|
L'articolo si collega alla prima parte, comparsa sul numero precedente della rivista, e mette in evidenza le passioni che connotano il mondo affettivo di adulti ed adolescenti in un'epoca segnata dall'incertezza del futuro. Le parole chiave: passioni tristi; inefficacia della volontà; "disfare", inteso come terapia filosofica di cura dell'anima in un tempo che cerca ricette nell'attivismo della volontà e della ragione.
Le passioni di un'epoca triste
Quali sono le passioni della nostra epoca? Quale la nostra dimensione di realtà oltre la superficie dello spazio impersonale degli scambi sociali? E come si costruisce l'esperienza soggettiva, <<il sapere dell'anima>>, in un vivere che non contempla quasi più il tempo dell'incontro e l'ascolto del sentire?
<<Viviamo in un'epoca dominata da quelle che Spinoza chiamava le "passioni tristi". Con questa espressione il filosofo non si riferiva alla tristezza del pianto, ma all'impotenza e alla disgregazione?La speranza era quella di un sapere globale, capace di spiegare le leggi del reale e della natura per poterli dominare. Libero è colui che domina (la natura, il reale, il proprio corpo, il tempo): questo era il fondamento dello scientismo positivista?» in questo senso che la promessa non si è realizzata: lo sviluppo dei saperi non ci ha installati in un universo di saperi deterministici e onnipotenti, tali da consentirci di dominare la natura e il divenire: al contrario, il XX secolo ha segnato la fine dell'ideale positivista gettando gli uomini nell'incertezza>>. (M. Benasayag, G. Schmit, 2004, pp.20/21) L'incertezza della nostra epoca ci viene continuamente rimandata da eventi che evocano paesaggi apocalittici: quasi a ribadire l'inconsistenza del dogma positivista, "libero è colui che domina", il succedersi continuo di catastrofi naturali e le innumerevoli sequenze di guerre e di lutti hanno dissolto l'idea che l'universo globale delle conoscenze garantisca un qualsiasi dominio del reale. Tuttavia, anche se tale promessa non si è realizzata, la convinzione che la libertà sia connessa con il dominio permane inalterata nel credo economicista che permea i rapporti sociali e politici. E forse è proprio questa la cifra della tristezza del presente, perchè l'illusione che il dominio sia sinonimo di libertà connota anche il microcosmo delle esistenze dei singoli e <<promuove passioni senza sentimento, le passioni fredde>> tese unicamente all'agire per uno scopo, che volgono il sentire verso il basso, o meglio <<verso la superficie di un vivere con la sensibilità personale prossima al grado zero>> (R. De Monticelli, 2003, p.145). In altre parole l'incertezza non ha portato ad una crisi della razionalità, quanto piuttosto ad una miopia collettiva, che a volte rasenta la cecità, e che è l'effetto di una regressione progressiva del sentire ai livelli soltanto umorali o sensoriali. L'analgesia del sentire si insinua nei rapporti generazionali, sottraendo autorità agli adulti che rinunciano implicitamente alla funzione di testimoni di una raggiunta maturità affettiva e che scivolano, nei confronti dei figli o degli studenti adolescenti, in una relazione simmetrica ove vi è solo rimando di paure e di insicurezze. Nel regime emozionale della paura o del conflitto umorale si perdono le distinzioni dei ruoli e si annulla il terreno del confronto: in assenza di distanza, quando l'interlocutore adulto non sa più chi è e come sta con se stesso, non esiste possibilità di scambio, nè di apprendimento degli uni dagli altri. Le passioni tristi, ovvero il senso di impotenza e di disgregazione secondo la definizione di Spinoza, non derivano soltanto dalla crisi di un'epoca paralizzata dalla minaccia del futuro, ma anche da una diminuzione della percezione di realtà che viene dall'attutirsi del sentire, dall'incapacità di avvertire il valore delle cose e, quindi, di incontrare se stessi e i vissuti del cuore. <<La realtà, per dolorosa che essa sia, non si lascia escludere dalla vista del cuore senza provocare nella persona una riduzione proporzionale. Non sono libero di essere in pace, o di essere "felice" quando vivo in questa sorta di sonnambulismo, cioè vivo lasciando spenta la parte più intima di me stesso, o della mia persona>> (R: De Monticelli, 2003, p.158) Ciò che è venuto meno nel presente non è tanto la speranza, quanto la ricerca di un diverso modo di accogliere il limite e la precarietà. Oggi si continua ad esorcizzare la precarietà come un male da combattere con il volontarismo dell'azione, perpetuando la strategia del controllo e del dominio in una specie di residuo di utopia razionalista, mentre l'incertezza dei tempi mostra palesemente che l'efficacia della volontà è sempre di più un'illusione di superficie. "L'epoca delle passioni tristi" consuma i suoi soggetti, adulti ed adolescenti, in pratiche di attivismo che garantiscono un'esistenza trafelata ma che non bastano a contenere la paura della precarietà e a rifondare la speranza.
Una terapia filosofica: "disfare" la superficie
Che ruolo può avere la filosofia per riportare lo sguardo oltre la superficie? Per rompere lo schema del controllo della volontà?
