Che cosa cè dietro la Responsabilità Sociale dellImpresa? Su che cosa si poggia la scelta di unimpresa che decide di essere eticamente attenta alle conseguenze e alle ripercussioni, anche future e indirette, che lagire dellorganizzazione avrà sullambiente, interno ed esterno allorganizzazione, e sulla società?
Una risposta la si intravede contenuta in filigrana in un discorso tenuto da Adriano Olivetti nella primavera del lontano 1955 in occasiono dellinaugurazione dello stabilimento Olivetti a Pozzuoli. «Può lindustria si chiede Olivetti darsi dei fini? Si trovano questi semplicemente nellindice dei profitti? Non vi è al di là del ritmo apparente qualcosa di più affascinante, una destinazione, una vocazione anche nella vita di una fabbrica?»
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Vorrei tentare di dare una lettura dell"affascinante al di là" cui accenna Olivetti, sviluppando il concetto di ulteriorità dellagire economico, unulteriorità che rappresenta lautentica base etica fondativa della Responsabilità Sociale dellImpresa. Senza la quale lagire responsabile rischia di essere frainteso, confuso con altre, strumentali scelte imprenditoriali.
Limpresa che intende intraprendere la via della Responsabilità Sociale deve innanzitutto interrogarsi sullatto di lavoro, sul movente dellagire lavorativo.
La domanda che occorre porsi è: il senso dellattività dimpresa è
soltanto nella produttività e nel profitto? Lutile e il profitto economico sono davvero gli esclusivi denominatori comuni a tutte le forme di lavoro? Sono essi in grado di regolare e assorbire la complessità del senso dellagire dimpresa?
Se la risposta è affermativa osserviamo lo scenario che ne consegue. Il profitto, reso valore assoluto sul quale si commisurano tutti i possibili ulteriori sensi dellagire, regna incontrastato. Il principio di utilità governa i rapporti umani dal suo gelido palazzo separato e protetto dal mondo cangiante dellambivalenza dei sensi del fare.
«Ricordati che la potenza genitale e la fecondità appartengono al denaro», scrive Benjamin Franklin alla metà del XVIII secolo. Assurto a unico valore morale, il profitto diventa prevalente, si separa dal mondo e ne separa gli elementi, impedisce commistioni, ibridazioni tra sensi ulteriori che potrebbero offuscarne lassoluto dominio di valore. Occhio che tutto vede, unità di misura a cui tutto deve rapportarsi, spezza lintimità delle cose tra loro e delluomo con le cose. Impedisce che le forme dellagire possano simbolicamente specchiarsi luna nellaltra, riconoscere tra loro unessenziale familiarità, unappartenenza a una vita più ampia. Illumina, a giorno, ma acceca e isterilisce. Per poterli tutti soppesare e significare di sé, fa diventare gli uomini e i loro gesti mere cose. Tronca le relazioni, spezza i vincoli interpersonali, rende impossibile o accessoria
lintimità tra le persone e con le cose. Agli uomini così
reificati, perché ridotti al valore di scambio o duso che possono avere, il principio utilitario impedisce ogni rapporto che non sia di interdipendenza funzionale. Al rapporto tra soggetti sostituisce il profittevole scambio di merci. Lincubo di un mondo reso buio dalla luce abbagliante dellutile aleggia sul mondo.
Tentiamo unaltra risposta. Il profitto come unico equivalente generale ci va stretto e allora si va in cerca di uno
specchiamento più ampio. Oltre lagire finalizzato alla produzione, conservazione e accumulazione di ricchezza, oltre il profitto e il principio di prestazione (
oltre, si badi, non
contro) si cercano luoghi di ulteriorità, dove coltivare la ragione
oltreutilitaria. Nel corso di questa ricerca limpresa scopre la propria solitudine: si guarda allo specchio del senso e non vede che se stessa. Per questo si ribella alla logica assolutista del profitto. Limpresa vuole qualcosa di più ampio in cui specchiarsi, qualcosa non contenuto nel criterio del proprio tornaconto e del calcolo, un fine che le permetta di rispecchiarsi negli altri, nel mondo circostante, nella vita vivente e pulsante, oltre la misura contabile delle merci.
