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L’impresa gloriosa
Considerazioni sull’etica della Responsabilità Sociale dell’Impresa

di Alberto Peretti

L’articolo tocca una serie di questioni nevralgiche per inquadrare correttamente il tema della Responsabilità Sociale dell’Impresa.
L’articolo vuole contribuire ad evitare l’equivoco di un uso strumentale dell’idea di Responsabilità Sociale dell’Impresa, sottolineando la necessità di intenderla invece
come vitale e decisiva scelta di valori.
Le parole chiave: la ragion utilitaria contrapposta a possibili logiche oltreutilitarie, la solidarietà e la simbolicità dell’impresa, il dono di sé come comportamento glorioso alla portata dell’impresa.

Che cosa c’è dietro la Responsabilità Sociale dell’Impresa? Su che cosa si poggia la scelta di un’impresa che decide di essere eticamente attenta alle conseguenze e alle ripercussioni, anche future e indirette, che l’agire dell’organizzazione avrà sull’ambiente, interno ed esterno all’organizzazione, e sulla società?
Una risposta la si intravede contenuta in filigrana in un discorso tenuto da Adriano Olivetti nella primavera del lontano 1955 in occasiono dell’inaugurazione dello stabilimento Olivetti a Pozzuoli. «Può l’industria – si chiede Olivetti – darsi dei fini? Si trovano questi semplicemente nell’indice dei profitti? Non vi è al di là del ritmo apparente qualcosa di più affascinante, una destinazione, una vocazione anche nella vita di una fabbrica?»
Vorrei tentare di dare una lettura dell’"affascinante al di là" cui accenna Olivetti, sviluppando il concetto di “ulteriorità dell’agire economico”, un’ulteriorità che rappresenta l’autentica base etica fondativa della Responsabilità Sociale dell’Impresa. Senza la quale l’agire responsabile rischia di essere frainteso, confuso con altre, strumentali scelte imprenditoriali.
L’impresa che intende intraprendere la via della Responsabilità Sociale deve innanzitutto interrogarsi sull’atto di lavoro, sul movente dell’agire lavorativo.
La domanda che occorre porsi è: il senso dell’attività d’impresa è soltanto nella produttività e nel profitto? L’utile e il profitto economico sono davvero gli esclusivi denominatori comuni a tutte le forme di lavoro? Sono essi in grado di regolare e assorbire la complessità del senso dell’agire d’impresa?
Se la risposta è affermativa osserviamo lo scenario che ne consegue. Il profitto, reso valore assoluto sul quale si commisurano tutti i possibili ulteriori sensi dell’agire, regna incontrastato. Il principio di utilità governa i rapporti umani dal suo gelido palazzo separato e protetto dal mondo cangiante dell’ambivalenza dei sensi del fare.
«Ricordati che la potenza genitale e la fecondità appartengono al denaro», scrive Benjamin Franklin alla metà del XVIII secolo. Assurto a unico valore morale, il profitto diventa prevalente, si separa dal mondo e ne separa gli elementi, impedisce commistioni, ibridazioni tra sensi ulteriori che potrebbero offuscarne l’assoluto dominio di valore. Occhio che tutto vede, unità di misura a cui tutto deve rapportarsi, spezza l’intimità delle cose tra loro e dell’uomo con le cose. Impedisce che le forme dell’agire possano simbolicamente specchiarsi l’una nell’altra, riconoscere tra loro un’essenziale familiarità, un’appartenenza a una vita più ampia. Illumina, a giorno, ma acceca e isterilisce. Per poterli tutti soppesare e significare di sé, fa diventare gli uomini e i loro gesti mere cose. Tronca le relazioni, spezza i vincoli interpersonali, rende impossibile o accessoria l’intimità tra le persone e con le cose. Agli uomini così reificati, perché ridotti al valore di scambio o d’uso che possono avere, il principio utilitario impedisce ogni rapporto che non sia di interdipendenza funzionale. Al rapporto tra soggetti sostituisce il profittevole scambio di merci. L’incubo di un mondo reso buio dalla luce abbagliante dell’utile aleggia sul mondo.
