Direttore responsabile:
Alberto Peretti
Direttore editoriale:
Stefania Contesini
2
 
• Redazionale
• Il lavoro felice
di A.Peretti   
• La produzione del senso        nelle organizzazioni
di S.Contesini   
• Propedeutica ad
       un'educazione  senti-       mentale di adolescenti        ed adulti
di E.Zamarchi   
• Etica nelle organizza-       zioni di lavoro: una        filosofia della libera-       zione.
di M.Gattiglia  
Numeri Precedenti
Contattaci
   

Etica nelle organizzazioni di lavoro:
una filosofia della liberazione.

di Mario Gattiglia

L'autore dell'articolo, dopo anni di applicazione della riflessione etica nel mondo del lavoro, racconta le proprie intenzioni e le proprie ipotesi di lavoro per un suo uso più "ingaggiato", maggiormente legato ai reali problemi delle persone e delle organizzazioni.
Parole chiave: etica/metaetica, persona/sistema, liberazione.


Presentazione.
Al liceo la filosofia nutrì il mio cuore sognante (i filosofi rimangono sognatori per sempre?). La vita mi ha poi dato una laurea in materie socioeconomiche e da vent'anni mi occupo di cosa fanno e come funzionano le organizzazioni.
Tuttavia ho continuato a leggere i filosofi, e alcuni anni fa ho cominciato a chiedermi se gli approcci di certuni non potessero essere utili per il mio mestiere. In fondo, si trattava di operare uno slittamento di dominio: cogliere un'illuminazione o un intero sistema di analisi proposti per una certa area della filosofia e riportarli nella dimensione organizzativa (che poi non è altro che un villaggio dove c'è tanta gente che sta assieme, un tipico terreno di coltura della filosofia). Una sorta di "traduzione", per vedere l'effetto che fa.
Spesso l'effetto si è rivelato efficacissimo.
In questi anni, ho quasi completamente abbandonato i metodi tradizionali dell'economia aziendale, mentre continuo ad usare parzialmente quelli della sociologia e della psicologia del lavoro. Ma la maggior parte del mio lavoro poggia sull'epistemologia e sull'etica. In questo breve contributo vorrei proporvi alcune riflessioni che riguardano l'etica applicata al mondo del lavoro e che si possono sintetizzare così:
1.
Una distinzione importante e assai nota è tra etica e metaetica.
La mia domanda è: quale filosofia morale deve essere collegata alla riflessione sull'organizzazione? L'etica in senso stretto o la metaetica? Nelle organizzazioni abbiamo usato finora approcci metaetici. Ho il dubbio che sia stato un atteggiamento di comodo, un po' intellettuale, un po' "pilatesco". Credo che sia il momento di parlare di etica in senso stretto. Di assumere con responsabilità precise posizioni etiche. Di avanzare con coraggio alcune proposte etiche per il mondo del lavoro.
2.
Qui si apre però una questione che è stata sempre fonte di ricco dibattito tra me e Alberto Peretti: di quale filosofia, di quale etica stiamo parlando?
Peretti dice che la filosofia deve essere "incarnata", vicina alla persona. E così lavora, ad esempio, con il counseling. Io credo che abbia ragione, ma contemporaneamente sento dentro di me l'aspirazione a qualcosa di più ampio e sistemico.
3.
Sia la questione della distinzione tra etica e metaetica, sia la questione di un approccio più rivolto alla persona o più rivolto al sistema, sono probabilmente la stessa questione. In questo articolo, la ricerca di una prima sintesi sta in questo: la scelta su un approccio non può stare in piedi senza la scelta sull'altro.


