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L’articolo sviluppa alcune riflessioni sulle condizioni epistemologica di interventi filosofici con individui ed organizzazioni. Si interroga in particolare sugli stili di azione che caratterizzano un intervento dal punto di vista filosofico e cerca di delineare i confini di un esercizio filosofico delle pratiche professionali.
Parole chiave: pratica filosofica, senso comune, critica, trasformazione-intervento.
È possibile pensare interventi professionali dal punto di vista filosofico? E se si, quali ne sono le condizioni epistemologiche di possibilità e di successo? Questa domanda articola su oggetti nuovi un tema in sé tradizionale, quello del rapporto della filosofia con i modi di pensare ed agire delle pratiche ordinarie. La filosofia, si sa, ha sempre nutrito un rapporto ambiguo con il senso comune che le caratterizza, visto di volta in volta come porto sicuro in cui rifugiarsi dalle tempeste dello scetticismo o come ricettacolo dei peggiori pregiudizi e come fonte di irrazionalità. Questa ambivalenza nei confronti dei modi di pensare ordinari si può trovare oggi nei diversi modi di teorizzare e realizzare interventi pratici ispirati alla filosofia. Ciò dipende dal fatto che ogni filosofia divenuta pratica, ovvero ogni forma di agire filosofico professionalmente orientato, si scontra e si confronta con l’universo del pensare ordinario, che è quello del riflettere e ragionare situato dei propri clienti e referenti, che nella pratica filosofica divengono inevitabilmente l’altro della filosofia. In che modo una pratica filosofica affronta questo compito? In che modo il filosofo praticante affronta il pensiero dell’altro? Dal punto di vista epistemologico qui privilegiato, ciò che si tratta di capire è quale statuto la filosofia assegni al pensiero del proprio interlocutore, e quale posizione correlativamente essa assegni a se stessa, interpretandosi come voce della verità, istanza di saggezza, figura dell’expertise o altro. Nelle brevi considerazioni che seguono, ci proponiamo di elaborare una tassonomia di definizioni del senso comune, mostrando come ciascuna di esse instradi la filosofia verso una distinta concezione della pratica filosofica.
Iniziamo innanzitutto ricordando che il senso comune è cosa ben diversa dal buon senso inteso come accortezza pratica e capacità di districarsi in questioni ordinarie. Il suo rapporto al quotidiano e all’ordinario, benché fondamentale, è di un’altra natura. Il buon senso denota infatti l’insieme delle credenze che uno o più individui pongono alla base della propria esistenza ordinaria e del proprio modo di agire. Rapportarsi al senso comune per la filosofia significa dunque innanzitutto emettere un giudizio sul valore pratico ed epistemico di queste credenze. Da questa valutazione discenderanno diversi modi di concepire il rapporto che può istituirsi tra la filosofia l’intervento professionale filosoficamente orientato - e le pratiche ordinarie in cui il senso comune si esprime. Sono almeno tre i modi in cui il senso comune può essere inteso e affrontato.
Il primo modo fa del senso comune il luogo del pregiudizio. Il senso comune è qui visto come contenente allo stato confuso ed informe i residui di tutti i sistemi filosofici e scientifici che hanno avuto un qualche corso nel passato. Insieme acritico di credenze prescientifiche, il senso comune è il luogo della passività totale e della credulità inconsapevole, e in quanto tale richiama la filosofia per una missione rischiarativi, che è quella della critica.
Il secondo fa del senso comune il deposito di salde certezze che la tradizione e l’esperienza hanno depositato in forma teoreticamente non giustificata ma tuttavia fondata. In quanto insieme di credenze condivise dalla maggior parte delle persone, il senso comune diventa, come nella teoria aristotelica dei luoghi, il serbatoio da cui attingere proposizioni e principi generali sulla base dei quali elaborare ragionamenti corretti.