Tentiamo un’altra risposta. Il profitto come unico equivalente generale ci va stretto e allora si va in cerca di uno specchiamento più ampio. Oltre l’agire finalizzato alla produzione, conservazione e accumulazione di ricchezza, oltre il profitto e il principio di prestazione (oltre, si badi, non contro) si cercano luoghi di ulteriorità, dove coltivare la ragione oltreutilitaria. Nel corso di questa ricerca l’impresa scopre la propria solitudine: si guarda allo specchio del senso e non vede che se stessa. Per questo si ribella alla logica assolutista del profitto. L’impresa vuole qualcosa di più ampio in cui specchiarsi, qualcosa non contenuto nel criterio del proprio tornaconto e del calcolo, un fine che le permetta di rispecchiarsi negli altri, nel mondo circostante, nella vita vivente e pulsante, oltre la misura contabile delle merci.
«L’efficienza mercantile - ha scritto Geminello Alvi - confonde l’atto di lavoro con un calcolo di misure». La liberazione del lavoro tante volte inseguita nel corso dell’ottocento e del novecento in fondo non ha cercato altro che la liberazione dall’equivalente generale rappresentato dal calcolo dell’utile. Ciò che ha inseguito è lo sviluppo di logiche oltreutilitarie in grado di indurre chi lavora a scegliere per sé e per il suo agire uno specchiamento e un’identificazione semplicemente più ampi, ulteriori.
E’ qui, al bivio tra dispotico profitto e ragione oltreutilitaria, che l’impresa si imbatte nella questione della solidarietà. Solidarietà: termine sdrucciolevole, spesso abusato. Ne propongo una lettura particolare. Solidale è l’impresa che osa mischiare e ricomporre i rigidi codici di comportamento dettati dall’utile, che tenta di riconnettere l’agire economico alla vita e al suo principio vitale: la simbolicità. Sumbolon, com’è noto, era per i Greci un oggetto spezzato che doveva essere ricomposto per permettere un riconoscimento, un’identificazione.
L’impresa solidale (il latino solidus indica ciò che è intero, pieno, compiuto) è l’impresa che cerca ricomposizioni simboliche con l’ambiente, connessioni di senso che le permettano di ritrovare pienezza e interezza. E’ l’impresa che si ribella alle impietose amputazioni di sé alle quali la costringe la ragion utilitaria. E’ l’impresa che, liberandosi del sudario del profitto, ritrova la capacità, talvolta insospettata, di costruire legami di senso e relazioni di intimità con persone, cose, luoghi, ambienti. L’impresa solidale è l’impresa davvero vivente, che supera l’estraneità con il mondo a cui l’ha condannata la ragion utilitaria. Che spezza le catene che le impongono di vedere nel mondo solo un mercato, negli oggetti delle merci, nelle persone esclusivamente dei consumatori. Che si sforza di superare l’estraneità tra uomo e uomo e tra uomo e vita indotta dalla ragion economica. E’ l’impresa non rassegnata al feticismo del profitto, al dispotismo dell’unico valore, alla ricerca, per sé e per il suo agire, di una più ampia, ambivalente identificazione.
Solidarietà come soliditas, come compiutezza d’intero: il senso della Responsabilità Sociale d’Impresa risiede in questo, nel tentativo di riaffratellare l’impresa alla vita, all’ambiente, alle persone, nella ricerca di un’intimità perduta con il mondo, che permetta di superare la chiusura e la miope limitatezza della ragion utilitaria che misura, ordina, allontana.
Per costruire soliditas e sodalitas, cioè simbolicità e senso di fratellanza con il resto dell’esistenza, l’impresa deve però coraggiosamente superare il terribile paradigma dell’accumulo, e recuperare l’orgoglio della perdita gloriosa.
«In mancanza di fini gloriosi, scrive George Bataille, - per l’esattezza in mancanza di fini umani - gli uomini non possono sentirsi solidali, fra di loro rimane la separante avidità di beni».
La Responsabilità Sociale implica l’adesione a fini gloriosi. Di che cosa si tratta? Che cosa c’entra la ricerca della gloria con l’economia e le scelte di un’impresa?