«Lefficienza mercantile - ha scritto Geminello Alvi - confonde latto di lavoro con un calcolo di misure». La liberazione del lavoro tante volte inseguita nel corso dellottocento e del novecento in fondo non ha cercato altro che la liberazione dallequivalente generale rappresentato dal calcolo dellutile. Ciò che ha inseguito è lo sviluppo di logiche oltreutilitarie in grado di indurre chi lavora a scegliere per sé e per il suo agire uno specchiamento e unidentificazione semplicemente più ampi, ulteriori.
E qui, al bivio tra dispotico profitto e ragione oltreutilitaria, che limpresa si imbatte nella questione della solidarietà. Solidarietà: termine sdrucciolevole, spesso abusato. Ne propongo una lettura particolare. Solidale è limpresa che osa mischiare e ricomporre i rigidi codici di comportamento dettati dallutile, che tenta di riconnettere lagire economico alla vita e al suo principio vitale: la simbolicità.
Sumbolon, comè noto, era per i Greci un oggetto spezzato che doveva essere ricomposto per permettere un riconoscimento, unidentificazione.
Limpresa solidale (il latino
solidus indica ciò che è intero, pieno, compiuto) è limpresa che cerca ricomposizioni simboliche con lambiente, connessioni di senso che le permettano di ritrovare pienezza e interezza. E limpresa che si ribella alle impietose amputazioni di sé alle quali la costringe la ragion utilitaria. E limpresa che, liberandosi del sudario del profitto, ritrova la capacità, talvolta insospettata, di costruire legami di senso e relazioni di intimità con persone, cose, luoghi, ambienti. Limpresa solidale è limpresa davvero vivente, che supera lestraneità con il mondo a cui lha condannata la ragion utilitaria. Che spezza le catene che le impongono di vedere nel mondo solo un mercato, negli oggetti delle merci, nelle persone esclusivamente dei consumatori. Che si sforza di superare lestraneità tra uomo e uomo e tra uomo e vita indotta dalla ragion economica. E limpresa non rassegnata al feticismo del profitto, al dispotismo dellunico valore, alla ricerca, per sé e per il suo agire, di una più ampia, ambivalente identificazione.
Solidarietà come
soliditas, come compiutezza dintero: il senso della Responsabilità Sociale dImpresa risiede in questo, nel tentativo di riaffratellare limpresa alla vita, allambiente, alle persone, nella ricerca di unintimità perduta con il mondo, che permetta di superare la chiusura e la miope limitatezza della ragion utilitaria che misura, ordina, allontana.
Per costruire
soliditas e
sodalitas, cioè
simbolicità e senso di fratellanza con il resto dellesistenza, limpresa deve però coraggiosamente superare il terribile paradigma dellaccumulo, e recuperare lorgoglio della
perdita gloriosa.
«In mancanza di fini gloriosi, scrive George Bataille, - per lesattezza in mancanza di fini umani - gli uomini non possono sentirsi solidali, fra di loro rimane la separante avidità di beni».
La Responsabilità Sociale implica ladesione a fini gloriosi. Di che cosa si tratta? Che cosa centra la ricerca della gloria con leconomia e le scelte di unimpresa?
Possiamo definire fine glorioso (di unimpresa come di un singolo individuo) il dispendio di risorse improduttivo in termini utilitaristici e di accumulo, svincolato dalla logica dellinvestimento, retto da principi di autotelicità, di prodigalità, di generosità, in grado di determinare
sacralmente la vita umana e quindi di assegnare ad essa un valore.
