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Paolo Jedlowski
Un giorno dopo l’altro.
La vita quotidiana tra esperienza e routine.
Il Mulino, Bologna, 2005
Recensione di Stefania Contesini
In questo testo di Paolo Jedlowski non troviamo analisi univoche che facciano l’apologia del quotidiano o, al contrario, lo demonizzino in nome di ciò che si presenta come unico ed eccezionale. Della sfera del quotidiano l’autore ci mostra, attraverso un sapiente confronto con alcune categorie fondamentali (senso comune, esperienza, tempo, spazio, relazione), caratteristiche, limiti e possibilità.
Del resto Jedlowski fin dalle prime pagine ci ricorda che se l’espressione ‘vita quotidiana’ può richiamare connotazioni negative che ci rimandano al tempo della routine e della ripetizione, essa nel Novecento è stata risemantizzata soprattutto grazie all’arte e alla letteratura. Con l’Ulisse di Joyce “la giornata qualunque di un uomo qualunque assume la dimensione del mito: non ripetizione ma distillato e ripresa di una rete infinita di simboli. (...) Nei quadri surrealisti il quotidiano è un enigma invitante”. (p. 7)
Riprendendo una definizione del sociologo Alfred Scuhutz la vita quotidiana viene contrassegnata come ciò che appare prossimo e ricorrente a qualcuno. Entrambi i concetti vengo però esaminati e problematizzati: non sempre ‘prossimo’ indica ciò che è a portata di mano, così come ‘ricorrente’ non può essere assimilato tout court alla routine.
Infatti la ripetizione non è l’unica dimensione del quotidiano il quale, soprattutto nella nostra epoca, contempla gradi non indifferenti di novità e cambiamento con cui giornalmente fare i conti e verso ai quali occorre sviluppare continui processi di adattamento. Se lo spazio del quotidiano è quello del ricorrere, questo termine deve essere inteso non tanto come un ripetersi quanto come un ‘occorrere ancora’. La vita quotidiana piuttosto che caratterizzarsi come il tempo della routine è da pensarsi allora come il tempo della ripresa.
Il concetto di esperienza è quello che meglio intercetta questa dialettica tra conservazione e innovazione. Se da una parte l’esperienza si definisce in rapporto al senso comune, inteso come il deposito di credenze, immagini, storie che muovono l’agire sociale, dall’altra è anche l’espressione di una dimensione soggettiva e attiva nei confronti di ciò che è dato. Essa in quanto manifesta la capacità di attribuire un senso personale al vissuto “muove dal senso comune, ma è anche ciò che a volte ci porta a conclusioni diverse da quelle che il senso comune ci suggerirebbe” (p. 44). Anzi più il senso comune si fa instabile più c’è necessità di fare esperienza, e quindi di una rielaborazione critica e flessibile rispetto a ciò in cui siamo immersi. Per fare autentica esperienza occorre prendersi cura delle proprie emozioni e dei propri pensieri, così da scongiurare i rischi di un atteggiamento appiattito su un impersonale ‘si dice’. Infatti “vivendo non possiamo che fare esperienze. E tuttavia possiamo non avere esperienza. Possiamo rimanere all’oscuro, o tacitare, o camuffare quello che sperimentiamo” (p. 53) .
La via migliore per trasformare il vissuto in esperienza è aprirsi al confronto con l’altro, a ciò che è diverso da noi: “A rendere palese la specificità dello guardo è la presenza di uno sguardo diverso”. Solo dal rapporto con l’altro prendiamo veramente atto di come viviamo.
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