Possiamo definire “fine glorioso” (di un’impresa come di un singolo individuo) il dispendio di risorse improduttivo in termini utilitaristici e di accumulo, svincolato dalla logica dell’investimento, retto da principi di autotelicità, di prodigalità, di generosità, in grado di determinare sacralmente la vita umana e quindi di assegnare ad essa un valore.
La storia e la cultura umana sono punteggiate da questi tentativi gloriosi di superare il rapporto utilitaristico che incatena uomini, esseri, cose. Ne sono esempi il potlàc, la distruzione simbolica di ricchezza nelle comunità preindustriali, l’"inutile" magnificenza di una cattedrale medioevale, lo splendore di una cerimonia. Il senso del gesto glorioso non deriva da considerazioni di acquisizione o di conservazione, ma di perdita, di offerta, di dono. E’ un atto fondato sulla logica del sacrificio. Sacrificare, cioè rendere sacre le cose, riscattarle dal giogo servile della loro utilità, troncare il legame che vincola i gesti a considerazioni di mera redditività e produttività. L’atto sacrificale spezza e contemporaneamente ridà vita, restituisce gli uomini alla simbolicità delle cose, rianima uomini e cose resi ottusi dalla voce prepotente del profitto. Ridona ricchezza di linguaggio, di sentimenti, di senso. L’atteggiamento glorioso porta l’impresa a sacrificare le sclerotiche relazioni fondate sul profitto che essa instaura con il capitale, le merci, le persone. L’agire d’impresa, ridotto in bianco e nero dall’assillo dell’utile, riacquista d’improvviso tutte le tonalità dell’umano. Il comportamento glorioso dell’impresa è un atto di restituzione: restituisce chi lavora alla pluridimensionalità di sé stesso, l’impresa ai colori del mondo, la ricchezza al suo movimento vitale.
Le analisi di Max Weber e di Georges Bataille hanno chiarito quanto dal XVI secolo la Riforma e la morale puritana abbiano contribuito a far sì che la ricchezza si rapprendesse, perdendo lo splendore di gloria e di generosità che in passato aveva avuto. La smania puritana per gli affari ingloriosi si è imposta e ha prolificato anche fuori l’America. Le parole che Bataille utilizza per descrivere il fenomeno assumono una stupefacente modernità: «Il vero uomo d’affari non guadagna il denaro né per i godimenti che procura né per vivere con splendore, non lavora né per sé né per i suoi: il denaro è guadagnato per essere investito, deve essere impiegato solo perché aumenti, avendo valore e senso solo l’arricchimento senza fine che esso induce».
Parole davvero profetiche, se pensiamo ai recenti, ingloriosi, fatti che hanno visto protagonisti imprenditori e imprese (il caso Parmalat e i comportamenti della famiglia proprietaria sono emblematici). Analizzandoli si viene colti da un senso di solitudine e di miseria, di mortificazione delle vitali ragioni dell’esistere; vediamo un lavoro sradicato dalla vita, un vuoto e inumano dibattersi che dell’acquisizione, produzione e conservazione hanno fatto feticci, trasformatisi, con una paurosa eterogenesi dei fini, in mostri divoratori.
Occorre allora avere il coraggio di pensare l’agire dell’impresa in termini di antropologia filosofica, riflettere cioè sui termini che caratterizzano l’homo faber e che definiscono il suo posto nel mondo. Nell’agire economico si deve riconoscere il dare come principio fondativo dell’essere e giustificativo del fare, il dono di sé, il gesto glorioso, la perdita feconda come elementi essenziali per tentare di costruire, come dice Nietzsche, «un senso alla terra, un senso umano». Il gesto generoso, il dare glorioso, costituiscono una potente alternativa a una concezione che riduce l’uomo e il suo fare alla misura dell’interesse. Con i suoi comportamenti gloriosi, retti da una logica di dono, l’impresa riscopre l’autotelicità di un certo fare lavorativo, la meraviglia di comportamenti che trovano il fine in loro stessi, e che, a differenza dei comportamenti utili, in se stessi privi di valore, possono riuscire ad avvalorare e dare benessere sia a chi li compie sia a chi ne usufruisce.