Il terzo e ultimo modo di intendere il senso comune ne fa un deposito di soluzioni confuse, e tuttavia valide, delle principali questioni relative alla vita pratica e spirituale degli uomini. Si tratta di certezze pratiche presenti soltanto allo stato tacito, dunque non disponibili al lavoro critico della riflessione autonoma. In questo terzo caso il compito che la filosofia assume nei suoi confronti è quello di portare a chiarezza ciò che in modo confuso si annuncia al suo interno. Il senso comune non è allora più oggetto di critica né è considerato la base di partenza per concludere su altri oggetti, ma l’occasione per un esercizio di appropriazione riflessiva, secondo un movimento di articolazione irriducibile tanto alla figura della critica quanto a quella della deduzione.
Luogo dell’irrazionalità, di una ragione spontanea e primitiva genuina o di una ragione vera ancorché confusa, il senso comune permette di concepire il rapporto del pensare filosofico alle pratiche reali secondo diverse modalità, a seconda che queste ultime siano pensate secondo l’uno o l’altro di questi paradigmi epistemologici del pensare comune e ordinario.
La prima figura del senso comune richiama l’idea di una filosofia intesa come lavoro critico di distruzione delle false certezze, messa tra parentesi di credenze non riflessivamente accettate, di sospensione delle proprie convinzioni. Il lavoro della pratica filosofica individuale o organizzativo si muoverebbe con il ritmo di un dinamismo emancipativo che porta gli individui a liberarsi da una forma di illusione che ha la caratteristica in quanto senso comune di essere condivisa e per questo consolidata e difficile da decostruire. Si muovono in questa direzione tutte quelle teorie e pratiche che concepiscono la propria missione come eliminazione di false credenze, rappresentazioni ideologiche e pregiudizi attraverso la loro sostituzioni con credenze maggiormente fondate e giustificate.
La seconda figura fa del senso comune un dato preesistente che si tratta di razionalizzare. Come nella tradizione aristotelica degli endoxa condivisi da una comunità e validi perlopiù, il senso comune diventa il serbatoio di credenze e principi che costituiscono le premesse del ragionamento. In questo caso il lavoro filosofico è visto come un lavoro di ricostruzione architettonica, dove le premesse sono date e si tratta di giungere a razionalizzarne le conseguenze. Ci troviamo qui di fronte ad una concezione più rigorosamente logica e dimostrativa del pensare filosofico, che nell’esercizio pratico tenderà ad assumere le forme di una razionalità di tipo strumentale. È facile vedere qui i lineamenti di concezioni assai diffuse della relazione consulenziale, quando questa si basa su un paradigma che è quello dell’expertise.
La terza figura pone la filosofia in una posizione ambigua e complessa nei confronti di un senso comune visto come al tempo stesso portatore di verità ma inconsapevole del proprio potenziale. Qui si dispiega l’idea di una razionalità riflessiva che si caratterizza come movimento di articolazione di credenze e abitudini possedute in modo tacito. Se la critica e la deduzione costituivano la cifra delle prime due immagini del pensiero, è l’articolazione a dare alla terza immagine il proprio marchio. Un esempio classico di senso comune del terzo tipo è dato dall’esprit de finesse di Pascal. Egli osserva infatti come, nonostante i principi su cui si fonda il ragionamento umano siano “distribuiti negli usi comuni e sotto gli occhi di tutti”, l’accesso ad essi sfugge alla maggioranza delle persone. Se le evidenze e credenze fondamentali in base alle quali orientare la nostra vita e il nostro agire sono immediatamente accessibili all’intelletto comune, ciò di cui le persone mancano e necessitano non sono allora delle teorie scientifiche che incrementino le loro conoscenze oggettive. L’insufficienza in cui gli uomini si trovano a vivere non è data infatti da un deficit cognitivo colmabile attraverso un incremento di conoscenza. Il disordine in cui i percorsi individuali e organizzativi versano non è dunque colmabile attraverso l’accesso a conoscenze di ordine superiore. In questo senso, le pratiche ordinarie sembrano contenere già in se stesse tutto ciò di cui hanno bisogno per riformarsi. Ma se cosi fosse, che tipo di contributo può fornire la filosofia?