Etica o metaetica?
La distinzione tra etica e metaetica è assai nota, anche se la terminologia è arbitraria (ad esempio, qualcuno distingue tra morale e etica). In ogni caso, intendo dire che quando la gente usa parole come "etica" o "morale" può riferirsi ad uno specifico sistema di idee (l'etica o morale cattolica, l'etica calvinista, l'etica laica, ecc.), oppure a quella disciplina filosofico-accademica che studia le diverse etiche o morali.
La metaetica è assai utile per il lavoro nelle organizzazioni perché è il luogo ove si riflette sulle morali senza essere moralisti, dove si prova a sviluppare in un'organizzazione la capacità di dialogare tra portatori di morali diverse senza mandarsi al diavolo, la capacità di riflettere sulla propria morale individuale diventando consapevole dei propri pregiudizi, ecc.
Questo punto è molto importante. Nella nostra attività di "consulenti aziendali etici", Peretti ed io abbiamo usato la metaetica. In un passaggio degli strumenti di lavoro per la Carta etica dell'ASL 18 di Alba e Bra dicevamo: "vogliamo essere eticisti, non moralisti" (scegliemmo di non usare la parola "metaetica" solo perché troppo ingombrante). Grazie a questo approccio "neutrale" siamo stati accolti ed ascoltati, abbiamo costruito diversi gruppi di lavoro e facilitato il dialogo.
Qui sta il primo punto fondamentale di ciò che voglio dire oggi: a distanza di molti anni da quella frase, e dopo molte, molte ore passate a dialogare con le persone nelle organizzazioni, io credo che sia giunto il momento di ingaggiarsi di più. Quella collocazione al di sopra delle parti è stata utile, ma oggi mi pare superata. Quel tentativo di dirsi scienziati e consulenti che facilitano il dialogo ma che non si schierano mai è troppo comodo. E in realtà nemmeno sostenibile.
Occorre ingaggiarsi. Nel mondo delle organizzazioni troppe persone chiedono aiuto e non lo ottengono. Noi le prendiamo per mano, le facciamo volare nel cielo della filosofia, le abbeveriamo alla dolcezza di una narrazione, per poi lasciarle quando il nostro corso finisce, quando i soldi per la nostra consulenza si estinguono? All'ASL Napoli 2, ad esempio, credo che sia accaduto proprio questo. Quella terra di sogni e speranze è pronta a darti tutta la sua fiducia. E ce la diede. In un anno e mezzo con circa 200 persone avviammo un processo di formazione e discussione che sembrava mutare le sorti dell'intera azienda. Ma quando le scelte della Direzione non seguirono le elaborazioni dei gruppi di lavoro, si vide tutto il limite della metaetica: nessuno di noi consulenti e formatori si era veramente ingaggiato nel cambiamento. Ci eravamo limitati a indicare la via del dialogo, a favorire la riflessione e la proposta. Li avevamo portati molto in alto. Ma più si va in alto, più ci si fa male, quando si cade.
Chiunque lavori con le persone non si può "chiamare fuori". La sua azione è ingaggiata anche se non lo vuole. La sua azione ha delle conseguenze di cui si deve assumere le responsabilità. Più che di metaetica, dobbiamo dunque parlare di un'etica della responsabilità.
E qui vi lascio a tutto l'enorme fiume di riflessioni su cui questa porta si apre. Un breve articolo non ha certo l'obiettivo né il respiro per affrontarlo; vorrei solo ricordare che di etica e affari si parla sempre di più. Negli ultimi due anni sul Sole 24 Ore non credo sia passata settimana senza che ci fosse almeno un articolo in merito alla responsabilità sociale d'impresa, al bilancio sociale, alle banche etiche, ai fondi etici, ai premi relativi a etica e impresa . Tutta questa ricchezza, questo fermento non possono essere lasciati al governo dei soli economisti (i quali sono sì, molto spesso, ingaggiati e schierati). I filosofi devono dire la loro (ma, per piacere, scendendo dalla torre!)
Questo porta inevitabilmente alla seconda parte della mia riflessione.