Solo alla luce di questa concezione dell’agire, assume tutta la sua valenza il paradigma della Responsabilità Sociale dell’Impresa. Le basi etiche della Responsabilità Sociale sono nel desiderio dell’impresa di spezzare la solitudine o peggio l’isolamento a cui la ragion utilitaria l’ha destinata, discendono da un consapevole senso di frustrante incompletezza, sono radicate nel desiderio di contribuire ad avvalorare la vita, nell’anelito glorioso alla libera disposizione di sé attraverso il libero dono di sé. Risiedono nella scoperta dell’altro e dell’alterità (comunità, ambiente, mercato, dipendenti, ...) intesi come elementi giustificativi dell’essere e del fare d’impresa.
Si sente ripetere: occorrono nuove logiche di solidarietà, occorre dotare il lavoro di nuovi significati simbolici. Bene, abbiamo a disposizione il paradigma della Responsabilità Sociale. Tutto sta a saperlo adoperare. Riportare la Responsabilità Sociale all’interno di una logica utilitaria, collegandola ad operazioni d’immagine, alla reputazione, alla produttività dei dipendenti, significa tradirne l’autentico messaggio. In una recente intervista il ministro del welfare Maroni così giustificava le politiche di Responsabilità: «Il motore della responsabilità è la competitività. [Attraverso politiche di R. S.] si rafforza la reputazione, migliora il clima aziendale, aumentano la fedeltà e la produttività dei collaboratori, diminuiscono i rischi di iniziative di boicottaggio. Mi auguro - continua il ministro - che le nostre imprese sappiano cogliere tutti i vantaggi che questo straordinario modello di business, se applicato in modo strategico, può fornire».
No, signor ministro. La Responsabilità Sociale non è un modello di business. E’ una coraggiosa scelta di vita, un ideale etico che trova nell’agire dell’impresa la sua applicazione. Non si fa business con la Responsabilità Sociale. Il business può esserne, anzi certamente ne è, un effetto indotto, ma non può e non deve diventarne il motore. La Responsabilità Sociale non è l’ennesima trovata manageriale. E non è neppure un’idea recente. E’ antica quanto il desiderio dell’uomo di agire liberamente per sentirsi davvero uomo, antica quanto il desiderio di non avere fini vincolanti, o di averne solo di umani, antica quanto la scelta di impegnarsi, donare e sacrificare qualcosa per abitare luoghi di compartecipazione.
Mi auguro che gli imprenditori si armino di tenacia e osino guardare dentro e dietro la Responsabilità Sociale d’Impresa. Che si aprano alle gloriose dimensioni della bellezza, della spiritualità, della giustizia, della cultura, oltre, al di là di considerazioni e calcoli di convenienza. Sarebbe davvero triste se un’idea in grado di cambiare il mondo diventasse l’ennesima, perduta occasione per cercare insieme qualcosa per cui valga davvero la pena di impegnare la nostra terrena esistenza. L’ennesima, e non inevitabile, resa a un modo falso e inumano di intendere il lavoro e le sue logiche.


Per approfondire

Geminello Alvi, Le seduzioni economiche di Faust, Adelphi, 1989
Un’opera aforistica, fatta di veloci, densissime riflessioni sul senso dell’economia e sulle sue prospettive.

Georges Bataille, Il limite dell’utile, Adelphi, 2000
Abbaglianti le pagine che l’autore dedica al senso del gesto glorioso.

Georges Bataille, La parte maledetta, Boringhieri, 2003
Il Principio della perdita e la ricerca di un’intimità perduta con il mondo attraverso l’uso della ragione non utilitaria.

Jacques T. Godbout, Lo spirito del dono, Bollati Boringhieri, 2002
Una riflessione articolata sulle possibilità di far vivere logiche di dono all’interno delle dinamiche di mercato.

Adriano Olivetti, La città dell’uomo, Edizioni di Comunità, 2001
Raccolta di saggi e discorsi di A. Olivetti, antesignano dell’idea di Responsabilità Sociale dell’Impresa. Propongono, come scrive Geno Pampaloni nell’introduzione, un’idea di vita, di grande suggestione e utilità per illuminare l’attuale dibattito sul tema.