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PARTIRE DA SÉ

di Elisabetta Zamarchi

L'articolo avanza l'ipotesi che la filosofia oggi possa pensare qualcosa sul e del mondo solo se si attualizza in esso, solo se è filosofia pratica.
Parole chiave: filosofia pratica, pensiero sottratto, sapienza di partire da sé

La mia idea di filosofia, di che cosa sia o debba essere la filosofia oggi, è compendiata in una breve annotazione di Simone Weil, tratta dai Taccuini di Londra: << Filosofia (compresi i problemi della conoscenza, ecc.) cosa esclusivamente in atto e in pratica. Per questo è tanto difficile scrivere al riguardo…Le teorie soggettivistiche della conoscenza sono una descrizione perfettamente corretta dello stato di coloro che non posseggono la facoltà, molto rara, di uscire da sé>>. (S. Weil, Milano 1993, pp.396/397)
In un mondo unificato dalla tecnologia e dall'economia, la filosofia ha un compito minimalista ma essenziale: lasciar apparire, lasciar ad-venire le contraddizioni ed i lati in ombra della vita materiale, ciò che sfugge anche alle leggi del possibilismo liberista, idealizzate come quelle del logos occidentale. Se oggi ha ancora senso parlare di vocazione filosofica, questa si esprime, a mio avviso, solo in un pensiero sempre in atto e in pratica, così come scrive Simone Weil.
Per fondare questa affermazione ricorro a due riferimenti autorevoli, che però poco o nulla hanno in comune quanto a genesi teorica. Il primo è una suggestione filosofica che mi viene da Jean Luc Nancy, il filosofo francese della generazione successiva a Foucault e Derrida noto per la sua nuova 'filosofia prima' del singolare plurale quale essenza dell'essere; il secondo è quell'insegnamento di filosofia pratica che costituisce, oggi, uno tra i cardini del pensiero delle filosofe italiane della differenza, ovvero la pratica del partire da sé, dalla valorizzazione del vissuto concreto, e quindi dalla particolarità della propria esperienza nell'incontro col mondo, come un segno da leggere e interrogare.
Nancy, in un suo testo di qualche anno fa, <<Il pensiero sottratto>>, la pensée dérobée, ci dà una suggestiva definizione del pensiero, che all'inizio del terzo millennio riappare come << un gesto e un'esperienza. Un gesto, nel senso di una condotta, un modo di andare verso o di lasciar venire, una disposizione, invito o indietreggiamento, che precede ogni costruzione di significato. Un'esperienza: l'oltrepassamento di ogni significato dato e l'accesso a un reale che il senso non trattiene nelle sue reti.>> (J.L. Nancy, Torino 2003, p. 21)
Il pensiero sottratto, spiega Nancy, è il pensiero che si sottrae alle esigenze e alle attese del sapere, che sa di non sapere in quanto costitutivamente finito, ma che, proprio per questo, è genuinamente filosofico perché desidera non chiudersi in se stesso, per andare sempre oltre sé, cioè per pensare ancora, mai soddisfatto delle sue affermazioni.
Dalla complessa ontologia dell'essere singolare-plurale di Nancy estrapolo la nozione di dérobement, sottrazione, spoliazione, denudazione del pensiero che ritrova se stesso solo come gesto di apertura finita verso il mondo e come esperienza che continua a ripetersi, oltre la supponenza di significare qualche cosa, di creare un sapere o indicare un senso.
Spogliato dell'impresa del senso, disgiunto dal sapere e dalla conoscenza, il pensiero è ridotto al suo essere nel qui ed ora, alla pura contingenza, non intesa come immanenza contrapposta alla trascendenza, ma come dimensione del contatto con la nudità del mondo. Il pensiero sottratto è un pensiero che tocca e che <<dice di sì a ciò che viene>> (Ivi, p.15) ed in questo dir di sì sta la sua eticità e la sua umiltà.
Ciò che mi interessa è la nuova carica affermativa che connota un pensare così spogliato: la sottrazione non significa, infatti, il silenzio del pensiero, ma una diversa libertà. Un pensiero mai soddisfatto delle sue proposizioni, pur continuando a ricercare una sua affermatività, ha come sola radice l'esperienza singolare e l'apertura all'esperienza dell'altro a cui ogni soggetto è sempre esposto.
