paradigma di competenza e per questo rimando alla vasta letteratura presente sul tema (Esiste un’ampia letteratura sul tema della competenza. Rimandiamo alla bibliografia in nota), ci basti però sottolineare che, a dispetto di quanto detto fino ad ora, credo possa esistere la possibilità di conciliare la logica della competenza con la pratica filosofica. Con questo voglio dire che una consulenza filosofica alle organizzazioni può assumere, senza entrare in contraddizione con se stessa, nel suo linguaggio e quindi fra i suoi obiettivi anche quello di lavorare colle e sulle competenze.

Quale paradigma di competenza

Per competenza qui non intendiamo né il risultato di un’azione (quindi una performance), né le caratteristiche interne del soggetto, riferibili a qualità, doti più o meno innate, da identificarsi attraverso strumenti di lettura di tipo psicologico. Competenza è piuttosto un “processo che connette soggetto e mondo in un’unità superiore che è quella del soggetto in situazione” (Frega, 2001). Essa si caratterizza come un modo d’agire qualificato e riflessivo.
Quando si parla in questi termini di competenza siamo alle prese non con un mero saper fare ma con un ben più complesso saper agire. Mentre il primo rinvia alla capacità procedurale, solo l’azione, come bene ci ricorda la Arendt, costituisce una totalità dotata di senso, collocata in un ordine di intenzionalità.
Saper agire comporta il farsi carico delle responsabilità del proprio fare: “fare senza agire significa mettere in atto una tecnica o realizzare un movimento senza progettarne il senso e le connessioni che esso suppone” (Le Boterf). Si tratta di un agire responsabile, cioè di un agire di cui, in virtù della possibilità di coglierne premesse e conseguenze, si è in grado di rendere conto.
La riflessività è dunque ciò che intrinsecamente contraddistingue questo modo di intendere la categoria della competenza: “si dà agire competente solo in quanto si dà agire riflessivo”. (Mortari, 2003).
Se questo è vero allora non solo la pratica filosofica può ospitare la categoria della competenza ma anzi essa è l’unica che può darle compimento, al di là di quanto accade nelle teorizzazioni attuali.. Solo in questi termini il concetto di competenza non esclude ma anzi ospita concetti come quelli di responsabilità, autonomia, iniziativa, in un modo che non ne svuota il significato ma anzi rende possibile realizzarlo in tutto il suo spessore.

Competenza e riflessività

Ora brevemente accennerò in che misura la riflessività è costitutiva della competenza. Essa lo è a tre livelli:

1. riflessione durante l’azione
2. riflessione sull’azione
3. riflessione sulle teorie che strutturano l’azione.

Il primo livello fa riferimento all’idea che l’azione non è, come a lungo ha voluto una cultura che ha separato gerarchicamente pensiero e azione, la mera applicazione procedurale, pensosamente cieca, di ciò che è stato teorizzato altrove. Ogni azione richiede un momento riflessivo ad essa consustanziale. Teoria e pratica sono dunque intimamente intrecciati.
Il secondo livello fa luce su una caratteristica fondamentale di questo concetto, secondo cui competente è un modo di agire consapevole, che sa rendere ragione di ciò che fa e soprattutto di come lo fa. Ciò significa sapere inquadrare il proprio comportamento in un orizzonte di senso e di motivazioni, riconoscere le ricorrenze e gli schemi cognitivi e affettivi presenti nelle diverse esperienze attraversate.
Il terzo livello è quello in cui, a mio parere, si definisce meglio e più compiutamente la potenzialità della pratica filosofica. Esso porta la riflessione sui presupposti, i significati, i valori, i giudizi, e per certi versi le teorie, o gli abbozzi di teorie, che strutturano le nostre azioni. Si tratta di una riflessione che chiama in causa quei reticoli concettuali che strutturano le nostre pratiche di pensiero e di azione, da cui sovente partiamo ma che di rado ci soffermiamo a esaminare.

