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Propedeutica ad un'educazione sentimentale
di adolescenti ed adulti

I parte
L'esperienza del limite

di Elisabetta Zamarchi

L'articolo propone una prima traccia propedeutica all'educazione sentimentale di adulti ed adolescenti, attraverso la consulenza filosofica. Una delle malattie dell'anima più frequenti nella contemporaneità, comune ai più giovani e ai meno giovani, è l'incapacità di dar forma al proprio sentire in relazione agli eventi della vita, agli incontri quotidiani con gli altri e con le cose che costituiscono il nostro mondo. Le parole chiave appaiono nei sottotitoli: sentire del cuore; adolescenza come età simbolica di apprendistato al cambiamento; tempo e desiderio tra l'immaginario dell'illimitato e l'incontro/scontro con la realtà del limite.

Il sentire del cuore
<<Non è guardando me stesso che mi incontro, ma incontrando le cose che scopro starmi a cuore. E' solo in questo modo che conosco dove sta il mio cuore. E' nel sentire il valore relativo delle cose che ciascuno incontra se stesso.>> (R. De Monticelli, 2004, p.64)
Questo incipit è per me un'indicazione di metodo nella ricerca teorica che affianca la pratica di consulenza filosofica, forma di terapia dell'anima che richiede sia al consulente che al consultante di attivare un'attenzione particolare sul sentire del cuore.
L'esperienza soggettiva di sé si costruisce, infatti, nella scoperta progressiva dei sentimenti che caratterizzano il nostro incontro col mondo, con le cose e con gli altri; è grazie a <<l'ordine del cuore>> (R. De Monticelli, 2003), a quel <<sapere dell'anima>> (M. Zambrano,1996) sempre ignorato dal razionalismo della filosofia, che, di passaggio in passaggio, prende forma la fisionomia singolare ed unica di ogni individualità, modellata dal succedersi di mutamenti appena percettibili o dall'insorgere di bruschi sconvolgimenti che modificano la nostra disposizione interiore verso la realtà.
La percezione del tempo, il grado di estensione che l'orizzonte temporale assume nel vissuto di ognuno con il diverso sentimento del passato, del presente e del futuro; la forza o la caduta del desiderio e, tra gli affetti, la gioia e la tristezza; la speranza e la paura sono gli indicatori che connotano il nostro modo di viverci e di vivere. Non certo gli unici, ma i più immediati per far comprendere ad altri non chi si è ma dove si sta e come ci si sente.
Quando accade di essere costretti a reinterrogare la propria vita e a riguardare l'ordito confuso delle tante scelte nella disperata ricerca di un principio d'ordine, spesso si è travolti da dissesti emotivi che chiudono la progettualità, lasciandoci senza desideri ed in balia di una tristezza che vela ogni gesto quotidiano, vanificando le azioni ed allontanando il volto degli altri. Quando nei passaggi critici dell'esistenza il tempo si frantuma ed il desiderio si annienta, il sentire del cuore si fa appannato e confuso, non costituisce più un ponte per comprendere la nostra ricezione intima del mondo esterno ma diviene uno schermo opaco che si frappone tra noi e la realtà, falsandone la percezione.
A quel punto ripristinare la capacità di assenso emotivo al reale diviene un'urgenza affinché la crisi non si trasformi in chiusura statica e la tristezza in quell'umore depressivo che sottrae progressivamente valore alle cose.<< La gioia - scrive Simone Weil nei Quaderni - non è altro che il sentimento della realtà. La tristezza altro non è che l'indebolimento o la scomparsa di quel sentimento. I pazzi non sono gioiosi. Quando si è tristi a lungo e in modo continuo, si diventa un po' pazzi...>>. (S. Weil, 1982, p. 117). E poiché si tratta di ricomporre la propria vita come un'opera d'arte sono necessarie almeno due competenze: l'umiltà e la capacità di attraversare il cambiamento. Mettere a nudo la propria vita per riattraversarla in tutti i suoi vissuti implica l'umiltà di saper cercare tra le contraddizioni per cogliere i vuoti sorti dall'evitamento dei conflitti, dalla tendenza alla razionalizzazione o dalla pratica continua di nascondimento dei propri lati umbratili.
Quanto alla seconda competenza possiamo apprendere molto dall'età dell'oro, l'età mitica dell'adolescenza. Questa fulgida definizione, che costituisce il titolo di un famoso testo di Anna Fabbrini e Alberto Melucci, è radicata nell'immaginario collettivo ma non so quanto realmente appartenga al vissuto individuale degli adolescenti di oggi e di ieri. L'adolescenza è spesso tutt'altro che dorata, infatti è lo spazio/tempo in cui, per la prima volta, si assiste ad un mutamento totale dell'ordine interno ed esterno preesistente, ad un cambiamento catastrofico <<caratterizzato da una discontinuità dovuta ad un salto di piano percettivo, da una trasformazione dello sguardo che la persona è in grado di portare sulla propria esistenza (...) L'ambivalenza fondamentale è riferibile all'accettazione o meno di questa nuova qualità di testimone di sé e della conseguente prospettiva che si apre anche sui rapporti affettivi, sui legami fondamentali.
(...) Elevare il proprio sguardo fino al punto di diventare testimoni di sé si realizza paradossalmente attraverso il movimento contrario e complementare di abbassarsi per entrare nella vita >>. (Fabbrini, Melucci, 1992, p.34/38)

