| Gli explicit, forse per il malinconico sentore di finitudine rilasciato dalle parole con cui un testo si congeda, godono di minore attenzione rispetto agli incipit, seducenti per la vitale baldanza delle parole d'esordio. Eppure sono spesso abbaglianti. E' il caso delle parole finali de La scienza come professione di Max Weber: <<ci metteremo al nostro lavoro ed adempiremo al "compito quotidiano" - nella nostra qualità di uomini e nella nostra attività professionale. Ciò è semplice e facile, quando ognuno abbia trovato e segua il demone che tiene i fili della sua vita>>. Trovare e seguire il demone, il daimon. Chi è il daimon? Figura ambigua, sovente confusa con l'angelo della tradizione cristiana, è un essere del mondo intermedio. Per alcuni (Platone) è il custode e la |
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guida della nostra anima verso la sorte che l'anima stessa si è scelta, per altri (Plotino) è la facoltà stessa dell'anima, la sua inesauribile vita. I greci chiamavano la felicità
eudaimonia. Il nome fa esplicito riferimento al
buon demone che governa la nostra vita. L'
eudaimonia è quindi un consentire al nostro demone, a quel demone che regge i fili che ci fanno essere ciò che davvero siamo. Non è uno stato d'animo passeggero, non è una passione travolgente, un'improvvisa emozione e tanto meno una semplice soddisfazione dei sensi. Non è una
happiness, uno "stare bene", uno stato interiore più o meno transitorio. Piuttosto, l'
eudaimonia è una condizione di vita che può essere paragonata a una
fioritura, un benessere esistenziale, un modo d'essere che implica, come suggerisce Aristotele, un'attività, un divenire, un fare di sé qualcosa di compiuto.
Felicità è compiutezza e completezza insieme, è sentirsi vivi, "pienamente" vivi, è <<il potere - scrive Roberta De Monticelli - di risvegliare in noi una
possibilità d'essere che è essenzialmente
nostra, di attivare in noi un più profondo
consenso all'essere e anche a ciò che siamo>> (De Monticelli, 2003, p.290) Siamo quindi felici quando pieni, ricchi di noi, possiamo liberamente sbocciare (e far sbocciare gli altri) al mondo, dando a noi stessi la possibilità di essere, rivelandoci a noi stessi e agli altri per ciò che siamo. Quando possiamo
sgomitolarci, per donarci alla vita.
La felicità è <<una condizione oggettiva>> (De Monticelli, 2003, p.290). Condizione oggettiva forse nel senso che è un accordo tra un essere e la sua condizione d'esistenza, specifica situazione (interna ed esterna, psicologica e sociale) che permette all'individuo di consentire a sé stesso e che gli consente la piena
rivelazione di sé. La felicità, potremmo dire, è uno stare in una condizione di
doppio consenso: di permesso concesso al nostro desiderio di
manifestarci e di assenso a ciò che dentro di noi, senza posa, vuole vedere la luce. Un doppio sì alla vita che ci abita. Ma in che cosa concretamente consiste questa duplice condizione di felicità? E in quanto oggettiva possiamo darle un nome? E può costituire una condizione di benessere e di felicità anche sul lavoro?
Alla rivelazione di sé, e alle condizioni che socialmente la consentono, ha dedicato pagine definitive Hannah Arendt. Rivelarci significa mostrarci, a noi stessi e agli altri, per
chi siamo. Rivelandosi <<gli uomini mostrano chi sono, rivelano attivamente l'unicità della loro identità personale, e fanno così la loro apparizione nel mondo umano>> (Arendt, 1997 p.130).
Ma come possiamo far apparire la nostra identità? Ciò ci è possibile solo attraverso l'
agire e il
discorso. Occorre seppur sommariamente esaminare questi due concetti capitali. <<Discorso e azione sono le modalità in cui gli esseri umani appaiono gli uni agli altri non come oggetti fisici, ma
in quanto uomini>> (idem, p.128). L'azione e il discorso sono i momenti attraverso cui gli esseri umani, ciascuno nella sua unicità e novità, si inseriscono "nel mondo umano". Con l'
agire, che non è un semplice
fare o
produrre, l'essere umano dà espressione a quell'impulso umanissimo a continuamente rinascere, a dar vita al nuovo; con esso consente a <<prendere un'iniziativa>>, si impegna a <<mettere in movimento qualcosa>>, a fare accadere qualcosa di inatteso o improbabile. Con il
discorso, che non è vana <<
chiacchiera>>, la persona si identifica, rivela agli altri la sua azione, la qualifica, ne definisce e condivide il senso e il progetto, fa partecipare gli altri di sé e del suo agire.