Accolgo la lezione di Maria Zambrano: la filosofia può aiutare a dehacer, disfare: << Voleva disfare quanto vissuto, visto, accumulato?>> (M. Zambrano, 2000, p.21). Il "disfare" di Zambrano non agisce solo all'interno del logos filosofico ma <<si allarga fino ad arrivare ad affrontare il modo in cui si mettono in forma i pensieri stessi?Si tratta di qualcosa di ben più radicale, si tratta di tornare alla realtà sommersa da tutto ciò che viene costruito a colpi di "io" o di "voler essere", istanze che si sono tradotte nella storia in modo da renderla catastrofica quando non sanguinaria>>. (A. Buttarelli, 2004, p.45) Zambrano ci introduce ad una <<pratica di disapprendimento>> della violenza del volere, una pratica d'ascolto passivo che appartiene alla mistica e alla poesia, mondi dove la parola nasce e viene ad essere dal disfarsi della volontà e dove chi parla e scrive sta sempre aperto <<alla fluidità del passaggio tra sé e fuori di sé, con il ritrovamento di un'energia al fondo di sé>> (ivi, p.52) E' questa apertura ad essere occlusa dall'irrigidimento del sentire: non c'è passaggio, per chi si confina a vivere in superficie, tra questi tre livelli - il fuori di sé, il mondo delle cose e degli eventi, l'immediatezza emotiva del sé e la realtà del fondo di sé -, sommersa dalle pessime abitudini dell'io, da tutto ciò che "viene costruito a colpi di io". Spesso non c'è nemmeno consapevolezza dell'esistenza di una realtà sommersa, la consapevolezza tocca soltanto la dimensione della vita emozionale quando nell'esistenza usuale si apre un vuoto, quando si dà uno scarto che dissesta la quiete superficiale. Sono quei momenti di nudità ove appare l'inconsistenza di punti di riferimento abituali ed in cui una persona tocca anche, dolorosamente, tutta la fragilità o la falsità dell'immagine di sé nella discrepanza tra <<le priorità assiologiche e le priorità effettive che manifesta nei comportamenti e nelle scelte>>. (R. De Monticelli, 2003, p.151) Le certezze e le convinzioni nascono e crescono, infatti, nella quiete emotiva, quando la vita scorre senza incrinature e, come diceva Ortega y Gasset, finiscono per definire ciò che siamo e coincidere con noi. (M. Ortega y Gasset, 1983). Proprio per questo non bastano i vissuti emozionali violenti a far "disapprendere" l'attivismo dietro cui si cela l'anestesia del sentire: le emozioni possono anche consumarsi totalmente nell'attualità del presente di chi le vive. Perchè esse divengano <<forme di giudizio valutativo?riconoscimenti di bisogno, di assenza di autosufficienza>> (M. C. Nussbaum, 2004, p.40) ci deve essere un'adesione: la vita emozionale chiede un'attenzione umile proprio perchè può facilmente essere ignorata, imbrigliata in codici morali o tenuta sotto controllo da alchimie di farmaci. Il primo passo del "disfare" credo sia, seguendo Zambrano, stare passivamente in ascolto, anche tremando, dell'incapacità del cuore di tollerare il dolore, della ragione di ritrovare il senso, del corpo di sostenerci. Il secondo passo è possibile solo se si sa accettare il rischio dell'esperienza di patire tutti i limiti che l'incontro con l'altro e con le cose evidenziano di noi, se si coglie, in questa discesa, che la realtà non è avvicinabile pensando di controllarne le trame e gli sviluppi. Nessuno vive irrelato ed ogni relazione comporta il confronto con la trascendenza, l'alterità irraggiungibile degli altri e delle cose, e mette in scena un'inquietudine senza soluzioni: << Perchè esiste questa sete di trascendenza? E questa necessità di realtà? Di che sostanza siamo fatti per poterci derealizzare?>> ( M. Zambrano, 1996, p. 84)
Per approfondire
M. Benasayag, G. Schmit, L'epoca delle passioni tristi, Feltrinelli, Milano, 2004. Gli autori, due psichiatri che operano in Francia con bambini ed adolescenti, propongono un viaggio alla ricerca delle cause del malessere sempre più diffuso tra i giovani che alimenta le patologie psichiche.
R. De Monticelli, L'ordine del cuore, Garzanti, Milano 2003
M. Zambrano, Delirio e destino, Raffaello Cortina Editore, Milano 2000
A. Buttarelli, Una filosofia innamorata, Paravia Bruno Mondadori Editori, Milano 2004. L'autrice insegna Ermeneutica filosofica all'Università di Verona e fa parte della Comunità filosofica di Diotima: il testo è una lettura dell'eredità filosofica di Maria Zambrano
M. Ortega y Gasset, Aurora della ragione storica, SugarCo, Milano 1983
M.C. Nussbaum, L'intelligenza delle emozioni, Il Mulino, Bologna 2004. L'autrice insegna Law and Ethics all'Università di Chicago. Il testo propone una lettura delle emozioni come motore delle relazioni interpersonali, quindi della vita individuale e della vita sociale.
M. Zambiano, Verso un sapere dell'anima, Raffaello Cortina Editore, Milano 1996.
|