La persona o il sistema?
Dicevo nella presentazione: di quale filosofia, di quale etica ingaggiata stiamo parlando?
In sociologia si distingue tradizionalmente tra prospettiva dell'attore e prospettiva del sistema.
La prima mette al centro dell'analisi e delle proposte la persona.
Come dare torto a questa prospettiva? Mettere al centro la persona. Partire e tornare sempre alla sua umanità. Ma fino a che punto? Fino al punto di dimenticare che esiste un sistema? Fino al punto di "curare" la persona per adeguarla al sistema? Anche quando il sistema è inquinato e inquinante?
Ho già detto nell'introduzione che mi piace la prospettiva della filosofia "incarnata" che propugna Peretti. Intanto perché è un ottimo modo per scendere dalla torre. E poi perché in nome dei grandi sistemi sono stati eretti troppi roghi, troppi lager, troppi gulag. I grandi totalitarismi del Novecento sono sicuramente figli della disumanizzazione, della de-individualizzazione.
Eppure penso che senza un pensiero più ampio, che dalla persona risalga al sistema, nelle organizzazioni nulla cambi, e nessuno più narri di speranza e di futuro.


Probabilmente si tratta dello stesso problema.
I due aspetti precedenti sono inestricabilmente collegati. Sia la scelta di aumentare il peso della componente etica ingaggiata (nella coppia "etica - metaetica"), sia quella di aumentare il peso del sistema (nella coppia"persona - sistema"), sono tali che una scelta non può stare in piedi senza l'altra. Questo mi pare già abbastanza evidentemente di per sé, ma il mio piano di lavoro per il prossimo futuro è quello di impegnarmi per dimostrarlo: l'evidenza è un criterio efficace ma non sufficiente. Le linee di lavoro potranno essere tracciate su alcune direttive.
La prima consiste del ricordarsi che scegliere di entrare nella viva etica delle organizzazioni significa smettere di stare in superficie, scendere là dove i problemi sono più accaniti. Questo ti fa sbattere direttamente contro il sudore, l'odore, il dolore e l'esultanza di chi lavora nelle organizzazioni, delle persone vive e reali. Così la filosofia è assolutamente incarnata, ma a questo punto devi prendere posizione sul sistema.
La seconda linea di lavoro si fonda sul fatto che i problemi di sostenibilità sono analoghi. In entrambi i casi della coppia "persona - sistema" (come si vede non dimentico affatto l'importanza della filosofia incarnata) si deve operare una scelta coraggiosa che ci faccia spostare verso l'etica ingaggiata, lungo l'asse "etica - metaetica". Sia che avviamo interventi filosofici nelle organizzazioni di lavoro al livello della persona, sia che li avviamo a quello dell'organizzazione, se usiamo approcci "meta", rischiamo qualcosa che sempre di più considero importante e che riguarda la libertà del nostro agire di consulenti.
Nel primo caso, si rischia di operare scorrettamente adeguando la persona al sistema in un contesto di committenza aziendale. Mentre nel counseling individuale la committenza è spesso chiara e univoca (non ho detto sempre), nella consulenza organizzativa noi tipicamente lavoriamo con persone che sono diverse da quelle che ci pagano. Una consulenza etica ingaggiata nelle organizzazioni forse dovrebbe cambiare l'attuale sistema di committenza.
Nel secondo caso, quello degli approcci orientati all'organizzazione, con gli approcci "meta" si fanno cose che possono essere presentate bene ("abbiamo facilitato il dialogo", "abbiamo trovato nuovi filoni di motivazione del personale", abbiamo scritto un'importante carta etica che avvicina i cittadini all'istituzione", "abbiamo documentato in un bilancio sociale le cose che l'azienda fa e specialmente quelle che si impegna a fare") ma che rischiano di rimanere alla superficie dei problemi, lasciando intatti i nodi etici di fondo, i temi etici più scottanti in quell'organizzazione.
Queste considerazioni rimandano a mio avviso al grande tema del collegamento tra etica e ontologia. Un'etica ingaggiata nelle organizzazioni deve porre la questione della libertà tra i primi posti , ma così facendo non può non ricordare che la libertà è essenzialmente liberazione.
L'etica ha una bella sfida davanti: portare liberazione nel mondo del lavoro.