Le azioni e i discorsi, nel loro intrecciarsi e sovrapporsi, rivelano il
chi agisce e parla, consentono al suo
daimon, impediscono che l'atto venga
espropriato dell'
agente, del
chi agisce. Agente che nelle normali attività produttive viene messo sovente a tacere dall'arroganza ingombrante dello scopo e dalla preponderanza del prodotto da realizzare o del fine da raggiungere.
L'azione e il discorso permettono la costruzione di uno spazio relazionale umano, dove gli uomini <<agiscono e parlano direttamente gli uni
agli altri>> (idem, p.133) e non
sopra o
attraverso gli altri. Reciprocamente rivelandosi. Uno
spazio relazionale apparentemente effimero e privo di durevoli tracce. Si badi: uno spazio composto da un intreccio relazionale fatto di impalpabili contatti interpersonali che non dimentica l'esistenza di un universo "mondano", fatto di oggetti, interessi, prodotti, logiche strumentali e utilitaristiche, ma che ad esso aspira costantemente a
sovrapporsi.
Per favorire l'azione e il discorso tra gli uomini, i greci "concepirono" la
polis. Elaborarono cioè l'idea di uno spazio relazionale emergente dall'intrecciarsi di azioni e discorsi, <<l'organizzazione delle persone così come scaturisce dal loro agire e parlare insieme" [.] lo spazio dove appaio agli altri come gli altri appaiono a me, dove gli uomini non si limitano a esistere come le altre cose viventi o inanimate ma fanno la loro esplicita apparizione>> (idem, p.145). Spazio particolare, quello della
polis, nel quale non possono vivere <<lo schiavo, lo straniero e il barbaro nell'antichità, l'operaio o l'artigiano prima dell'età moderna, l'impiegato e l'uomo d'affari nel nostro mondo>> (idem, p.146). Schiavo è per Aristotele colui che, reso oggetto di proprietà e trattato da semplice strumento, è anche <<separato>>. Separato da chi? Separato da che cosa? Da sé e dagli altri! Schiavi, quindi esclusi dalla
polis, sono tutti coloro che non si rivelano o a cui non è concesso di rivelarsi. Stranieri, estranei a sé e agli altri. Schiavi sono coloro che non apparendo, o non in grado di manifestarsi, si limitano ad essere ingranaggi dei processi produttivi propri dello spazio "mondano", in cui l'utilità e l'utilizzabilità sono poste come criteri unici e assoluti, a totale scapito dello spazio relazionale. Fatti oggetto di una violenza arrogante che inibisce e ammutolisce, che <<non consiste tanto nel ferire e nell'annientare, quanto nell'interrompere la continuità delle persone, nel far loro recitare delle parti nelle quali non si ritrovano più, nel far loro mancare, non solo a degli impegni, ma alla loro stessa sostanza, nel far compiere degli atti che finiscono con il distruggere ogni possibilità di atto>> (Lévinas, 1980, p.20). Malinconica considerazione. Che dipinge però una condizione lavorativa non ineluttabile.
Applichiamo quanto esposto finora all'attuale dimensione lavorativa. Possiamo dire che l'
azione e il
discorso rappresentano la duplice condizione di felicità cui avevamo prima fatto cenno. Rappresentano cioè la condizione eudaimonica di doppio consenso che permette all'uomo di rivelarsi sul lavoro nella sua identità personale, unicità e relazionalità, cioè come
persona.