La definizione di pensèe dérobée di Nancy mi riporta, per i suoi esiti, alla <<sapienza di partire da sé>>, un sapere pratico che ha trovato forma e nome alla fine del novecento, ma che irradia il pensiero delle filosofe del secolo XX, Hannah Arendt, Simone Weil e Maria Zambrano.
Che cosa significa partire da sé e pensare a partire da sé? <<Il partire da sé dà un esserci e un punto di vista senza fissare da nessuna parte. E' come viaggiare, che non solo ti fa allontanare dai luoghi familiari e vedere cose che altrimenti non avresti visto, ma te le fa vedere come nessuno può fartele vedere senza quello spostamento… E' un pensare non fissato alla logica dell'identità e capace di camminare nella contingenza, fra l'essere che è quello che è e l'essere che non è mai esattamente quello che è>>. (L. Muraro, Napoli 1996 pp.8/9, 15)
E che cosa accomuna il <<pensiero sottratto>> e il viaggiare sotteso al <<partire da sé>>?
Il pensiero spoglio di Nancy è l'esito del denudamento della cultura occidentale, mentre la sapienza del partire da sé nasce dall'istanza femminile di trovare un pensiero attento alla contingenza del mondo, oltre la logica dell'identità, propria del discorso filosofico.
In entrambi i casi, si afferma la possibilità di un pensiero che <<si spoglia fino alla nudità di una singolarità>> e il cui senso è l'azione stessa che trasforma il soggetto, una praxis, come sostiene Nancy: << La praxis non è la padronanza dei mezzi in vista di un fine, ma la trasformazione senza fine del soggetto del senso in se stesso: un senso che non è altro che la sua comunicazione - e, in un colpo, la sua sottrazione. La sottrazione del pensiero è la sua praxis: il pensiero che si disfa dei suoi oggetti, per diventare se stesso: noi, gli uni con gli altri e il mondo.>> (J.L. Nancy, Torino 2003, p.52)
Il pensiero che si sottrae, così come Nancy ce ne parla, evidenziando la necessità per questo pensare di rintracciare ciò che si mostra, di stare radente alla coesistenza delle cose del mondo, è l'ultimo approdo di una filosofia che tutto ha percorso. Che è arrivata a decostruire il sapere, dopo Nietzsche e dopo la critica heideggeriana alla metafisica della presenza.
La pratica filosofica del partire da sé ha origini molto più umili, nasce dal bisogno concreto di un sapere femminile di trovare, nel linguaggio occidentale, un'efficacia semantica.
Se l'analisi di Nancy si può ricondurre ad un quadro concettuale decostruzionista, l'origine filosofica della sapienza del partire da sé si rintraccia già nel complesso iter teorico di Hannah Arendt e nell'intuizione speculativa di Simone Weil.
Il pensare a partire da sè è l'elemento forte dell'opera di Hannah Arendt, non è tanto uno stile intellettuale quanto un aprirsi al mondo e un riflettere su di esso, muovendo dall'esperienza personale e dalla realtà stessa dell'esistente che è l'orizzonte primario dell'esperienza umana. É un Nachdenken, un pensare da sé - secondo la lezione illuminista di Lessing - ma a partire da un dato materiale, nel suo caso da un evento storico, il totalitarismo. E, per Arendt, il pensare comincia da una collocazione precisa, dal suo essere donna ed ebrea capitata per destino in tempi oscuri, dove l'apparente insignificanza di una collocazione anagrafica costituiva un punto spazio temporale da cui non era possibile prescindere. Pensare a partire da sè, dal sé travolto da eventi non rimediabili col volontarismo dell'io, fu quindi una necessità. Ma la necessità appare solo se si comprende che l'io che pensa è compromesso in un qualche cosa di sovrastante e non eludibile. Partire da sé volle allora dire, per Arendt, partire dalla nascita sua e di quella di tanti come lei coinvolti nello stesso destino brutale, ed attivare il pensiero come facoltà di giudizio tra il sentire e l'essere.