La storia e la cultura umana sono punteggiate da questi tentativi
gloriosi di superare il rapporto utilitaristico che incatena uomini, esseri, cose. Ne sono esempi il
potlàc, la distruzione simbolica di ricchezza nelle comunità preindustriali, l"inutile" magnificenza di una cattedrale medioevale, lo splendore di una cerimonia. Il senso del gesto glorioso non deriva da considerazioni di acquisizione o di conservazione, ma di perdita, di offerta, di dono. E un atto fondato sulla logica
del sacrificio.
Sacrificare, cioè rendere sacre le cose, riscattarle dal giogo servile della loro utilità, troncare il legame che vincola i gesti a considerazioni di mera redditività e produttività. Latto sacrificale spezza e contemporaneamente ridà vita, restituisce gli uomini alla simbolicità delle cose, rianima uomini e cose resi ottusi dalla voce prepotente del profitto. Ridona ricchezza di linguaggio, di sentimenti, di senso. Latteggiamento glorioso porta limpresa a sacrificare le sclerotiche relazioni fondate sul profitto che essa instaura con il capitale, le merci, le persone. Lagire dimpresa, ridotto in bianco e nero dallassillo dellutile, riacquista dimprovviso tutte le tonalità dellumano. Il comportamento glorioso dellimpresa è un atto di restituzione: restituisce chi lavora alla pluridimensionalità di sé stesso, limpresa ai colori del mondo, la ricchezza al suo movimento vitale.
Le analisi di Max Weber e di Georges Bataille hanno chiarito quanto dal XVI secolo la Riforma e la morale puritana abbiano contribuito a far sì che la ricchezza si
rapprendesse, perdendo lo splendore di gloria e di generosità che in passato aveva avuto. La smania puritana per gli affari
ingloriosi si è imposta e ha prolificato anche fuori lAmerica. Le parole che Bataille utilizza per descrivere il fenomeno assumono una stupefacente modernità: «Il vero uomo daffari non guadagna il denaro né per i godimenti che procura né per vivere con splendore, non lavora né per sé né per i suoi: il denaro è guadagnato per essere investito, deve essere impiegato solo perché aumenti, avendo valore e senso solo larricchimento senza fine che esso induce».
Parole davvero profetiche, se pensiamo ai recenti, ingloriosi, fatti che hanno visto protagonisti imprenditori e imprese (il caso Parmalat e i comportamenti della famiglia proprietaria sono emblematici). Analizzandoli si viene colti da un senso di solitudine e di miseria, di mortificazione delle vitali ragioni dellesistere; vediamo un lavoro sradicato dalla vita, un vuoto e inumano dibattersi che dellacquisizione, produzione e conservazione hanno fatto feticci, trasformatisi, con una paurosa eterogenesi dei fini, in mostri divoratori.
Occorre allora avere il coraggio di pensare lagire dellimpresa in termini di antropologia filosofica, riflettere cioè sui termini che caratterizzano l
homo faber e che definiscono il suo
posto nel mondo. Nellagire economico si deve riconoscere il dare come principio fondativo dellessere e giustificativo del fare, il dono di sé, il gesto
glorioso, la perdita feconda come elementi essenziali per tentare di costruire, come dice Nietzsche, «un senso alla terra, un senso umano». Il gesto generoso, il dare
glorioso, costituiscono una potente alternativa a una concezione che riduce luomo e il suo fare alla misura dellinteresse. Con i suoi comportamenti
gloriosi, retti da una logica di dono, limpresa riscopre l
autotelicità di un certo fare lavorativo, la meraviglia di comportamenti che trovano il fine in loro stessi, e che, a differenza dei comportamenti utili,
in se stessi privi di valore, possono riuscire ad avvalorare e dare benessere sia a chi li compie sia a chi ne usufruisce.