Il punto centrale affermato da tutte le filosofie che vedono nel senso comune un valore positivo è che davanti alle questioni fondamentali della vita gli uomini sono tra loro uguali, nel senso che le capacità intellettive ordinarie il buon senso ugualmente ripartito tra tutti - sono pienamente sufficienti a rispondere agli interrogativi che la vita quotidiana fa emergere. Di conseguenza, il mondo delle pratiche ordinarie non sembra richiedere l’intervento di expertise basate su conoscenze specifiche e distinte da ciò che il senso comune può comprendere da sé. Ma se è così, come giustificare interventi in una prospettiva professionale? Come può la filosofia intervenire davanti ai giudizi, alle credenze e alle abitudini con cui il senso comune struttura le pratiche ordinarie (personali e professionali) rivendicando un sapere indipendente e autorevole? Che tipo di sguardo deve adottare per mantenersi nel giusto rapporto tra prossimità e distanza?
Nella prospettiva ricostruttiva adottata da questa terza versione di filosofia del senso comune, la giustificazione di una pratica di tipo filosofico si basa sulla natura intrinsecamente complessa dei processi di articolazione dei saperi taciti, di esplicitazione delle credenze e degli assunti impliciti in routines di azione e modalità irriflesse di risposta e nel fatto più generale che l’esperienza ordinaria è spesso poco trasparente. In questo senso una razionalità riflessiva trova il proprio punto di forza non nel dispiegamento di un calcolo logico (la ricerca dei mezzi più efficaci per perseguire fini dati) ma nel movimento di approfondimento attraverso il quale un pensiero diventa consapevole di ciò che giustifica ciò che sino ad un momento prima gli apparivano come salde e incontrovertibili certezze. In un senso che la psicanalisi ha contribuito a chiarire, le pratiche ordinarie sono portatrici di un sapere di cui i soggetti spesso non sono consapevoli. Di conseguenza, l’analista-filosofo ha il compito di riportarle alla luce, permettendo agli individui di appropriarsi di ciò che, in modo ancora implicito, li costituisce. Ciò che Stanley Cavell ha definito “l’inquietante estraneità dell’ordinario” è allora il punto di arrivo di una pratica filosofica che assegna al senso comune i tratti qui indicati. In essa l’esperienza ordinaria oggetto di intervento (l’orizzonte progettuale di un individuo, la cultura di un gruppo, i valori di un’organizzazione) costituisce il dato di partenza di un percorso volto a farne emergere i presupposti sommersi, le assunzioni tacite, i valori condivisi in modo inconsapevole. Attraverso il movimento della razionalità riflessiva, l’ordinario di ciò che per gli individui va da sé si trasforma sino a divenire “inquietante”, nel senso di carico di assunzioni e significati di cui gli individui non erano consapevoli. Inizia qui il lavoro di una razionalità che, appoggiandosi su questo movimento di articolazione di contenuti impliciti fornisce le basi per un successivo lavoro di trasformazione.
Ogni pratica filosofica in quanto tale deve fare i conti con il senso comune poiché dai modi di questo confronto essa raggiunge la propria comprensione di se stessa ed è in grado di legittimare i modi e le forme del proprio intervento. In questa prospettiva, la critica, la deduzione e la trasformazione costituiscono tre diversi modi di intendere la pratica filosofica, le cui implicazioni operative sono immediate e radicali. È in questo senso, per concludere, che la riflessione sul senso comune costituisce il prerequisito epistemologico di ogni corretta riflessione sullo statuto della filosofia come pratica.
Bibliografia
De Certeau M., L’invenzione del quotidiano, Roma, Ed. Lavoro, 2001.
Frega R. Brigati R. (a cura di), La svolta pratica in filosofia vol. 2. Dalla filosofia pratica alla pratica filosofica, Discipline Filosofiche, 2005, XV, n. 1.
Frega R. Brigati R. (a cura di), La svolta pratica in filosofia vol. 1. Grammatiche e teorie della pratica, Discipline Filosofiche, 2004, XIV, n. 2.
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