In questo consiste la sapienza di partire da sé: nel pensare una fatalità - come la nascita, come il subire sentimentale, come la differenza etnica in terra d'esilio -, farla uscire dall'insignificanza dell'indistinto e partire da lì per poi, come scrive Luisa Muraro, allontanarsi fino a ricongiungersi, fino a riconoscere negli eventi di un'esperienza singolare le cifre di una appartenenza al mondo. Parafrasando Ricoeur, si può leggere la sapienza del partire da sé come la capacità di trasformare il caso in destino e di ricondurre la soggettività di un'esperienza oltre l'immediatezza dell'io, a quel territorio di scambio e coesistenza che è il mondo condiviso, il tra noi in cui abitiamo.
Simone Weil non credeva nel soggettivismo della conoscenza, le pareva il limite teorico in cui si imbatte chi non sa andare oltre a sé, confondendo il sé con l'io. Aggiungo, come commento personale, che il soggettivismo è la grande tentazione del nostro presente che ancora persegue, così almeno l'occidente ricco, l'idea di poter partire dall'io, l'io di una civiltà, di una nazione, di una cultura. Il partire da sé è altra cosa rispetto al soggettivismo, è uno stare sulla breccia del sentire, <<Si parte… dai sentimenti e dalle contraddizioni vissute in prima persona, perché saperle vedere e interpretare è un modo di restituire la verità del mondo al mondo stesso. Da un parte si valorizza molto il vissuto concreto, dall'altra non se ne fa un fatto personale ma un segnale del mondo in cui viviamo.>> C. Zamboni, Napoli 1996, p.156)
La pratica filosofica del partire da sé si attua in un regime di costante attenzione al presente ed alla risonanza affettiva degli eventi. Nei fatti, oltre l'attenzione, il miglior strumento ce lo offre la grande tradizione filosofica da Platone a Cartesio: la dialettica diaretica platonica, che insegna a dividere, separare entro il coagulo dei vissuti i fili che li compongono, dare ad essi un nome e ricondurli al momento vivente dell'esperienza; l'analisi, la sintesi, l'enumerazione, secondo il dettato cartesiano delle Regular ad diretionem ingenii.
Questo ho appreso dalle filosofe del novecento: stare dove si è per allontanarsi di lì e poi ritornare dopo una peregrinazione oltre l'immediatezza dei vissuti dell’io..
Meno chiara mi è l'avventura pratica del pensiero sottratto, di cui comprendo tuttavia la bontà teorica: non so, nei fatti, come il pensiero possa stare in una tale condizione di umiltà da lasciarsi coesistere nudo con la nudità del mondo. L'unica strada che conosco, per raggiungere la nudità del pensiero, è quella di attraversare materialmente i sentimenti, senza prescindere da essi. Ma forse Nancy stesso mostra un cammino, quello del contatto dei corpi, dato che il pensiero non può mai muoversi disincarnandosi da quella singolarità che permette ad ogni soggetto di coesistere nella pluralità.
E forse per questo mi è sembrato possibile congiungere, in un'indicazione di pratica filosofica, Nancy con la sapienza di partire da sé: ci sono sempre i corpi che si toccano, da una parte e, dall'altra, il loro sentire, il <<materialismo delle loro anime>> (C. Zamboni, Napoli 1996, p.155) che impedisce la fuga del pensiero, che ne impedisce la perdita di realtà.

Per approfondire:

S. Weil, Quaderni, vol. IV, Adelphi, Milano 1993
Si tratta dell'ultimo volume dei quaderni della Weil contenete gli appunti scritti a New York tra il luglio e l'ottobre 1942 e le annotazioni di Londra, poco prima di morire nell'estate 1943

J.L.Nancy, Il pensiero sottratto, Bollati Boringhieri, Torino 2003
Nancy, professore di filosofia a Strasburgo, erede di Derrida, delinea in questo testo la condizione finita del pensiero e l'orizzonte della sua libertà.

L. Muraro, Partire da sé e non farsi trovare, in Diotima, La sapienza di partire da sé, Liguori, Napoli 1996
Il testo collettaneo delle filosofe della comunità di Diotima riproduce gli atti del "grande seminario" che, annualmente, ha luogo presso l'Università degli Studi di Verona dove la comunità opera

C. Zamboni, Il materialismo dell'anima, in Diotima, La sapienza di partire da sé, Liguori, Napoli 1996