|
|
|
Consulenza filosofica e gioco
di Pier Aldo Rovatti
L'articolo propone una riflessione su quanto la consulenza filosofica abbia a che fare con una rinnovata esperienza di vita, mobile, paradossale, liberatoria..
1. La cosiddetta "consulenza filosofica" ha già una sua piccola storia, una data e un luogo di nascita (1982, Colonia), un padre fondatore riconosciuto come tale (Gerd Achenbach), una diffusione internazionale (soprattutto in Europa e negli USA), e anche una vicenda italiana in questi ultimi cinque anni. » dotata di associazioni macro e micro, di alcune regole di base che ne individuano il profilo. Ha degli antecedenti più o meno specifici, il più aspecifico dei quali sarebbe la vocazione stessa della filosofia fin dalla sua nascita nella Grecia dei sofisti e di Socrate; un presente ricco di stimoli e di impulsi progettuali; e dunque un futuro molto promettente e all'apparenza assicurato. Ricorderò solo che la posta è quella di liberare la filosofia dalla stretta accademica, nell'ipotesi che essa possieda una fruibilità sociale di cui potrebbero avvantaggiarsi molte categorie di individui. I quali, attraverso il cosiddetto dialogo filosofico, troverebbero risposte ai loro disagi esistenziali, di natura soprattutto relazionale, senza rivolgersi necessariamente alle psicoterapie. Naturalmente, ogni volta viene subito chiarito che la consulenza filosofica non vuole e non può sostituirsi alle pratiche terapeutiche, e innanzitutto alla psicanalisi. Cosa ovvia, anche se poi la speranza di una qualche erosione dell'immenso e potente arcipelago "psi" è più che leggibile nelle intenzioni e nei progetti. Questa caratteristica "dolce" non è l'ultima della attrattive offerte dalla consulenza filosofica ai cosiddetti "consultanti", in un'epoca in cui il boom della psicologia sembra ormai lasciar spazio a uno strisciante sospetto nei confronti della direttività delle varie terapie e assistenze psicologiche.
Quanto ai consulenti, oltre al manipolo degli scontenti del microcosmo universitario, c'è l'esercito dei laureati in filosofia per i quali, tra l'input e l'output, si verifica quasi sempre uno scarto impressionante in ordine alle motivazioni e alle opportunità professionali. Accade, infatti, che il giovane che si iscrive a un corso di laurea in filosofia deve presto abbandonare per strada i suoi desideri filosofici (vaghi che siano) per ritrovarsi in un cul de sac nel quale cala insesorabilmente il sipario sia sulla tenuta di quegli stessi desideri, che non trovano neppure la possibilità di rappresentarsi in modo anche solo parziale nella didattica, sia soprattutto sulla traducibilità dell'input (magari vago, però reale) in una qualche opportunità pubblica di inserimento sociale. Ricordo anche, qui, che lo sbocco dell'insegnamento riguarda una piccolissima minoranza di fortunati (tra quelli disposti a un lungo iter, costoso, male organizzato e insicuro), e resta comunque l'unico sbocco che finisce per attrarre ob torto collo anche coloro che si erano iscritti a filosofia non pensando affatto a esso.
2. Nella mia personale pratica di insegnante di filosofia all'università, iniziata a Milano nell'orizzonte della fenomenologia concreta (promossa in Italia da Enzo Paci) e poi proseguita a Trieste nell'ambito del pensiero contemporaneo inteso in modo decisamente critico rispetto allo specialismo disciplinare (sulla scorta del "pensiero debole" che con Gianni Vattimo ho proposto all'inizio degli anni Ottanta), ho svolto di continuo qualcosa di molto vicino alla consulenza filosofica: nella maniera di far lezione e di condurre i colloqui d'esame, nella direzione faccia a faccia dei lavori per arrivare alla stesura della tesi di laurea, e naturalmente nella cosiddetta attività di ricevimento studenti. In quest'ultima, cui ho dedicato una rilevante porzione del mio impegno di docente, gli studenti, credo autorizzati dal mio stile complessivo di insegnamento, hanno innumerevoli volte fatto un passo oltre, passando da richieste contingenti (programmi, bibliografia, ecc.) a richieste chiaramente relative all'economia generale della loro esistenza. Stabilivano un legame tra i loro problemi e il mio modo di insegnare, il quale effettivamente manifestava ogni volta una priorità diciamo "etica" nel tentativo di interpretare almeno qualcuna delle loro reali esigenze.