L'adolescenza, età simbolica di apprendistato al cambiamento
Nell'iter esistenziale l'adolescenza rappresenta un passaggio di confine, poiché ha come sua cifra peculiare la novità di questa diversa qualità dello sguardo che richiede lo sviluppo della competenza ad affrontare il cambiamento, a gestire il rapporto tra rottura e continuità nella percezione di sé. E' un età della vita in cui si è costretti ad apprendere quella sorta di abilità al transito (Fabbrini Melucci, p.29) che però permane come un requisito indispensabile nel corso dell'intera esistenza adulta, perché la capacità di crescere consiste nel continuo apprendistato a reggere ed accogliere i mutamenti e a sperimentare la perdita dell'idea totale ed unitaria della propria persona. Gli adolescenti, che necessariamente devono patire la difficoltà e la velocità delle trasformazioni, offrono quindi agli adulti un punto di osservazione e di interrogazione della loro capacità di essere testimoni di se stessi nella discesa a cui anch'essi sono costretti da un diverso passaggio epocale, quello della mezza età. » quasi naturale, infatti, che questo particolare incontro generazionale avvenga nel momento in cui la stessa vita adulta attraversa una crisi, una delicata fase di transizione: <<La mezza età è un periodo in cui spesso le persone sono scardinate e perdono l'equilibrio nel loro mondo psicologico e la sicurezza nel sociale. Fanno cambiamenti radicali di ogni tipo, si sradicano, si muovono e vagano senza riposo cercando qualcosa, ma cosa? I versi dell'inferno di Dante (nel mezzo del cammin di nostra vita...) offrono l'immagine dello stato della mente delle persone di mezza età che entrano in una zona che sembra oscura, non definita e solitaria. Per molti è veramente una lunga notte buia dell'anima, una discesa in ambiti emozionali e di esperienza del tutto inaspettati e non richiesti. Uno dei più intensi e sorprendenti aspetti di questa fase è quella che io chiamo esperienza della liminarità. Questa esperienza è una componente basilare di tutti i periodi di transizione nella vita ed il suo potente manifestarsi nell'età di mezzo connota questo periodo come fortemente transizionale>>. (Murray Stern, 1983, pp. 23/25) Se l'adolescente ha bisogno di incontrare non tanto le certezze e le parole dell'adulto quanto il suo saper essere, la sua capacità di porsi e di fare, l'adulto, genitore o insegnante che sia, può riscoprire nel confronto con l'adolescenza dei propri figli o studenti l'importanza di saper transitare da una fase ad un'altra dell'esistenza, assumendo i mutamenti del corpo, i dissesti emozionali ed i vissuti di perdita che connotano questo passaggio di vita come i rischi del discendere, dell'abbassarsi per crescere.
Vent'anni di convivenza quotidiana con i giovanissimi mi hanno convinta che la vita è un esercizio vitale che però non avviene di per sé; di per sé scivolano solo i giorni che si affastellano dietro, spesso inavvertiti: l'esercizio vitale della vita consiste nel paziente lavoro di integrare i tanti mutamenti senza eludere o elidere nessun vissuto del cuore.