Le competenze filosofiche

Se dunque le competenze diventano uno strumento concettuale fondamentale anche per le pratiche filosofiche occorrerà fare chiarezza sulle loro caratteristiche distintive. Una domanda da porsi può essere allora: quali competenze vengono potenziate dalla pratica filosofica?
Rimandiamo la trattazione di questo tema ad un successivo intervento data la ricchezza di approfondimenti che richiederebbe per svolgerlo compiutamente. Tuttavia vale la pena accennare brevemente ad alcune famiglie di competenze che l’esercizio filosofico è in grado di attivare.
Se la riflessività è l’elemento distintivo della competenza, per come l’abbiamo intesa, è naturale individuare fra le abilità primarie promosse dalla pratica filosofica quelle di pensiero critico, di giudizio e di deliberazione, abilità considerate ormai cruciali nell’affrontare le situazioni sempre più complesse che caratterizzano la vita organizzativa. Se poi vogliamo scendere ad un livello di maggiore specificazione troviamo, ad esempio, la capacità di porre interrogativi, la capacità di analisi e interpretazione di situazioni e problemi, la capacità di argomentazione delle proprie ragioni, e così via.
Non bisogna però credere che la pratica filosofica favorisca lo sviluppo di capacità e atteggiamenti che attengono unicamente al campo del saper ragionare. Infatti, come ci ricorda Roberta De Monticelli, le questioni di logica costituiscono “l’etica del pensiero, senza la quale non c’è responsabilità nell’uso delle parole. Non c’è coscienza del loro peso, del loro contributo alla verità e alla falsità di quello che diciamo” (De Monticelli, 2006, p. 15). La pratica filosofica dunque ci aiuta a cogliere la portata etica dei nostri pensieri e delle nostre affermazioni, ma anche, come ci suggerisce la Nussbaum, delle nostre emozioni e dei nostri sentimenti, nella misura in cui questi implicano giudizi di valore su cose ritenute importanti per il nostro benessere e la nostra prosperità.
Quando si parla di etica, e dunque del modo in cui come l’uomo possa vivere bene con gli altri alla luce di principi e valori che orientano i suoi pensieri e comportamenti, non si può non richiamarsi a quelle che generalmente vengono considerate le competenze chiave per il buon funzionamento della vita organizzativa, e cioè le competenze relazionali. Queste, se lette nell’ottica filosofica, presentano tuttavia caratteristiche un po’ diverse da come siamo abituati a considerarle, così come differenti saranno anche le modalità per favorirne la consapevolezza e lo sviluppo. Ma a tal proposito si aprirebbe un altro lungo discorso per il quale non possiamo che rimandare ad altre occasioni.

Riferimenti bibliografici

Esiste un’ampia letteratura sul tema della competenza. Segnaliamo di seguito alcuni testi nei quali viene trattato il tema della competenza nell’ottica da me proposta e in cui si troverà un’amplia bibliografia:

Bresciani, P.G., ‘La competenza nel bilancio di competenze’
in Professionalità, n. 75, 2003;

Frega, R. ‘La logica della competenza: un problema aperto’
in Professionalità, anno XXIV, n. 80, 2004;

Frega, R. ‘Competenze trasversali in questione. Riflessione sull’opera di Bernard Rey’
in Professionalità, n. 63 anno 2001;

Ruffini, C., Sarchielli, V., Il bilancio di competenze. Nuovi sviluppi
Franco Angeli, Milano, 2001.

Altri testi di riferimento:

De Monticelli, Nulla appare invano, Baldini Castoldi Dalai, 2006, Milano.
Mortari, L., Apprendere dall’esperienza, Carocci, Roma, 2003.
Contesini, Frega, Ruffini, Tomelleri, Fare cose con la filosofia, Apogeo, Milano, 2004.
Galimberti, U., Psiche e Techne, Feltrinelli, Milano, 1999.