Ciò ha alzato il livello di difficoltà della mia pratica di docente, mi ha messo di fronte a responsabilità decisamente maggiori e mi ha procurato anche non pochi imbarazzi. Qui far filosofia non voleva più dire, semplicemente, far apprendere i filosofi e le loro idee. D'altronde non credo che esista un insegnamento filosofico che non sia anche una pratica della filosofia. quando mi si chiede a cosa serve la filosofia, mi viene da rispondere che la filosofia non serve a nulla, ma questa risposta paradossale significa per me: serve a mettere in crisi l'idea corrente di "uso" poichè essa contiene un compito decisamente più impegnativo. Derrida ha parlato di "professione" nel senso pieno e originario del termine, e io mi trovo d'accordo con lui (rimando al volume che ho scritto appunto con Derrida, L'università senza condizione, Cortina, Milano 2001). Il far filosofia ha sempre a che fare con un compito incondizionato.
3. A un certo punto, qualche anno fa, ho cominciato a riflettere seriamente sulla nozione di gioco. Non è propriamente una nozione, è piuttosto un'esperienza; soprattutto non è una nozione filosofica ma non è neppure un'esperienza che può essere ridotta a una parte di quel tutto che possiamo chiamare esperienza filosofica. Il gioco non solo taglia la filosofia creando qualche segmento di sovrapposizione (pensiamo, per esempio, a Nietzsche), isolabile e studiabile, ma attraversa da parte a parte la pratica filosofica. Può attraversarla, se guardiamo la filosofia con un certo occhio e con un certo stile. Oppure può restarle del tutto estranea. Si tratta di scegliere non una filosofia, o alcuni pensieri, ma un modo per entrare nella filosofia. Un modo che ha di mira la produzione di spazio per pensare e che introduce una distanza nei confronti di tutti gli aspetti della disciplinarità: dai suoi oggetti ma anche nella stessa operazione soggettiva.
Ho tenuto corsi e scritto saggi sul gioco (fino al recentissimo La scuola dei giochi, Bompiani, Milano 2005, in collaborazione con Davide Zoletto) e ne traggo la convinzione, tra l'altro, che la cosiddetta consulenza filosofica deve mettere in questione proprio la filosofia e fare delle scelte. Una volta che concordiamo sul carattere pratico e sul programma della "saggezza", ci troviamo però ancora di fronte all'interrogativo: quale filosofia? Il problema non è quello di scegliere degli autori, che so, Hegel piuttosto che Schopenhauer, tanto meno di contrabbandare, velandola, l'auctoritas stessa del corpus filosofico riconosciuto. Questo naturalmente accade ma sta a noi limitarne gli effetti negativi (o criptodirettivi), senza però affrettarsi dall'altra parte, ovvero nel territorio di un banale buon senso. La questione è molto delicata e non va da sé. In essa è ben presente il rischio di un'edulcorazione, di una semplificazione, perfino di un bric-à-brac sincretico esposto alla peggiore divulgazione.
4. Riconsiderare la filosofia come stile di vita, dovrebbe essere questa la premessa. Ma si tratta di mettersi di traverso nei confronti del trend filosofico dominante che seguita a marciare nella direzione opposta, forte di un potere accademico sempre più controllato e di un sapere la cui verità si misura esclusivamente con i supposti criteri della scientificità. Questo potere-sapere ritiene che iniziative come la consulenza filosofica siano poco più che dilettantismo ingenuo e ne attende l'estinzione a breve termine. » dunque urgente mettere in campo strumenti in grado di reggere lo scontro, ma al tempo stesso è anche necessario creare luoghi di riflessione, accogliere in questa esperienza il massimo di pensosità. La proposta di esercitare questa pensosità in direzione dell'esperienza del gioco permetterebbe forse di evitare l'equivoco di sostituire lo stile di vita con alcuni contenuti di saggezza o di felicità. Il gioco è bifronte, attivo e passivo, slegante e insieme legante. Comporta, come stile di vita, un'esperienza di de-realizzazione cui decisamente non siamo abituati. Se assomigliasse a un nastro di Moebius, piacere e rischio sarebbero le due facce che di continuo si alternano nell'unica striscia. Bisognerà pur dire che il far filosofia è un mettersi a repentaglio, un indebolimento delle difese abituali (che vanno puntualmente a coincidere con i "valori" dominanti). Ma sarà anche il caso di mostrare come il disagio - la molla di tutto quanto - ha a che fare essenzialmente con una paralisi della mobilità che deriva dall'incapsulamento nelle nostre difese standard. In realtà abbiamo disimparato a "giocare" la nostra vita poichè le pratiche quotidiane ormai pensano per noi e ci sottraggono ogni spazio di gioco.
|
|
|
|