Propongo qualche definizione, semplicemente per maneggiare meglio i concetti. Definisco "persona" colui che, tra l'altro, è,
felicemente, nella condizione di poter "agire e discorrere", cioè nella possibilità di
mettersi di continuo al mondo manifestandosi, consapevolmente rivelandosi a sé e agli altri
attraverso l'azione e il discorso. "Condizione eudaimonica" è la condizione, individuale e collettiva, personale e organizzativa, che permette a coloro che lavorano non solo di essere pienamente ciò che sono, ma che consente alle possibilità del loro essere, alla loro realizzazione in quanto
persone. L'
eudaimonia lavorativa è quindi la condizione appropriata all'apparire della persona sul lavoro, alle possibilità di una sua azione e di un suo discorso. Essere lavorativamente
felici significa stare nella duplice condizione eudaimonica: nella condizione di compiere
azioni, dando così nuova e continua nascita a ciò che siamo, e nella possibilità di agire
comunicativamente, rivelando a noi e a coloro che ci circondano la nostra identità e il senso del nostro fare. Utopia o cosa possibile? E in che cosa concretamente possono consistere l'azione e il discorso, quando applicati alla dimensione lavorativa?
L'azione (intesa come movimento di continua rinascita), è traducibile in termini organizzativi come innovazione, iniziativa personale, crescita, apprendimento continuo, creatività, sperimentazione, diffusione delle buone prassi.
Il discorso (inteso come momento rivelativo) comprende lo sterminato continente della comunicazione interpersonale e interfunzionale, i momenti di ascolto, confronto, dialogo, le variegate forme espressive e i diversi atti comunicativi che rendono possibili la rielaborazione soggettiva del gesto lavorativo, il dar senso all'agire, la condivisione, il ricordo personale, la memoria collettiva.
Come permettere quindi a chi lavora di raggiungere una soglia accettabile di felicità e di benessere lavorativo? Mettendolo nelle condizioni di trasformare il suo dire in
agire e il suo fare in
discorso. O, se si preferisce, permettendogli di
agire nel suo dire e di
rivelarsi discorsivamente nel suo fare. Mi spiego.
Trasformare il dire in
agire - Permettere l'
agire nel dire.
Significa rendere le comunicazioni, interpersonali e interfunzionali, momenti in grado di incidere sulla vita dell'organizzazione. Far sì che le comunicazioni, a tutti i livelli, trovino considerazione, ascolto, accoglienza, risposta. Siano veicolo per nuove soluzioni e idee. Generino movimento, innovazione, mutamento, crescita, maggiore e autentica responsabilizzazione. Significa far sì che ciò che quotidianamente viene
detto (e che costituisce il vivente discorso rivelativo del chi dell'organizzazione) non si trasformi in
eco mortificante e in mero
suono. Merita ricordare il mito. La ninfa Eco, per aver favorito gli amori illeciti di Giove, viene condannata da Giunone a non poter che ripetere gli ultimi suoni delle parole altrui. Si innamora di Narciso che però la respinge. Così disprezzata, la povera Eco si nasconde nei boschi e da allora vive nei luoghi più solitari. Ma l'amore in lei non si spegne. La ninfa deperisce fino a dissolversi. Di lei - narra Ovidio nelle
Metamorfosi - <<non rimangono che la voce e le ossa>> poi trasformatesi in sassi. Vive nascosta, non si vede, ma si sente dappertutto. <<E' il
suono, che vive in lei>>. A tal proposito si pensi, ad esempio, al classico corso di formazione, supponiamo di "comunicazione interpersonale". Tre - quattro giorni di lavoro, serio, fitti di teoria, momenti esemplificativi, simulazioni, discussioni di gruppo, confronti. E poi dai partecipanti arrivano le immancabili, sacrosante obiezioni: "Bello, interessante, utile, soprattutto se potessimo tentare di applicare nel nostro lavoro quotidiano ciò di cui qui abbiamo parlato? Se davvero qualcosa potesse iniziare a cambiare? Qualche idea per far andare meglio le cose dopo il corso l'avremmo, ma se anche riuscissimo ad esporla poi non se ne saprebbe più niente, e tutto verrebbe inghiottito nel nulla?"
vox tantum atque ossa supersunt!
Trasformare il fare in
discorso - Consentire il
discorso rivelatore nel fare.
Significa (ri)chiamare in causa chi lavora. Vuol dire permettergli di pensare, di confrontarsi con gli altri per poi far scaturire, insieme, nuovi sensi e soprattutto nuove parole per descrivere il proprio fare. Significa spezzare il mutismo del gesto, ridando voce a quel
chi che per troppo tempo è stato lasciato fuori dai luoghi del fare, sostituito da una maschera di anonimato, di indifferenza, di mera passività. Significa rimettere dietro il gesto l'agente, dietro il ruolo il soggetto, la
persona produttrice di senso.