Il tempo e il desiderio: dall'illimitato all'incontro con il limite
Il primo vissuto mutevole da interrogare è la percezione del tempo: finché non si è consapevoli di abitare un corpo il tempo è un eterno presente, l'apertura di ogni possibilità. Dalla vertigine della caduta, che accade con l'aprirsi dello sguardo verticale su di sé nell'adolescenza e con l'assunzione della propria corporeità sessuata, fino al terribile sentore di non avere più tempo che appartiene alla vecchiaia o alle esperienze liminari della vita, il tempo è un rimosso o un'ossessione.
<<Il tempo - scrive Maria Zambrano - rappresenta la possibilità di vivere umanamente: la possibilità di vivere. Giacché il vivere non è lo stesso che la vita. La vita è data, ma è un dono che esige da chi lo riceve l'obbligo di viverla, e dall'uomo in particolar modo. Vivere umanamente è un'azione, e non un semplice passare per la vita e attraverso di essa. (...) Soltanto quando l'uomo accetta integralmente il proprio essere comincia a vivere interamente...(e) manifesta in modo evidente l'esistenza in lui di ciò che si è chiamato libertà. La possiede non già quando si è svegliato, ma proprio svegliandosi. » la libertà a far sì che si svegli. Svegliarsi per l'uomo significa svegliarsi con il proprio essere nella realtà e dinanzi a essa. (...) Poiché la realtà è innanzi tutto il luogo dove tutti gli esseri s'incontrano perché si scoprono facendovi il loro ingresso. Il luogo che mette inesorabilmente gli esseri allo scoperto. E la realtà, frammentaria e interminabile, si manifesta con il tempo, nel tempo>>. (M. Zambrano, 2002, pp. 61/63)
Questa visione del tempo come dimensione di svelamento della realtà sembra stridere con la definizione che ne dà Simone Weil: <<Il tempo propriamente non esiste (se non il presente come limite), e tuttavia noi siamo sottomessi ad esso. Tale è la nostra condizione. Noi siamo sottomessi a ciò che non esiste. Si tratta della durata sofferta passivamente - dolore fisico, attesa, rimpianto, rimorso, paura - o del tempo regolato - ordine, metodo, necessità - in ambedue i casi, ciò a cui siamo sottomessi non esiste. Ma la nostra sottomissione esiste. Realmente legati da catene irreali. Il tempo, irreale, vela ogni cosa e noi stessi di irrealtà>> (S. Weil, Quaderni, 1982, p.295). La contraddizione tuttavia è soltanto apparente perché Zambrano e Weil mostrano entrambe il pesante significato della sottomissione al tempo: il dolore del tempo, la sua durata sofferta è il senso del limite.
Solo nella forma del limite le catene irreali appaiono concretamente: il poter essere, il divenire s'imbattono e a volte s'incagliano nella durezza di alcune prove, nella necessità dell'azione, nella fatticità del reale che tutti i giorni incontriamo sotto forma di relazioni complesse, di compiti noiosi, di ostacoli pesanti, della ripetizione dell'identico. E solo nell'accettazione della realtà come luogo dell'incontro, ove ognuno è costretto a venire allo scoperto incontrando il limite che l'altro è, si inizia, secondo Maria Zambrano a vivere interamente.
Il tempo si esperisce interiormente nella memoria, nell'attenzione e nella progettualità. Banalmente si potrebbe dire che ai più giovani appartenga la dimensione del futuro, cioè l'orizzonte della progettualità; all'opposto, che i vecchi stiano attaccati al territorio della memoria, che vivano dell'ingombro o della nostalgia del passato. Ma se è vero che i giovani sono orientati al futuro come apertura a qualsiasi possibilità, è altrettanto vero che la cultura contemporanea ha assunto la temporalità degli adolescenti a modello dinamico del vivere: <<essere giovani non è più solo una condizione biologica ma diventa in modo prioritario una definizione culturale (...) essere giovani sembra implicare pienezza opposta al vuoto, dilatazione del possibile, saturazione della presenza>>. (A. Fabbrini, A. Melucci, p.69)
Questa dilatazione del possibile contiene però il pericolo che le esperienze si risolvano solo in proiezioni immaginarie senza mai alcun radicamento nello spazio e che ogni riscontro negativo, ogni azione senza successo rifluisca pesantemente sul sentimento di realtà, perché tristezza e paura si frappongono come schermi tra il mondo e noi, facendo perdere di vista l'origine del fallimento che viene imputato solo all'indifferenza ostile degli altri o all'accanimento del destino. Se tale rischio è immediato e sempre presente nelle vite degli adolescenti oggi, tuttavia l'uniformità del modello culturale schiaccia in un presente pieno di attese da colmare nell'hic et nunc ma vuoto di progetti anche gli adulti in transito.
La cultura della dilatazione del possibile, del tempo come un illimitato denso di possibilità, si fonda sull'ambiguità della natura del desiderio che Simone Weil aveva pienamente colto: <<Noi cerchiamo tutto ciò che accresce il nostro potere; ma il potere è solo un mezzo. Noi amiamo le cose per noi. Ma non troviamo soddisfazione in noi. Il desiderio ci fa uscire continuamente da noi>>. (S. Weil, 1988, p.190). Il desiderio è energia dell'io, dall'io si origina e per il bene dell'io agisce. Il paradosso non sta nella tensione desiderante ma nell'inganno ad essa sotteso: ognuno desidera per se stesso tutto il bene possibile, assumendosi come fine del proprio agire, ma nessuno in realtà si satura di sé, nessuno costituisce un fine per se stesso. L'individuo usa il desiderio come energia centripeta perché è così carico di sé che non intravede altro centro possibile per l'orientamento del suo desiderio d'illimitato.
Se tali considerazioni si calano nella contemporaneità della società globale, che si regge sulla proliferazione del desiderio, ci si accorge come la tensione illimitata dell'energia desiderante venga oggi utilizzata per l'induzione di sempre nuovi bisogni, dato che nella società del consumo la realizzazione di sé è concepita solo attraverso l'appagamento e la sazietà. Tanto che gli insuccessi del desiderio si trasformano in sfiducia nelle proprie possibilità e in cadute di progettualità e modificano la geometria interna degli affetti perché la sfiducia è sempre fonte di ansia, e la frustrazione genera risentimento, triste rancore.
Se la percezione del tempo e il regime del desiderio non incontrano il limite, non fanno ingresso nel mondo reale che è il mondo in cui altri esistono con me, allora l'ordine del cuore muta: <<ciò che di una passione fa il segreto di una vita feconda o felice, e di un'altra passione l'inizio di un inaridimento del sentire e della sua grande sostituzione con una cieca o almeno molto miope routine delle tendenze, è, in ultima analisi, la circostanza che questa passione sia o non sia integrabile in un sentire capace di (accresciuta) verità assiologica. In ultima analisi è la realtà, con le esigenze che pone, che decide del destino, diciamo così, della nostra anima>>. (R. De Monticelli, 2003, p.156)