Solo alla luce di questa concezione dellagire, assume tutta la sua valenza il paradigma della Responsabilità Sociale dellImpresa. Le basi etiche della Responsabilità Sociale sono nel desiderio dellimpresa di spezzare la solitudine o peggio lisolamento a cui la ragion utilitaria lha destinata, discendono da un consapevole senso di frustrante incompletezza, sono radicate nel desiderio di contribuire ad avvalorare la vita, nellanelito
glorioso alla libera disposizione di sé attraverso il libero dono di sé. Risiedono nella scoperta dellaltro e dellalterità (comunità, ambiente, mercato, dipendenti, ...) intesi come elementi giustificativi dellessere e del fare dimpresa.
Si sente ripetere: occorrono nuove logiche di solidarietà, occorre dotare il lavoro di nuovi significati simbolici. Bene, abbiamo a disposizione il paradigma della Responsabilità Sociale. Tutto sta a saperlo adoperare. Riportare la Responsabilità Sociale allinterno di una logica utilitaria, collegandola ad operazioni dimmagine, alla reputazione, alla produttività dei dipendenti, significa tradirne lautentico messaggio. In una recente intervista il ministro del welfare Maroni così giustificava le politiche di Responsabilità: «Il motore della responsabilità è la competitività. [Attraverso politiche di R. S.] si rafforza la reputazione, migliora il clima aziendale, aumentano la fedeltà e la produttività dei collaboratori, diminuiscono i rischi di iniziative di boicottaggio. Mi auguro - continua il ministro - che le nostre imprese sappiano cogliere tutti i vantaggi che questo straordinario modello di business, se applicato in modo strategico, può fornire».
No, signor ministro. La Responsabilità Sociale non è un modello di business. E una coraggiosa scelta di vita, un ideale etico che trova nellagire dellimpresa la sua applicazione. Non si fa business con la Responsabilità Sociale. Il business può esserne, anzi certamente ne è, un effetto indotto, ma non può e non deve diventarne il motore. La Responsabilità Sociale non è lennesima trovata manageriale. E non è neppure unidea recente. E antica quanto il desiderio delluomo di agire liberamente per sentirsi davvero uomo, antica quanto il desiderio di non avere fini vincolanti, o di averne solo di umani, antica quanto la scelta di impegnarsi, donare e sacrificare qualcosa per abitare luoghi di compartecipazione.
Mi auguro che gli imprenditori si armino di tenacia e osino guardare
dentro e
dietro la Responsabilità Sociale dImpresa. Che si aprano alle
gloriose dimensioni della bellezza, della spiritualità, della giustizia, della cultura, oltre,
al di là di considerazioni e calcoli di convenienza. Sarebbe davvero triste se unidea in grado di cambiare il mondo diventasse lennesima, perduta occasione per cercare insieme qualcosa per cui valga davvero la pena di impegnare la nostra terrena esistenza. Lennesima, e non inevitabile, resa a un modo falso e inumano di intendere il lavoro e le sue logiche.
Per approfondire
Geminello Alvi,
Le seduzioni economiche di Faust, Adelphi, 1989
Unopera aforistica, fatta di veloci, densissime riflessioni sul senso delleconomia e sulle sue prospettive.
Georges Bataille,
Il limite dellutile, Adelphi, 2000
Abbaglianti le pagine che lautore dedica al senso del gesto glorioso.
Georges Bataille,
La parte maledetta, Boringhieri, 2003
Il Principio della perdita e la ricerca di unintimità perduta con il mondo attraverso luso della ragione non utilitaria.
Jacques T. Godbout,
Lo spirito del dono, Bollati Boringhieri, 2002
Una riflessione articolata sulle possibilità di far vivere logiche di dono allinterno delle dinamiche di mercato.
Adriano Olivetti,
La città delluomo, Edizioni di Comunità, 2001
Raccolta di saggi e discorsi di A. Olivetti, antesignano dellidea di Responsabilità Sociale dellImpresa. Propongono, come scrive Geno Pampaloni nellintroduzione,
unidea di vita, di grande suggestione e utilità per illuminare lattuale dibattito sul tema.