Uno dei più interessanti e recenti paradigmi per interpretare l'organizzazione consiste nel vederla come un sistema impegnato a produrre senso e significato (
sensemaking). Le organizzazioni non sono solo apparati di produzione di merci o servizi, ma grandi sistemi che producono pensiero, che pensano e soprattutto si pensano. Il processo di sensemaking determina la costruzione dell'identità di coloro che lavorano, dota di significato retrospettivo le azioni e i fatti dell'organizzazione, consente ai suoi membri di condividere fondamentali idee riguardanti le caratteristiche distintive dell'organizzazione: ad esempio di che cosa si occupa, che cosa sa fare (bene o male), quali difficoltà incontra, come le risolve o come dovrebbe risolverle.
Per Karl Weick l'incontro con il senso è subordinato al poter "dire il lavoro". Fare è il mezzo per trovare cose di cui valga la pena parlare. [.] il discorso dà senso all'andare>> (Weick, 1997, p.200). Contraddizione solo apparente. Basta osservare un qualsiasi gruppo impegnato anche solo per poche ore a descrivere il proprio lavoro: le persone ne escono diverse, non tanto perché abbiano impastato nuove idee, ma perché si sono affacciate su nuovi scenari di parola, perché hanno incontrato nuovi termini, più ricchi, più vari, o semplicemente più adatti. <<Le persone scoprono quello che pensano guardando quello che dicono, come si sentono e dove vanno>> (idem, p.200). Dare a chi lavora la possibilità di guardare, maneggiare, soppesare, riascoltare le parole utilizzate per dire il lavoro significa consentirgli di scegliersi, rivelandosi attraverso un discorso più suo. Facendogli scoprire di sé e del lavoro aspetti spesso sorprendenti, inattesi, forse anche inquietanti, comunque da affrontare. Come? Favorendo ad esempio specifici momenti e strumenti organizzativi finalizzati al racconto e alla condivisione delle esperienze, puntando sul valore delle memorie lavorative condivise, vedendo nelle riunioni non solo occasioni per trasmettere informazioni, ma momenti di risonanza per costruire rinnovate convivenze, per "contagiarsi" attraverso discorsi che affrontino,
rivelativamente, il senso dato da ciascuno al proprio fare.
Rimane una cosa da dire, e da sottolineare. L'
eudaimonia lavorativa che abbiamo descritto è possibile solo all'interno di una diffusa e condivisa cultura etica. Il rispetto, sentito e applicato, sembra ad esempio essere condizione necessaria per permettere all'uomo di essere nella condizione di rivelarsi. C'è quindi spazio per il benessere e la felicità di chi lavora <<solo dove parole e azioni - scrive splendidamente Hannah Arendt - si sostengono a vicenda, dove le parole non sono vuote e i gesti non sono brutali, dove le parole non sono usate per nascondere le intenzioni ma per rivelare realtà, e i gesti non sono usati per violare e distruggere, ma per stabilire relazioni e creare nuove realtà>> (Arendt, 1997, p.146). Ma allora la felicità è davvero possibile solo là dove l'uomo
è già felice, solo quando è già
eudaimonicamente pronto per esserlo? Se anche così fosse, non ci rimane che trovare e seguire il demone che dovrebbe reggere i fili della vita di ogni filosofo, quel demone che spinge gli uomini di buona volontà ad impegnarsi per renderlo, l'uomo,
maturo per essere felice.
Per approfondire
Hannah Arendt,
Vita Activa, Bompiani 1997
Libro fondamentale. Scritto quasi mezzo secolo fa è un'analisi e una denuncia più che attuale dei rischi di un lavoro dimentico dell'uomo.
Emmanuel Lévinas,
Totalità e infinito, Jaca Book 1980
Un severo antidoto contro i processi di appiattimento e annullamento dell'essere umano
Roberta De Monticelli,
L'ordine del cuore, Garzanti 2003
Un testo importante, denso, con una sofisticata proposta di lettura fenomenologica del sentire e dei sentimenti.
Karl Weick,
Senso e significato nell'organizzazione, Cortina 1997
Se non ci raccontiamo che cosa facciamo, come possiamo sapere ciò che facciamo...? Pagine dense, per dare maggiore dignità al lavoro.