Per approfondire

R. De Monticelli, <<L'ordine del cuore>>, Garzanti, Milano 2003. L'autrice è docente di Filosofia della persona presso la Facoltà di filosofia dell'università Vita -Salute San Raffaele di Milano e all'Università di Ginevra. Partendo dal <sentire>, dagli umori, gli stati d'animo, le passioni, l'autrice delinea una nuova fenomenologia della persona, che ha come scopo il fondamento di una nuova etica, basata sull' <ordine del cuore>

R. de Monticelli, <<L'allegria della mente>>, Paravia Bruno Mondadori Editori, Milano 2004.. In questo testo, seguendo le Confessioni di Agostino, l'autrice propone un particolare percorso di ricerca di conoscenza che chiunque può intraprendere.

M. Zambrano, <<Verso un sapere dell'anima>>, Raffaello Cortina Editore, Milano 1996.
Filosofa spagnola allieva di Miguel Ortega y Gasset, vissuta a lungo in esilio durante il regime franchista: la sua ricerca teorica si snoda tra filosofia e poesia per liberare la riflessione filosofica dalle limitazioni del razionalismo occidentale. Il <sapere dell'anima>, nel linguaggio di Zambrano, è un sapere polivalente e sottile, vicino al sentire della vita e al pulsare del cuore.

M. Zambrano, <<Il sogno creatore>>, Paravia Bruno Mondadori Editori, Milano 2002. Questo testo, scritto nel 1965, mostra come il sogno sia un'attività creatrice che disvela <tutte le maschere della vita cosciente>.

A. Fabbrini, A. Melucci, <<L'età dell'oro. Adolescenti tra sogno ed esperienza>>, Feltrinelli, Milano 1992. Si tratta di un testo ormai famoso, una pietra miliare nella lettura dei mutamenti di un'età che, per le sue caratteristiche, non passa mai, ma i cui vissuti problematici e i cui riti di passaggio si ripropongono in varie fasi della vita adulta.

M. Stern, << In Midlife. A Jungian Perspective>>, Spring Publications, Dallas 1983.
Noto analista junghiano americano, Murray Stern propone una lettura della transizione della mezza età come soglia liminare, come vissuto problematico di passaggio attraverso una rivisitazione, che non compare nell'articolo per motivi di spazio, del canto XXIV dell'Iliade, ove si narra il triste viaggio di Priamo, da Troia al campo degli Achei, per chiedere ad Achille la restituzione del cadavere di Ettore. Nel viaggio, da un noto ad un territorio ignoto ed ostile, Priamo è accompagnato da Ermes, il dio psicopompo. (traduzione in corpore di Edda Foggini).

S. Weil,<< Quaderni>,vol. I, Adelphi Edizioni, Milano 1982; vol. III, Adelphi Edizioni, Milano 1988. Nata nel 1909 e morta nel 1943, Simone Weil è, con Hannah Arendt, Maria Zambrano ed Edith Stein una delle grandi filosofe del novecento. I Quaderni, sedici in tutto, scritti tra l'inizio del 1941 e l'ottobre del 1942, (pubblicati da Adelphi in quattro volumi) contengono in una massa disseminata di frammenti tutte le riflessioni filosofiche e sociali degli anni precedenti, in cui la Weil rivisitò tutta la povertà della filosofia, della scienza, della religione e della politica di fronte agli eventi terribili dell'inizio del XX secolo.